C’è anche un nostro concittadino, appartenente ad una nota e stimata famiglia di imprenditori casellesi, proprietari di battitoi di carta, fra i 13 schiavi cristiani, prigionieri ad Algeri e liberati grazie all’intervento dei Padri Trinitari Scalzi di Torino. Il suo nome è Giovanni Battista D’Andrà, di anni 35. La sua liberazione è avvenuta, nel mese di luglio del 1739, grazie al pagamento di un riscatto di 649 lire savoiarde.

Una solenne processione
Sono le ore 21 del 18 ottobre 1739. Siamo a Torino, nella contrada di San Francesco da Paola. Questa contrada, posta tra le attuali via Po e via Cavour, prende il nome dalla chiesa e dal convento di San Francesco da Paola, eretti nel 1632. Nell’isolato all’angolo fra le attuali vie San Francesco da Paola e Santa Croce, i Padri Trinitari Scalzi avevano eretto la chiesetta di San Michele, dopo lo sfratto forzoso, avvenuto dieci anni prima, dalla chiesa, che portava lo stesso nome, posta nei pressi di Porta Palazzo.

Siamo a due passi da Piazza Carlina. Ed è qui che, con ogni probabilità, si è radunato il corteo per la solenne processione diretta al Duomo di San Giovanni.

Come è composto il corteo? Ne conosciamo ogni dettaglio, grazie al puntuale resoconto pubblicato nei mesi successivi[1]. In testa alla processione ci sono i membri della Confraternita dei Santi Maurizio e Lazzaro, che sfilano assieme a una banda di trombettieri e di timballi[2]. Segue un “corpo di musica a voci”, che intona il canto del Salmo In exitu Israel de Aegypto. Segue il Gonfalone del Riscatto, accompagnato anch’esso da una banda di trombettieri e timballi. Vengono quindi i festeggiati, e cioè i 13 schiavi riscattati, in saio bianco. Molti ragazzini vestiti da angioletti fanno parte del corteo: alcuni a sostenere i cordoni del Gonfalone, altri a portare come in trionfo le catene dei riscattati, altri ancora a far finta di trascinare gli ex-schiavi con nastri di colore rosso.
A chiudere il corteo, i Padri Trinitari Scalzi.

I Padri Trinitari Scalzi a Torino
L’Ordine della Santissima Trinità del Riscatto degli Schiavi fu fondato nel 1197 da S. Giovanni di Matha e S. Felice di Valois. La missione dell’Ordine era l’azione a soccorso degli schiavi cristiani, catturati dai pirati musulmani nelle loro scorrerie nel Mediterraneo. I pirati barbareschi avevano le loro basi principali nei porti del Nordafrica: Tripoli, Tunisi, Algeri, e da lì controllavano le rotte tirreniche e facevano rapide incursioni sulle coste di Spagna, Francia e Italia.

E negli stessi paesi si dislocarono i padri dell’Ordine dei Trinitari, suddivisi nelle due famiglie dei Calzati e degli Scalzi; gli Scalzi si differenziavano, dopo la riforma del 1576, per una maggiore osservanza della Regola originaria.

Nel Ducato di Savoia i Trinitari Scalzi arrivarono relativamente tardi, rispetto ad altri stati europei. A chiamarli a Torino fu la duchessa Giovanna Battista di Savoia Nemours, nel 1675, che concesse loro l’uso della chiesa di San Michele presso Porta Palazzo, dipendente dall’Abbazia di San Michele della Chiusa. Come già prima accennato, i padri furono costretti ad abbandonare la chiesa, nel 1729, per permettere la risistemazione edilizia e urbanistica della zona, secondo il progetto juvarriano, che prevedeva la rettifica dell’asse viario dell’attuale via Milano.

Come si svolgeva la missione dei Trinitari Scalzi? L’attività principale era la raccolta di fondi, direttamente o con l’aiuto di numerose Confraternite presenti sul territorio. Raccolti i fondi, periodicamente (ogni 6 o 7 anni) i Padri Trinitari di Torino, assieme confratelli di altri stati, si recavano nelle città barbaresche per trattare i riscatti.

Fondamentale, per il buon successo della raccolta fondi, era l’effetto “pubblicitario” garantito dalle pubbliche cerimonie per mostrare l’effettivo ritorno degli schiavi cristiani riscattati dalle grinfie degli infedeli. A Torino, fra il 1717 e il 1794, sono documentate una decina di queste cerimonie, che riguardano complessivamente 135 schiavi riscattati, dei quali 11 sono donne o bambini[3].

Il Te Deum nel Duomo
Ma ritorniamo alla suggestiva processione notturna del 18 ottobre 1739, che avevamo visto partire da piazza Carlina. Attraversato il cuore aulico di Torino, compresa, presumiamo, piazza Castello, la processione entra nel Duomo di San Giovanni. Spesso a queste solenni cerimonie sono presenti le Altezze Reali, ma non in questa del 1739, perché l’opuscolo già citato non ne fa cenno.

La funzione celebrata comprende un’orazione ufficiale, che è affidata nel caso specifico a Giovanni Paolo Ricolvi, Prefetto degli Studi di Belle Lettere nel Reale Collegio delle Provincie (che proprio in quell’anno vedeva realizzata la sua nuova sede in Piazza Carlina). Il testo dell’orazione è riportato integralmente nel già citato opuscolo, e ne occupa 21 pagine: prolisso ed enfatico, come nello stile dell’epoca, ve lo risparmiamo.

