La storia della Musica non conobbe mai un periodo come quello degli anni ’10 e ’20 del secolo XX, in cui tutto fu messo in discussione – o semplicemente respinto – fino a giungere all’invenzione di un nuovo sistema di composizione e scrittura che tagliava i ponti con ogni passato artistico e acustico. Quand’ero ragazzina e mi infatuai pazzamente della musica, il mio nemico più grande era la proprio la dodecafonia, che accusavo di “avermi rotto il giocattolo”. La musica del ‘900, tranne roba addomesticata come i “Carmina Burana” di Orff o la “Quinta Sinfonia” di Shostakovic, restava al di là della mia comprensione. Se amavo la patina antiquata dello stile barocco e se del Settecento nutrivo un’idea in gran parte rococò, era soprattutto sull’Ottocento che planavo ad ali spiegate. Il Novecento restava fuori. Lo sentivo ruvido, brutale, rugginoso, pronto a ferire, tagliato con l’accetta; cattivo, come cattivo era il secolo. Però ne percepivo anche l’ambigua valenza, cosa che poco per volta mi avrebbe portata ad apprezzarne tutte le mirabolanti sfaccettature. 

Tuttavia i principi seriali della dodecafonia avevano delle regole, delle regole che bisognava scardinare. Le novità cominciarono perciò a passare attraverso il “laboratorio” di Darmstadt: gli esperimenti estremi, il fonema studiato alla pari di una scienza, la musica concreta, aleatoria, elettronica, techno, i suoni sintetici, la rumoristica, i pianoforti “preparati”, tutte bombe integraliste di avanguardie e neoavanguardie che esplodevano a mezz’aria come funghi atomici. Infuriavano i Boulez, Cage, Varèse, Stockhausen, Kagel, Nono, Maderna, Berio… La musica era entrata in uno stato di rivoluzione permanente. “Siamo tutti immersi in una profonda notte” confidò Olivier Messiaen ai suoi allievi “e io stesso non so dove sto andando.” Ma quella bagarre fece sì che il serialismo venisse un po’ alla volta rimosso, arrivarono il be-bop, la pop art, la tecnica del tape-loop, il minimalismo, Riley, Reich, Glass, Adams, Nyman, Lloyd Webber e persino Paul McCarthy e John Lennon… Infatti mentre la musica “colta”, o forse a questo punto dovrei dire “scientifica”, si autodistruggeva in quella specie di guerra civile ingaggiata contro se stessa, gli ascoltatori si ritiravano dalle sale da concerto e se prima avresti ancora potuto trovare qualche contatto tra il motivetto fischiettato per strada e quanto veniva eseguito in luoghi più seriosi, ormai c’era l’abisso. Ma alla gente non puoi impedirgli di cantare! Quindi la musica leggera, all’istante comprensibile e abbordabile, riempì il vuoto creato dall’eccessiva cervelloticità delle creazioni d’arte, conobbe un geniale rifiorire, e il pubblico dei concerti, bruciato da troppe sperimentazioni che non avevano portato da nessuna parte, si assottigliò e sperse.

Ora chiamatela come volete, musica seria, musica colta, musica alta, musica d’arte, grande musica, musica forte, musica storica, persino musica pesante a fronte di quella definita leggera! Per favore, però, non chiamatela “musica classica”! L’ambito a cui penso e a cui mi rivolgo ascoltandola è troppo vasto per poter restare imprigionato in una definizione che riguarda un cinquantennio viennese tra fine ‘700 e inizio ‘800. E quale che sia la denominazione che scegliete, tenetevela ben stretta e ricordate che chi la dà per spacciata è solo un pigro che non ha voglia di cercare. Lo stesso Schoenberg non ammise forse che “c’è ancora tanta buona musica in do maggiore da scrivere”?

Ormai stiamo viaggiando nel postmoderno. Oggi, quando il caso ci porta ad ascoltare qualche mostro sacro delle fu-avanguardie del ‘900, come di recente mi è successo, ad esempio “Mosè e Aronne” di Schoenberg o “Le Marteau sans Maître” di Boulez, non si può non ammirare la grandezza visionaria e astratta, la violenza costrittiva, di quel pensiero; ma si comprende anche quanto esso sia in sostanza superato. Alla dodecafonia, utile ad esprimere sentimenti di angoscia o spaesamento, manca la base su cui dalla notte dei tempi la musica si è sempre fondata – il ritmo – per cui è rimasta ferma in un tragico impasse. Mentre ascoltavo mi tornava in mente un mio antico (e forse opinabile) pensiero: cioè che la vera rivoluzione, la vera novità musicale di tutto il tormentatissimo ‘900, non è stata la dodecafonia, ma il jazz. Non parlo di amabili sciocchezzuole come “Un Americano a Parigi” di Gershwin, parlo del jazz colto che ha saputo conquistarsi uno spazio gigantesco, modificarsi e variarsi nel più estroverso dei modi. Mentre le superbe avanguardie europee si ergevano e morivano, il jazz seminava liberamente stili, tecniche, modi d’essere e generi a non finire. Basato inizialmente sul solo ritmo, al contrario della dodecafonia è poi riuscito a trascendersi, e specie oggi, in cui ha conquistato anche i tempi di “andante” e persino di “adagio”, è diventato la sola novità musicale vincitrice su scala mondiale.

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Luisa Forlano
Luisa Camilla Forlano è nata a Boscomarengo, in provincia di Alessandria, e vive a Torino. Oltre all’amore per la Musica coltiva assiduamente quello per la Storia, in particolare per l’antichità classica, ma anche per i secoli a noi più vicini, quelli della rinascita della ragione. Ed è stato nel desiderio di far rivivere alcuni momenti storici cruciali che si è affacciata al mondo della narrativa: nel 2007 col suo primo romanzo “Un punto fra due eternità”, un inquietante amore ai tempi del Re Sole; e poi con “Come spie degli dèi” (2010), che conserva un aggancio ideale col precedente in quanto mette in scena le vicende dei lontani discendenti del protagonista del primo romanzo. In entrambe le narrazioni la scrupolosa ricostruzione storica costituisce il fil rouge da cui si dipanano appassionanti vicende umane, fra loro differenti, ma fortemente radicate nella realtà storica del momento.

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