UnaVocePocoFaWEB“Giovane Scuola” è una definizione, nata all’epoca in ambito giornalistico e oggi accolta dalla musicologia, che identifica i compositori d’opera italiani attivi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Come definizione è assai più calzante di quelle, in voga negli scorsi decenni, che collegavano questi musicisti alla coeva corrente letteraria del Verismo. Infatti, parlare di verismo nel teatro d’opera è quanto mai inappropriato: perché, se ci si riferisce ai soggetti messi in scena, veristi sono solo alcuni titoli musicati in quel giro d’anni, direttamente tratti dalla letteratura verista, come “Cavalleria rusticana” di Mascagni; ma non lo sono certo la maggior parte delle opere scritte da Mascagni stesso e dai compositori a lui contemporanei, i cui soggetti si rifanno a una grande varietà di generi, dal dramma storico alla tragedia di ambiente esotico alla commedia borghese all’operetta. Se ci si riferisce invece a uno stile musicale, come si può attribuire l’etichetta di “verista” a una forma d’arte, come il teatro d’opera, che fa parlare i personaggi cantando, cioè con un fondamentale anti-realismo, radicalmente opposto a quella che era la poetica del verismo letterario?

Chiarito il significato del termine, bisogna dire che i compositori della Giovane Scuola (Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Catalani, Cilea, Giordano, Zandonai, per citarne alcuni tra i più celebri) ebbero un grande successo a loro contemporaneo, la cui onda si protrasse, chi più chi meno, fino al secondo dopoguerra. Poi, con la sola eccezione di Puccini, di ciascuno di loro rimase in repertorio un solo titolo, e talvolta nemmeno quello; gli altri caddero nell’oblio con la scomparsa della generazione dei solisti e degli spettatori che li avevano visti nascere. In tempi recenti, dopo la riscoperta del teatro d’opera barocco e di tanti titoli dimenticati dei grandi operisti dell’Ottocento, una nuova attenzione si sta rivolgendo alla Giovane Scuola, sia da parte degli studiosi, sia da parte dei teatri, che ‒ più all’estero che in Italia, come spesso accade ‒ hanno iniziato a esplorare i cataloghi dei compositori di quella generazione, permettendo anche al grande pubblico di apprezzarne la varietà. Negli ultimi anni sono stato spettatore della “Wally” di Catalani (Ginevra e poi Reggio Emilia), di “Mala vita” di Giordano e “L’oracolo” di Leoni (Wexford, uno dei festival più impegnati nella riscoperta della Giovane Scuola), “Isabeau” di Mascagni (Londra, festival di Holland Park) e “Zazà” di Leoncavallo (Londra, Barbican Hall). Anche la Scala di Milano ha dato un suo contributo, con “La cena delle beffe” di Giordano e “Francesca da Rimini” di Zandonai. Insomma, se è ancora presto per parlare di una risurrezione della Giovane Scuola, non si può che apprezzare questo rinnovato interesse per un segmento significativo della storia del nostro melodramma.

“Risurrezione” è anche il titolo dell’opera di maggior successo di Franco Alfano, tratta dall’omonimo romanzo di Tolstoj, scritta nel 1904 e ripresa nel gennaio scorso a Firenze, in un allestimento prodotto al festival di Wexford nel 2017. Alfano ‒ ai più noto soltanto per aver completato il finale della “Turandot” pucciniana ‒ intende trattare con realismo la tragedia sentimentale e psicologica della protagonista Katiusha, e vi riesce con mirabile intensità nel II atto: questo si svolge in tempo reale (come sottolinea l’orologio che la regista Rosetta Cucchi ha posto con acume al centro della scena) in una stazione ferroviaria, nella quale Katiusha, incinta, cerca di incontrare l’uomo che l’ha sedotta e abbandonata, ma, dopo un’estenuante attesa, non riesce che a vederlo passare in distanza e salire su un treno che subito riparte.

