Nell’angolo che mi è riservato vorrei poter scrivere: ”È finita, è passato tutto!” Oggi però non posso saperlo.
Come chissà quante persone, scrivo qualche brandello di diario, da rileggere quando tutto questo mi sembrerà un brutto sogno.

Domenica
Mi piacerebbe davvero essere in grado di scrivere qualcosa di intelligente o consolatorio o divertente sull’attuale situazione, ma non ne sono in grado e credo che l’infinita varietà delle situazioni che hanno in comune solo la forzata reclusione nelle nostre abitazioni non permetta di avere una parola giusta che valga per tutti. Sarebbe diverso se avessi ancora venti, trenta, quarant’anni? Quello che in me sta diventando sempre più evidente (non so se per l’età o per l’esperienza maturata in questi anni) è che mi è difficile credere e avere fiducia in quello che mi arriva dai media. L’ho persa la fiducia nella verità  da Ustica in poi, l’ho persa dalla caduta dei grandi partiti colmi di ideali, l’ho persa dalle stragi senza colpevoli, l’ho persa dall’offuscamento di figure che erano apparse ideali, dalla scoperta dei doping nei grandi dello sport. L’ho persa quella bella fiducia nelle cose e nelle persone. Non mi sono abbattuta, ma ho deciso che potevo fare come le scimmiette sagge della tradizione giapponese: non vedo, non sento, non parlo. Mi ero creata una bolla felice in cui poter galleggiare separata dalle cose che non mi piacciono. Nella bolla ho sistemato la famiglia, gli amici più cari legati da amori condivisi come la pittura, la poesia, la lettura, la scrittura, il ballo, i ricordi e dalla bolla mi sono mossa solo con legami virtuali verso gli “amici” internettiani. Il coronavirus ha rotto anche la bolla. Via i contatti fisici, via le attività e le chiacchierate con le amiche, via le due ore di ballo capaci di rigenerarmi in allegria. Sono rimasti i contatti fb, i whatsapp, ma anche questi li vivo con diffidenza: perché non riesco a gioire e partecipare al grande fratello italiano che si affaccia ai balconi per cantare, battere le mani, suonare? Perché penso che sia solo un volersi mettere in evidenza a tutti i costi, a dispetto del vicino che muore e che mai abbiamo tentato di salutare in tempi normali? Perché penso a tutti quei giovani che avevano un lavoro precario, se ce l’avevano e ora non sanno come faranno a sopravvivere?

Lunedì
Qualche rumore in più fuori. Una parvenza di normalità. Passano cani che portano i padroni a prendere una boccata d’aria o un po’ di virus. Spengo il notiziario che mi suggerisce contrasti tra nord e sud Italia per la costruzione di nuovi ospedali in Lombardia. Ancora mi devo difendere dalla stupidità?
La mamma 95enne mi racconta per l’ennesima volta le profezie di Castrun. Vendeva pastiglie miracolose nei paesini del Piemonte; con lunghissime unghie nere le prelevava dalla scatola e intanto profetizzava: “Verrà un tempo in cui quando finalmente incontrerete un altro uomo lo abbraccerete e farete festa!” Me la raccontava già quando ero piccola, ma ora sento che ha sempre galleggiato nel mio subconscio. Invece di riderci su, la preoccupo dicendo che magari aveva ragione. Non ricorda più come un tempo e in questa emergenza forse è una fortuna, so già che me lo ripeterà domani. Castrun mi perseguita!

Martedì
Nella storia di famiglia c’era un marzo zeppo di compleanni: due sorelle, un figlio, due nipoti, una cugina, un’amica…e allora preparavo la cena dei pesciolini, con menù a base di pesce e perfino le pagnottelle di pane allungate come sardine! L’avevo proposto a inizio febbraio anche per questo 2020…ma tutti avevano nuovi impegni e prospettive: dal viaggio, alla settimana bianca! E invece guarda che botta questo coronavirus: tutti i festeggiati al chiuso, in solitaria riflessione: auguri via internet e rimpianto delle gioie che forse non abbiamo saputo assaporare a pieno.
Tolgo il velo da sposa alle piante grasse. Un sedum è già tutto fiorito di giallo. Intanto sbocciano i tulipani che ci ha regalato la contessa di Pralormo (tutti i bulbi dell’anno precedente vengono estirpati per lasciare posto ai nuovi e ne aveva regalato un bel sacchetto anche a noi che dovevamo partecipare quest’anno, come avrete letto nel numero di marzo, a Messer Tulipano 2020,… che ovviamente è stato annullato)
Un gioco sempre ritenuto …patetico su fb, mi fa incontrare virtualmente un sacco di amici, compagni di scuola, di vacanze. Sento in ognuno la gioia di ricordare momenti irripetibili. Penso a quanto sia importante raccontare le proprie emozioni, sempre, senza aspettare che un virus qualsiasi ci porti via la possibilità di farlo direttamente. E non è necessario farlo per illudersi di pubblicare come fa una gran quantità di aspiranti scrittori. Scriviamo, scriviamo. Anche perché la memoria fa brutti scherzi!

