Seconda puntata

Le prime persone ad accorrere trovarono il corpo dell’ingegnere disteso perpendicolarmente alla sua auto, con la porta socchiusa; nell’interno, su sedile anteriore sinistro, il cane.

La vittima aveva aperto la portiera dell’auto, quindi intendeva allontanarsi? Forse nel suo interno vi era qualcosa che voleva prendere? Qualcosa che fu sottratto dall’assassino?

Non lo sapremo mai.

In breve intorno all’auto si formò un gruppo di persone: qualcuno disse di aver visto qualcosa, ma le versioni erano contrastanti; solo il colpo di pistola, uno solo, udito da tutti, distintamente.

Un uomo, Lorenzo Pacchiotti, che al momento dello sparo si trovava nella portineria della clinica delle suore domenicane, praticamente davanti alla casa di Codecà, affermerà di aver visto un camioncino rosso fermo vicino al cadavere; il mezzo sarebbe poi ripartito velocemente verso la Villa della Regina, per poi svoltare in direzione del Monte dei Cappuccini.

Gli inquirenti naturalmente non esclusero nessun movente: il primo fu la rapina, quasi subito scartata, mentre si faceva sempre più consistente la pista legata alla vita privata della vittima. Anche in questo caso però mancavano indizi concreti perché, come abbiamo già visto, Codecà aveva un’esistenza trasparente, senza scheletri nell’armadio. Comunque, poco prima di essere ucciso, l’ingegnere aveva ricevuto delle minacce. Inoltre, dopo la sua morte, nel corso delle indagini, vennero rinvenuti dei fogli con una strana scrittura cifrata che diede spunto a molteplici illazioni: non ultima quello dello spionaggio industriale, anche se mancarono elementi per sorreggere questa pista.

A dominare fu fin da subito il movente politico: certamente quello più difficile da accettare, perché se la violenza ideologica poteva ancora avvalersi del piombo per le sue pretese, allora c’era il rischio che l’Italia ricadesse nel baratro della rivoluzione.

Già il giorno successivo al crimine, “La Stampa” sottolineava come “l’ingegnere non avesse mai assunto un particolare atteggiamento politico e quindi sarebbe anche da escludere una truce vicenda a sfondo politico”.

Comunque, tre giorni dopo, il quotidiano sottolineava che quel crimine poteva essere considerato un “delitto politico o piuttosto sociale (…) il delitto individuale, l’atto terroristico dell’esaltato possono trovare il loro germe oltre che nell’anormalità dell’individuo, nelle eccitazioni fornite dai metodi di propaganda e di agitazione oltrepassanti i limiti del ragionevole”.

In quei giorni venne convocata d’urgenza l’assemblea dell’Unione industriale: il presidente, Ermanno Gurgo Salice ebbe, ovviamente, parole di fuoco “Non è con l’ammazzare i dirigenti né con le scritte terroristiche sui muri delle fabbriche che si risolvono i problemi del lavoro e della produzione. Senza per nulla interferire con le indagini dell’autorità giudiziaria abbiamo netta impressione che si tratti di un atto intimidatorio, direi quasi una nuova forma di sabotaggio ai danni dell’industria-chiave per l’economia nazionale”.

Davanti a quelle ipotesi in molti ripensarono al passato appena trascorso con l’epurazione di Valletta voluta dal CNL, con il “commissariamento” comunista e poi l’attentato dinamitardo in uno dei capannoni di Mirafiori. Quest’ultimo fatto risaliva a due anni prima e, da allora, le tensioni sembravano essersi smorzate: tra i sindacati e l’azienda si respirava minore tensione. Era evidentemente una tranquillità che a qualcuno non piaceva; c’era chi voleva che la fabbrica fosse un terreno fertile per l’odio di classe. Infatti, qualche giorno dopo l’omicidio di Codecà, in alcuni stabilimenti fecero la comparsa alcune scritte destinate a porre nitidamente in evidenza l’atmosfera che allora si respirava: “E uno !!! Attenti al due !!!”.

Una minaccia che si commenta  da sola: purtroppo però non erano solo parole di qualche fanatico difeso dall’anonimato, ma espressione di un pensiero che ebbe modo di trasformarsi in azione.

Intanto le indagini proseguivano: dai rilievi compiuti dalla polizia fu possibile appurare che la vittima venne colpita alla schiena, mentre si trovava a pochi centimetri dalla sua auto: l’assassino sparò un colpo solo a distanza ravvicinata. Sparò per uccidere.

Sulla base di questo indizio si potrebbe ipotizzare che il criminale sapesse molto bene chi uccideva: un assassinio preparato e organizzato da chi conosceva le abitudini di Codecà.

Forse il criminale era appostato in attesa della sua vittima? Indubbiamente una teoria che potrebbe anche essere corretta, ma problematica, poiché non è facile trasformarla direttamente in azione, mancano numerosi elementi. Si sa che l’ingegnere fu ucciso qualche minuto dopo essere uscito di casa: insomma il tempo necessario per raggiungere l’auto, aprire la portiera e far salire il cane.

“Preso isolatamente, l’omicidio di Codecà era un episodio inquietante, ma non fino al punto di suscitare l’allarme sociale. A renderlo esplosivo s’incaricò il clima circostante. Le rovine della guerra s’erano in buona parte riparate, ma le macerie interiori, quella che restavano nelle coscienze dei singoli e nella cultura collettiva non erano affatto sgombrate.

La città poteva essere paragonata ad un malato, dimesso dall’ospedale senza che le ferite fossero rimarginate” (L. Gianotti, L’enigma Codecà. Uno sparo in via Villa della Regina, Torino 2002, pag. 67).

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