Se la Giovane Scuola fu un fenomeno italiano, non mancarono, nelle altre nazioni, in quegli stessi anni, esperienze parallele, che, pur ciascuna con le proprie specificità, cercavano nuove modalità espressive rispetto al teatro d’opera romantico. Tra i frutti di queste ricordiamo il caso di “Violanta” (1916) di Erich Wolfgang Korngold, che il Regio di Torino ha proposto il mese scorso in prima esecuzione italiana, come titolo più raro e curioso della programmazione stagionale. La preponderanza del tessuto sinfonico e lo sviluppo della trama, che è quasi la traduzione drammatica di una seduta di psicanalisi, rivelano chiaramente l’ambiente viennese nel quale Korngold si era formato; e l’uso della voce vuole delineare un ritratto dei personaggi fin dal loro modo di cantare. Dispiace constatare che l’impegno del Regio e del Teatro del Maggio Fiorentino nel proporre titoli così sfiziosi non abbia raccolto grandi riscontri nelle presenze del pubblico: a Firenze, anzi, la sala era decisamente più vuota che piena. Lo spettatore italiano medio deve ancora abituarsi a pensare che il teatro d’opera non è fatto solo da pochi titoli celebri.

Marco Leo

QUESTO MESE AL BOTTEGHINO…

Unione Musicale: al Conservatorio, il 19 febbraio concerto di musica rinascimentale e barocca con l’ensemble Hespèrion XXI diretto da Jordi Savall. Il 4 marzo recital di Alexandra Conunova (violino) e David Kadouch (pianoforte), in programma musiche di Debussy, Ravel, Beethoven (Sonata “a Kreutzer”). L’11 marzo si esibisce il Trio di Parma nel secondo concerto della serie dedicata ai Trii di Beethoven e di Kagel.

Filarmonica: il 18 febbraio, al Conservatorio, “Spring Time”, concerto dedicato all’avvicinarsi della primavera diretto da Marco Angius; musiche di Wagner e Schumann.

Polincontri Classica: il 9 marzo, alle 18 al Politecnico, “Primavera nella steppa”, con il duo Luca Magariello – Cecilia Novarino (violoncello e pianoforte) che interpretano tre sonate di Mjaskovskij, Prokof’ev e Cajkovskij; introduce Attilio Piovano.

Orchestra Rai: il 21 febbraio John Axelrod dirige il Concerto di Carnevale. Il 5-6 marzo Fabio Luisi interpreta la Sinfonia n. 4 di Mahler (soprano Ekaterina Bakanova), preceduta dalle Variazioni e fuga su un tema di Beethoven di Max Reger.

Concerti Lingotto: il 7 marzo la SWR – Symphonieorchester Stuttgart, diretta da Teodor Currentzis, propone il poema sinfonico Morte e trasfigurazione di Richard Strauss e la Sinfonia n. 1 di Mahler. Il 10 marzo, per la stagione dei giovani, recital pianistico di Aristo Sham; in programma Debussy e Chopin.

Teatro Regio: fino al 22 febbraio Nabucco di Verdi, con Giovanni Meoni, Saioa Hernandez, Stefan Pop, Riccardo Zanellato (cui si alternano Damiano Salerno, Csilla Boross, Robert Watson, Ruben Amoretti), direttore Donato Renzetti, regia di Andrea Cigni. Il 16 e il 22 il protagonista è interpretato da Leo Nucci. Dall’11 marzo La bohème di Puccini, con Dinara Alieva, Jonathan Tetelman, Hasmik Torosyan, Massimo Cavalletti (cui si alternano Maria Teresa Leva, Valentin Dytiuk, Paola Antonucci, Italo Proferisce), direttore Daniel Oren, regia di Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi. Il 28 febbraio concerto sinfonico diretto da Nicola Luisotti, durante il quale il baritono Christoph Pohl interpreterà i Kindertotenlieder di Mahler, che affiancano pagine di Mendelssohn e Sibelius.

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