L’arte è assimilabile ad una porta che conduce chi l’attraversa verso la visione di nuovi orizzonti, è affine ad un varco che rende l’osservatore capace di superare il “sé” ordinario e di immergersi nella parte profonda della spiritualità, mentre il pensiero affonda negl’inferi della coscienza individuale e nella cultura collettiva lambendo la consapevolezza dell’ignoto. Perdersi dinanzi ad un’opera d’arte implica l’abbandono della quotidianità, significa rinascere nella dimensione dell’improbabile (seppur possibile) ed intanto percepire una comunicazione con la storia e con l’anima di coloro che ci hanno lasciato in eredità un’interpretazione inconsueta del mondo.

La memoria rende attuali i Maestri del passato: essi ci coinvolgono nella propria esistenza per mezzo di forme che sono state evidenziate nella materia, profilate nella luce, delineate nell’oscurità.

In relazione al tema della porta, numerosi ed affermati autori, nazionali ed internazionali, hanno presentato i propri lavori nella mostra “La porta nuova”, allestita presso il Teatro Paesana in via Bligny 2 (Torino) e curata, come il catalogo, da Ermanno Tedeschi.

L’Associazione Culturale Acribia si è occupata dell’organizzazione.

Gli artisti hanno fornito poliedriche raffigurazioni dell’idea di “passaggio”: Tobia Ravà immagina quale “Varco celeste” l’ingresso di un tempio fittamente adornato di simboli numerici ed Edoardo (Dado) Schapira vede nella comunicazione letteraria una via verso la libertà.

Giorgio Avidgor fotografa l’effigie di un candelabro a sette bracci scolpito su ante lignee, mentre Franco Di Pede lascia spazio all’intuito in un collage nel quale prevale il bianco; Riccardo Cordero descrive altresì con il bronzo l’aspirazione ad un’inquietante ascesa.

Gianni Turin tratteggia sagome di volti quali custodi di luccicanti fenditure, anziché costruire un battente con le lampadine come ama fare Giovanni Albanese.

Sam Havadtoy esorta il visitatore a non rimpiangere nulla, mentre Ugo Nespolo celebra la “Porta Santa” della Basilica di San Pietro. Giuseppe Labianca propone un “Rebus” in cui un suonatore di violino si esibisce dinanzi ad una porta punteggiata di astri, tema “cosmico” ripreso da Francesca Duscià che relaziona l’immagine del “buco nero” scoperta di recente con arcaiche scritture.

Giorgio Di Palma foggia con il gres un’empatica scimmia; Samuele Mollo invece fotografa contrasti di luce che rimandano ad un malinconico abbandono.

Roberto Tomasi antepone porte dalle svariate origini a cieli cosparsi di nuvole; Jessica Carroll plasma nella terracotta forme in bassorilievo e fessure, a differenza di Gabriela Turola che dipinge trenini, aquiloni, figure umane ed animali ambientati in un paesaggio con “accessi dimensionali” al cielo stellato.

Si alternano porzioni di corpi umani e ferini nell’opera “Adamo ed Eva” di Camilla Ancilotto; Paola Di Salvo inoltre ritrae “infilate” di locali in disuso ed Enzo Isaia –attualmente presente al Museo della Montagna- fotografa un personaggio “ai margini” della società.

Barbara Nejrotti comunica la gioia di rischiare, mentre Paolo Amico riflette e distorce le prospettive dei portici antistanti la stazione di Porta Nuova e Carla Chiusano raffigura un commiato.

La scultura di Delta N.A. suscita intensa suggestione in virtù di un misurato equilibrio di ombre ed il dipinto di Howard Fox genera la curiosità di seguire il protagonista della scena rappresentata; Avivit Segal concepisce invece un’opera elaborata, tra mimesi ed astrattismo.

Il colore è fondamentale tanto per Lello Esposito quanto per Carlo Galfione, l’uno gestuale, il secondo meditativo, sebbene il bianco, il nero ed il rosso siano sufficienti ad Adi Kichelmacher per creare un’efficace composizione.

Edgardo Giorgi disegna un “Cerbero” per nulla minaccioso.

Una mostra ben allestita, ricca di contenuti, che invita alla riflessione.

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