Il Giappone è un Paese molto affascinante, che ti avvolge e il fascino deriva anche dalla costante mescolanza tra antico e moderno. Tutto è in contrasto con tutto: dal paesaggio aspro e battuto dal vento lungo la costa del Pacifico, a quello fatto di spiagge e dune che si snoda sul Mare del Giappone, a quello più interno dove le morbide colline si rincorrono sino ad incontrare i boschi o a fermarsi nei campi di riso. Il Giappone, si sa è un Paese all’avanguardia, che pur essendo molto “occidentalizzato” è particolarmente legato alle sue tradizioni risalenti al periodo feudale.
Se da un verso la società giapponese ha una struttura piuttosto rigida e conformista, dall’altro l’armonia sociale è perseguita sia nell’ambiente di lavoro che in casa; nelle grandi metropoli, come nelle cittadine provinciali convivono in sintonia le due anime: quella della tradizione e quella della modernità. Ad esempio Kanazava è una delle città nipponiche (si affaccia sul Mare del Giappone, fuori dai soliti itinerari turistici) simbolo di tale convivenza: al fianco di accattivanti shopping center (dove sono presenti tutte le grandi firme della moda), musei di arte contemporanea ed eleganti ristoranti si trovano incantevoli scorci urbani che evocano l’epoca feudale e dei samurai. Kanazava si sviluppa verso la fine del Cinquecento per volere della famiglia Maeda, secondo i canoni delle città-castello dell’epoca che prevedevano, quasi in aderenza alle mura, le residenze dei samurai, quindi più all’esterno le case della gente comune e infine i quartieri religiosi. Fortunatamente non avendo sofferto la distruzione delle guerre e dei terremoti, il castello, i quartieri delle case da tè e le antiche tortuose vie sono ancora oggi pienamente godibili.
Ai piedi del castello vi è il Giardino Kenrokuen – sorto come pertinenza privata dei signori Maeda – considerato uno dei tre giardini più belli del Giappone poiché risponde perfettamente alle sei qualità richieste per la valutazione di un parco: dimensione, acqua corrente, opere artificiali, isolamento, vedute ed età. Kenrouken è davvero incantevole: in sé racchiude tutto quello che un turista occidentale (e non) si attende dai giardini giapponesi per poter in essi naufragare con tutti i sensi. Qui anche il gusto può essere soddisfatto nella sala da tè del padiglione Moonflower dove non si assapora semplicemente il caldo infuso, ma è praticata la cerimonia del tè, che indubbiamente è una delle espressioni più significative della cultura tradizionale. Questa non consiste solamente nell’atto di preparare e servire il tè verde in polvere, ma anche e soprattutto è una forma di arte composita, associata al buddismo zen, tesa a infondere nella persona una certa spiritualità e le buone maniere.
La tradizione giapponese è ben lontana dal forzare la natura (considera questo atto tempo perso), anzi aspira ad esserne in simbiosi e questo è riscontrabile, ad esempio, nelle opere dei giardinieri che tendono ad ampliare e esaltarne la bellezza.
Vi sono sostanzialmente tre tipi di giardini: quello del tè studiato per intensificare la natura quieta della cerimonia del tè, tanto da essere considerato come la “quarta parete” della stessa sala da tè; il giardino collinare disegnato per le proprietà private, come piccolo parco, con colline in miniatura, ruscelli, ponti che conducono a un’isoletta nel lago e sentieri tortuosi; il giardino pianeggiante nel quale sono utilizzati pochi arbusti, sassi, sabbia, ghiaia ed le stesse pietre assumono differenti significati, a seconda della forma, della struttura e della loro posizione. Erano disegnati da pittori a china (molti giardinieri zen erano anche pittori) per la stimolare la contemplazione. A Kyoto, nel Tempio Ryoanji è visitabile il giardino zen roccioso, attribuito al pittore (a china) Soami, realizzato nel secolo XVI. Occupa una superficie di poco meno di 300 metri quadri, in forma rettangolare, è composto secondo lo “stile secco”, da quindici rocce, in gruppi di cinque, disposte su ghiaia bianca che invita alla contemplazione ed alla meditazione “occorre prestare attenzione e non essere ansiosi e saturare lo scenario per renderlo interessante. Un tale effetto comporta sovente una perdita di dignità e una sensazione di volgarità”.

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