È venuta a Caselle per raccontare l’orrore dell’Olocausto. Si parla sempre più spesso di Shoah, ma Marisa Errico Catone, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti per pura fortuna, ci dice: “É molto importante ricordare tutte le vittime dell’Olocausto.“

Furono tredici milioni le vittime del nazifascismo, ma solo sei di questi erano Ebrei, ed erano destinati ad un totale e sistematico annientamento, gli altri erano uomini e donne e bambini di qualunque età, rastrellati nelle città e nelle campagne per colpe che non avevano commesso, a causa della loro appartenenza politica o religiosa, o per sfruttarli come schiavi nei campi di lavoro coatto. Zingari, serbi, membri dell’intellighenzia polacca, oppositori della resistenza di tutte le nazionalità, tedeschi oppositori del nazismo, omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti abituali, slavi, malati di mente, disabili e “asociali”, come, ad esempio, mendicanti, vagabondi e venditori ambulanti: tutti costoro, rappresentavano una minaccia per il regime e quindi, correvano il rischio di essere perseguitati.

Marisa Errico Catone è una donna di 85 anni che sfida il tempo con energia intellettuale e vivacità, e da molti anni porta la sua esperienza di testimone dell’Olocausto nelle scuole italiane. Lunedì 27 gennaio è arrivata pure qui, a Caselle, anche se non fisicamente. Ha infatti partecipato in video conferenza alla serata per celebrare la Giornata della Memoria, organizzata in Sala Cervi dalle Associazioni NonSoloContro, Anpi e Aegis, in collaborazione con l’Assessorato alla cultura del Comune di Caselle, per raccontare la storia della sua deportazione nei lager di tutta Europa nel periodo tra il 1944 e il 1945.

Marisa ha parlato ininterrottamente per un’ora di fila, quasi senza prender fiato – di fronte ad una sala gremita di pubblico – rispondendo alle domande di Nadia Bergamini, di NonSoloContro e raccontando quell’esperienza giovanile provante: paurosa, sofferente e orribile, che oggi è un ricordo ancora vivido e toccante “da portare addosso come uno zaino”. Un’esperienza, come ribadisce continuamente “da conoscere per non ripetere”.

Erano gli ultimi anni della guerra, i bombardamenti frequenti e ripetuti convinsero la famiglia Catone a prendere la decisione, coraggiosa quanto incosciente, di raggiungere la famiglia materna in Boemia. Al momento di presentare i documenti di viaggio, un funzionario delle SS, si insospettì quando vide il cognome della madre di Marisa e lo confuse con quello di un intellettuale ebreo antinazista, Franz Werfel, che all’epoca dei fatti era emigrato in Francia e poi negli Stati Uniti. Il cognome del nonno paterno era invece Wörfel e non era ebreo. Questo errore le costò l’arresto e l’immediata deportazione. Partirono da Treviso per un viaggio lunghissimo che li condusse attraverso i campi di concentramento di tutta Europa: da Bolzano, Innsbruck e Vienna, fino alla deportazione e all’internamento in vari campi di concentramento boemi, tra cui Theresienstadt e Brandsdorf. I documenti che accertavano la loro origine cattolica e potevano rappresentare la salvezza, li inseguivano ovunque andassero ma, o per caso o per volontà, non li raggiungevano mai in tempo, fino a che non arrivarono a Theresienstadt. Il racconto di Marisa Errico Catone è appassionante quanto commovente e tragico, soprattutto perché i fatti vengono filtrati attraverso gli occhi di una bambina inconsapevole e ingenua: all’epoca infatti aveva solo otto anni. La vita da deportata nel campo è stata difficilissima per Marisa come per tutti, bambini e adulti. Il suo unico conforto? La sua marionetta Bibì, amica, confidente, compagna di giochi: unica occasione gioiosa fra i bambini all’interno dei reticolati.

Quelle memorie oggi sono racchiuse in un libro che è stato pubblicato nel 2011 “Non avevo la stella”. La testimonianza di una bambina deportata per errore. È un’idea che è stata realizzata solo dopo una lunga “gestazione” di quasi settanta anni, e narra con lucida partecipazione, gli orrori della deportazione che visse tra 18 febbraio 1944 e 15 luglio 1945. A convincerla di mettere nero su bianco quelle memorie non fu solo la certezza che fosse necessario lasciare la sua testimonianza ai posteri. Più sentiva il bisogno di raccontare quelle vicende, più l’incredulità della gente la turbava, creando in lei un senso di colpa che la spingeva a rimuovere dalla memoria le sofferenze patite. Ma la molla che la spinse a raccontare in un libro le nefandezze di cui fu testimone fu l’atteggiamento negazionista e riduzionista di chi ha avuto il coraggio di smentire l’esistenza delle camere a gas o di sminuire la portata di uno sterminio come quello perpetrato nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

In seguito al saluto del Sindaco Luca Baracco e dell’Assessore Erica Santoro, la scrittrice ha poi risposto con una raccomandazione: “Che non si perda mai la volontà di riflettere di queste esperienze, e che si parli sempre con franchezza e sincerità ai giovani.” Infine un augurio alle generazioni presenti e future: “Vi auguro di passare attraverso gli anni senza portare addosso uno zaino così pesante come quello che porto io”.

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