In questo periodo di forte confusione esistenziale, in cui si è forzatamente relegati presso i propri domicili, i dubbi e le incertezze ci assalgono come rapinatori nella notte buia e ci espongono nudi di fronte alle nostre fragilità. Non aiuta di certo il nostro poco allenamento a confrontarci con il mondo interiore, presi sempre dall’incessante ritmo quotidiano. Almeno era così fino a qualche tempo fa. E Il flusso mediatico caotico e contrastante non facilita la situazione, anzi ci pone in una condizione di perenne disorientamento.

L’angoscia è diventata la principale sensazione con la quale confrontarci ora e che ritorna con tutte le sue connotazioni ataviche di cui non avevamo mai avuto un’esperienza diretta, almeno di questa portata. Galimberti ci insegna proprio come l’angoscia sorga da un pericolo indeterminato come lo è un virus, che è invisibile, che chiunque ne può essere portatore e che può avere effetti mortali. Il filosofo precisa, inoltre, che l’angoscia si differenzia dalla paura, quest’ultima per certi aspetti positiva nei limiti dei quali ci tiene lontano da una determinata situazione dannosa. È proprio l’indefinibilità della minaccia che genera apprensione e insicurezza. Siamo di fronte ad un evento imprevedibile, che ha colti tutti di sorpresa. Solo Stati come Hong Kong, Singapore e parte della Cina (la provincia del Guangdong) hanno saputo adottare comportamenti già messi in pratica per contenere il contagio da SARS nel 2002 ed hanno avuto per questo un numero di decessi minore. Questo periodo ci impone un senso di responsabilità ancor maggiore del solito ma dobbiamo fare attenzione a non cadere in quella che definisco “la sindrome di Don Abbondio”, riferimento al personaggio del celebre romanzo manzoniano. Non tanto per Don Abbondio in sé, che può essere accusato per il suo carattere pusillanime, ma per il clima di persecuzione e sospetto che non ci rende così distante da un uomo del Seicento. Ci dovrebbe far riflettere proprio l’episodio de I Promessi Sposi nel quale Renzo, alla ricerca di Lucia nella Milano colpita dalla peste, si avvicina ad un’anziana per avere indicazioni allo scopo di raggiungere il lazzaretto e questa donna, scambiandolo per un untore senza alcuna evidente ragione, si mette a gridare:“L’untore! dagli! dagli! dagli all’untore!”. Renzo riesce appena in tempo a fuggire dal linciaggio di una folla inferocita. Ancora lo stesso Manzoni nel suo saggio storico La colonna infame ci rende partecipe della vicenda, avvenuta nel 1630, di due vittime condannate a morte, Gian Giacomo Mora, di professione barbiere e Guglielmo Piazza, commissario di sanità, con l’accusa proprio di essere stati responsabili della diffusione del contagio pestilenziale. Dopo averli giustiziati in pubblico, le autorità distrussero la bottega del Mora erigendo al suo posto proprio la colonna infame.

I desolati scenari delle nostre città, le pattuglie delle forze dell’ordine in costante perlustrazione e le code per entrare nei supermercati sono immagini che rimarranno impresse nella nostra memoria in modo indelebile. Come si fa a non essere d’accordo con il giornalista Federico Rampini quando dichiara che: “Questa è la nostra guerra mondiale da combattere?” I numerosi slogan, dall’ ”Io resto a casa” al “Più distanti per essere più uniti”, sono moniti a prenderci cura di noi stessi, dei nostri cari, della nostra comunità e della nostra nazione. Quello che personalmente mi spaventa è che, terminata l’emergenza sanitaria, dovremmo affrontare nuove difficoltà economiche e soprattutto psicologiche. Ho letto un articolo nel quale il comandante della polizia municipale di Torino, Emiliano Bezzon, segnala un aumento preoccupante dell’aggressività a causa della quarantena e ciò ha provocato in una sola giornata la necessità di eseguire nove trattamenti sanitari obbligatori (Tso). Per chi avrà perso il proprio lavoro, per chi dovrà ricostruire il presente dopo un periodo nel quale si è stati privati delle libertà che mai avremmo lontanamente immaginato ci privassero, per chi non ha solide basi psicologiche ed affettive, per tutti costoro si apre un periodo di forte disagio che può sfociare in tensioni sociali. Per gli altri, invece, toccherà riappropriarsi dello spazio della socialità, recuperando le relazioni che prima rappresentavano la normalità. Se ripenso alla frase aristotelica che “l’uomo è animale razionale e sociale”, sono abbastanza convinto sulla seconda caratteristica attribuita all’essere umano dal filosofo ellenico, mentre sulla prima, la razionalità, possiedo seri dubbi soprattutto alla luce di quanto è avvenuto a seguito di annunci istituzionali da parte del nostro Presidente del Consiglio, dopo i quali gli scaffali delle corsie dei supermercati o i binari delle stazioni ferroviarie venivano letteralmente presi d’assalto. Tutto ciò, comunque, ci mette di fronte ad una verità assoluta della vita: la sua precarietà. È forse questa la consapevolezza più dura da digerire ma è anche quella che ci può salvare la vita stessa.

Forse solo a distanza di decenni e dopo alcune pellicole hollywoodiane con cast stellari verrà a galla tutta la verità della faccenda che stiamo vivendo. Qual è l’origine del Covid-19, quali sono le spiegazioni della sua diffusione a livello globale, quali sono state le sue effettive conseguenze. Intanto la borsa in questi giorni è crollata ed è un segnale preoccupante visto che dal 2008 in avanti abbiamo preso coscienza di quanto la nostra esistenza sia fortemente legata alla finanza e a tutto ciò che le ruota attorno. Qualche esperto di economia vede in tutto ciò il fallimento della globalizzazione e della delocalizzazione produttiva e un ritorno ad una industria nazionale.

Come molti periodi di crisi accaduti nella storia dell’umanità, anche questo rappresenta una prova da superare, ma anche un’occasione per immaginarci migliori. Mi auguro non sia l’ennesimo fallimento della nostra, fin troppo corta, memoria. Vorrei poter disporre di un approccio fiducioso come quello di Maurizio Ferraris, filosofo e docente del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione all’Università di Torino, il quale in un’intervista dichiara che: “Dopo esperienze scioccanti si fa sempre tesoro di questo”. In Kafka sulla spiaggia Murakami, invece, ci rende partecipi di una profezia sull’individuo: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio… Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato.” Ecco, l’augurio che mi e vi faccio, è quello di essere migliori di prima avendo come fonte di ispirazione quanto stia facendo il personale medico, che desidero ringraziare perché con il loro sacrificio sono uno dei rari esempi positivi dei giorni nostri. I medici, gli infermieri e gli operatori sanitari stremati sono impegnati in prima linea in una lotta impari per salvarci la vita correndo il rischio di compromettere la propria. Non esiste insegnamento più grande.

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