Attaccàti all’ATECO

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L’accento va sulla terza “a” e lo rende il participio passato del verbo attaccàre, benchè l’espressione sia profondamente innestata nel tempo presente. Ma se anche l’accento scivolasse per sbaglio sulla seconda “a”, poco male: ci sta pure l’imperativo. Quanto all’ATECO, si tratta di una strana bestiola che rimane rintanata per anni nei protocolli delle camere di commercio, nei faldoni di notai e commercialisti e nelle cartelle degli uffici amministrativi. Si annida lì, in letargo, o magari in agguato, apparentemente innocua ed estranea alle quotidiane vicende del lavoro vero. Quando si manifesta, lo fa timidamente, di sfuggita, in forma di distratti codici alfanumerici, tramite i quali si identifica nientemeno che l’AT-tività ECO-nomica svolta dall’Azienda. Solo un’altra volta mi è capitato di assistere ad un’incursione, energica e persistente, dell’ATECO nel mondo reale, nel dicembre del 2011, quanto un provvedimento della conferenza stato regioni declinò i principali obblighi formativi in azienda proprio su quelle inesplorate combinazioni alfanumeriche: di colpo un’astrazione impalpabile, buona al massimo per i collegi sindacali, ricadeva pesantemente nella vita di fabbrica, condizionando durate e contenuti dei corsi e inchiodando legioni di lavoratori alla gerarchia dell’alto, medio o basso rischio. C’erano pure, allora, deroghe e casi particolari, ma la sostanza era quella. La bestiola era uscita dalla tana e aveva lasciato il segno. Un segno rilevante, questo sì, ma non erano poi questioni di vita e di morte… Ecco, questioni di vita e di morte, appunto, di salute e di malattia. Allora no. Ora sì. Chi l’avrebbe mai detto che nel marzo 2020 lo schivo ATECO sarebbe ripiombato all’improvviso nella brulicante esistenza di milioni di lavoratori e dei loro datori di lavoro, in un momento in cui la quotidianità era già smarrita nelle contorsioni dell’emergenza virale e in cui gli orizzonti, personali e professionali, erano già offuscati da coltri di incertezze. Ecco che, in una lenta, surreale domenica di inizio primavera, silenziosa come solo la quiete prima della tempesta, gli insidiosi codici alfanumerici si avventano sulle trame del tessuto economico e vi affondano i propri artigli affilati. Qui con precisione chirurgica, lì con zampate grossolane. Un momento dopo ci si trova a dare i numeri: questo c’è, questo no, il mio l’ho visto, il tuo manca. È bastata una scarna griglia, allegata ad un decreto crepuscolare, per sancire chi, in regime di coronavirus, avrebbe chiuso e chi sarebbe rimasto aperto, chi sarebbe rimasto a casa e chi sarebbe andato ancora al lavoro. Non senza eccezioni e sfumature, ovviamente, e con gli immancabili, audaci esercizi di “mirror climbing”. Questa volta sì l’incursione tocca elementi strutturali e tasti vitali, per le persone impaurite dal virus, certo, ma anche per le aziende relegate in un limbo da cui chissà quando, chissà come e chissà se usciranno. Nell’emergenza sanitaria in corso, che come si poteva prevedere è giunta imprevista, molte cose appaiono più importanti di quanto sembri in tempo di pace, cose che ci ripromettiamo di considerare di più e meglio quando sarà finita, di tenercele più attaccate. Una è il codice ATECO. Magari non sta proprio in cima alla graduatoria, però oggi, 25 marzo 2020, il giorno di chi si ferma e di chi prosegue, oggi forse anche sì.

Alberto Vicentin, direttore del mensile
“In Paese” di Brendola (VI)

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