La cerimonia termina con un solenne Te Deum; quindi la processione ripercorre in senso inverso il tragitto dell’andata.

Cosa sappiamo degli schiavi riscattati
L’opuscolo riporta minuziosamente: nome dello schiavo riscattato, luogo d’origine, diocesi d’appartenenza, età, durata degli anni di schiavitù, prezzo pagato per il riscatto; in qualche (raro) caso viene precisato anche la quota rimborsata dai parenti dello schiavo.

Dai dati riportati per i nostri 13 schiavi liberati nel 1739, a cui, a fine cerimonia, si sono aggregati altri 3 colleghi di sventura, pure loro provenienti dalle carceri di Algeri, estrapoliamo qualche curiosità.

La prigionia più lunga, durata 11 anni, è toccata in sorte proprio al nostro casellese, Giovanni Battista D’Andrà: nato nel 1704, è stato catturato dai barbareschi quando ne aveva 24; ora, liberato, di anni ne ha 35.

La prigionia più breve, di soli 6 mesi, è toccata a un certo Lorenzo Berra (o forse Serra), di Leini.

Le quote del riscatto variano da un minimo di 566 lire a un massimo di 872 lire. Influiscono sul prezzo che viene richiesto l’età del prigioniero (i più giovani sono più costosi) e forse le capacità professionali.

Per quanto riguarda il sesso, in questa Redenzione del 1739 sono tutti uomini. Piè rare le catture di donne, ma quando capitano il prezzo del riscatto si impenna: viene citato il caso, nella Redenzione del 1756, di una giovane donna, di 25 anni, per la quale vengono pagate 3374 lire.

Nessuna informazione, negli opuscoli, circa le modalità delle catture dei prigionieri. Possiamo solo fare delle ipotesi indirette. Per il nostro Giovanni Battista D’Andrà di Caselle, dato che sembra improbabile che sia incappato in scorrerie barbaresche terrestri, si può avanzare l’ipotesi di una cattura durante una missione marittima, forse legata alle attività imprenditoriali per cui era nota la famiglia di cui portava il cognome.

Paolo Ribaldone

Ringraziamento: un sentito grazie al geom. Mario Verderone, appassionato cultore della nostra storia locale, per il suggerimento dell’episodio storico oggetto di questo articolo e per l’aiuto fornito nella fase di ricerca delle fonti.

[1] Archivio Storico Città di Torino, Coll. Simeom, serieC, n.9130
[2] Antico strumento musicale a percussione costituito da un emisfero di metallo su cui è tesa una membrana
[3] Luigi Griva, “Schiavi canavesani riscattati dai Padri Trinitari di Torino (1739-1787)”, Bollettino ASAC n.6, Ivrea 2006


 

Alla famiglia D’Andrà è dedicata a Caselle una via nel centro storico, che parte da piazza Canavera e finisce in via Roma.

Ecco quanto riporta a proposito di via D’Andrà lo Stradario Storico di Caselle Torinese, di Gianni Rigodanza, di cui nel 2019 è stata pubblicata, a cura della Pro Loco di Caselle Torinese, la quarta edizione.

Nel 1878 si chiamava Contrada del Pozzo, dal 1906 è via d’Andrà. Fa parte del centro storico. Una distinta famiglia casellese di industriali, i D’Andrà, estesero la loro attività in ogni campo d’azione del ramo industriale: furono produttori di tele, di biancherie e di carta. La cartiera D’Andrà – una famiglia questa che ebbe grande peso per alcuni secoli nella vita casellese: nell’amministrazione del Comune, come sindaci, nelle confraternite, nelle congregazioni di carità, nell’ospedale – era famosa nel settecento soprattutto perché produceva “carta” per carte da gioco. Per questa specialissima attività i D’Andrà nel loro battitoio impiegavano “undici uomini, cinque donne e due imprendizzi” che sfornavano, appunto, una produzione speciale di carta con la caratteristica della durezza, adatta per essere disegnata e tagliata in varie dimensioni, per fare mazzi di carte da gioco, specialmente da Tarocchi, dalla quale si serviva anche la Corporazione dei cartai di Parigi. Ma la cartiera D’Andrà produceva anche altri tipi di carta, tutti molto pregiati. Nella metà del secolo XIX, la Famiglia D’Andrà si estingueva con l’unica superstite, la Damigella Felicita che lasciava l’intero frutto del suo patrimonio rimasto a favore dei poveri e donava in data 17 ottobre del 1849 un legato perpetuo all’Ospedale del Santo Spirito, ora Baulino, per la buona memoria della nobile Famiglia D’Andrà. Nell’elenco dei sindaci di Caselle durante la sua lunga storia risultano diverse volte il nome di D’Andrà, senza apostrofo. Vediamo: nell’ultimo decennio del ‘600 per 4 volte compare il nome di Giovanni Maria, nel 1754 e nel 1758 troviamo Giovanni, nel 1771 Carlo, e infine nel 1775 troviamo quale sindaco Giuseppe Maria, che con la moglie Giovanna e il figlio abitava dalle parti di questa contrada dove possedeva una bella villa, arricchita da una abbondante sorgente rinserrata tra le fronde degli alberi, che irrigava il grande giardino della casa con le sue fresche e limpidissime acque e riversava il sovrabbondante a beneficio della zona adiacente.

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