Mercoledì  
Il mercoledì era il mio giorno sacro.(Avevo scritto…è) Mattino acquerello, pomeriggio scuola di ballo. Era la mia ricarica personale e di gruppo, perché otto amiche venivano da me a dipingere dalle 9 alle 12 e nel pomeriggio altri amici si trovavano al Fogolar Furlan per imparare a ballare latino- americano. Imparare, dovrei aver imparato dopo anni e anni di scuola, ma come dicevo era la mia personale palestra per il corpo e lo spirito.
In mezzo restavano tutte le altre mansioni …casalinghe, ma devo dire che rinascevo e mi caricavo di ottimismo e allegria il mercoledì. E questo è il quarto mercoledì senza. Naturalmente whatsapp permette di condividere, di continuare a mantenere il contatto: si dipinge, si balla, ma  non è la stessa cosa.

Giovedì
San Giuseppe! Festa del papà. Cerco una foto di mio padre. Ho per fortuna raccolto in album fotografici la nostra storia. È così difficile continuare gli album ora che le fotografie sono innumerevoli e perfette e tutte in qualche cartella del computer, o in qualche chiavetta, o si perdono nel vortice dannato di questo tempo accelerato che abbiamo imposto al nostro vivere! Ma oggi più che mai sono felice di aver raccolto stagione dopo stagione la storia di famiglia. Mi perdo a guardare anno dopo anno nascite, feste, vacanze, matrimoni. Leggo le didascalie buffe che ci ho infilato. Le guarda anche mamma, incredula, sorpresa. Infine ritrovo il momento che cercavo: papà con mamma che tiene in braccio mio figlio Davide. In questa foto è come lo voglio ricordare, in tutte le altre è fotografato mentre lavora. A quante persone oltre a me, Achille ha regalato le sue mani operose, la sua intelligenza! Il ricordo più simpatico è di quell’anno che venuto in collina con noi, mi aveva chiesto cosa potesse fare. “Una panchina per sedersi a guardare la meraviglia di questo paesaggio!” avevo scherzato io, sperando di tenerlo un po’ fermo. Macchè! Dopo qualche ora in cima alla collina era pronta una panchina di legno. Aveva tagliato legna nel bosco, affumicato i pali, misurato, segato, inchiodato e sorriso alla nostra gioia.

Venerdì
Stamattina, un regalo: un video di Fabio Sartorelli per la Fondazione Bracco.
Coincidenze. Nel 1790, cioè 230 anni fa, a Torino un giovane francese litiga con il suo superiore e finisce consegnato agli arresti per 42 giorni nella sua abitazione. Decide allora di scrivere un libro, un capitoletto al giorno e ne nasce uno dei libri più amati e imitati nel corso dei secoli: “Viaggio intorno alla mia camera” di Xavier de Maistre. Il giovane s’incanta ad osservare gli oggetti persi nella quotidianità che improvvisamente riprendono interesse, gli fanno riscoprire se stesso e il legame che ha con loro. Alla fine di questo periodo di segregazione il giovane si esprimerà con grande gioia per la quotidianità riscoperta. Al momento di lasciare la camera, paese incantato della fantasia, pensa: ”Proprio oggi certe persone da cui dipendo pretendono di restituirmi la libertà, come se mi fosse stata tolta! Essi mi hanno vietato di percorrere una città, ma mi hanno lasciato il mondo intero!” Mi ha colpita la coincidenza con la nostra situazione e soprattutto mi sembra un messaggio importante affinché questa reclusione ci aiuti a riflettere e a salvaguardare fantasia e buoni ricordi. Nello stesso tempo scopro che la fondazione Bracco ha messo a disposizione su Youtube le conversazioni tenute in questi anni da Fabio Sartorelli, docente di Storia della musica al Conservatorio G.Verdi: dalla lettura della Bohème, al balletto Giselle, dalle nozze di Figaro al mito di Romeo e Giulietta! Approfittiamone per uscire da questo periodo, diversi, migliori.

Sabato
Ho ascoltato la canzone dei Dick Dick apparsa subito su whatsapp:”Il primo giorno di primavera”. Emozioni in lungo cammino, dal 1969.
Qualche battibecco su fb per questa mania di distorcere la verità: gira una poesia, bella, scritta secondo la “bugia mediatica” nel 1869. Invece no. È stata scritta ora.

Ma ecco un’amica segnalarmi invece un’altra poesia, drammaticamente attuale di Mariangela Gualtieri ed è quella che trascrivo, perché mi pare apra una riflessione che è in ognuno di noi, latente.

9 marzo 2020
Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.
E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.
Adesso siamo a casa.
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.
Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.
Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.
Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.
A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

Domenica
Le immagini dei camion militari in partenza da Bergamo con il loro carico di morti mi ha raggelato come uno dei pochi racconti di guerra di papà. Era in Sicilia nel ‘43 e fu incaricato di aiutare a stivare sui camion i corpi dei soldati morti, perché pochi se la sentivano. “Alla fine ti ci abitui come a una cosa normale, bisognava pur farlo!”

È domenica. Sento un richiamo di campane. Prego.

Martedì
Ieri sono uscita per fare la spesa per un po’ di giorni. Mascherina fai “me”, occhiali, guanti monouso. Ho solo tre persone davanti a me. Avevo pensato giustamente che tutti facessero scorte il sabato, così ho preparato pranzi e cene del fine settimana sfruttando tutto il possibile e facendo scorpacciate di …porcini. Esco dal supermercato dopo aver scrupolosamente depennato l’elenco. Mancano farina e lievito. Gli Italiani hanno riscoperto la panificazione! Torno a casa. Non potrei vivere così. Mi mancano…gli altri. Il saluto, la parola, l’abbraccio, persino lo sguardo.

Confido che al momento dell’uscita del numero di aprile, la vita ritorni con forza rinnovata..

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