Per l’accompagnamento ma non solo, per aggiungere corpo e profondità al suono della banda occorrono strumenti di grandi dimensioni capaci di raggiungere le note più gravi della scala. Come i pedali dell’organo da chiesa o il basso elettrico nel rock, non sarebbe pensabile una esecuzione di banda senza il basso. In mancanza, il suono complessivo risulterebbe assottigliato, striminzito, povero.

I moderni compositori di musica originale per banda affidano al basso delle partiture impegnative che superano la funzione puramente ritmica per sviluppare armonie complesse e frasi melodiche nel tono scuro, che conferiscono drammaticità, potenza e mistero alla composizione.

Il  basso tuba  è il più grande della sterminata famiglia dei flicorni. Pesante anche 15 chili e con 11 metri di canneggio è uno strumento impegnativo per il musicista per il grande apporto di fiato necessario e per la forza muscolare per movimentarlo. Il peso è sostenuto dalle gambe stesse del musicista oppure da un apposito sgabellino sagomato. Per l’uso in piedi vi sono delle imbragature per metterlo a spalle.

Inventato anche questo in Germania nel 1830, il tuba fu introdotto inizialmente nelle bande militari e successivamente nelle orchestre sinfoniche nella seconda metà del secolo stesso. Amato da molti compositori classici ha un ruolo significativo nell’opera lirica italiana e nella musica romantica di fine ottocento. È attribuita a Giuseppe Verdi l’espressione “quel diavolo di bombardone” (come in passato era d’uso chiamare il tuba).

Nella musica jazz è stato presente fino dagli albori nelle orchestrine creole di New Orlans, per poi venire soppiantato dal contrabbasso quando il genere si è evoluto verso forme più sofisticate. Ancora negli anni 1930/40 alcuni contrabbassisti jazz suonavano anche il tuba per le performance all’aperto.

Lo strumento è prodotto in diverse misure ed intonazioni, per i concerti si utilizza la taglia grande (4/4 o 5/4) in si bemolle in modo da sfruttarne la potenza e profondità di suono, mentre nelle sfilate si usano versioni più piccole e leggere intonate in fa o mi bemolle.

Per sfilate e processioni sono stati anche disegnati ottoni bassi più facilmente trasportabili. La soluzione costruttiva prevede un canneggio a forma di ampia spirale cilindrica nella quale lo strumentista può inserire la spalla sinistra per sorreggerlo. Parliamo dell’helicon, che nelle nostre bande di inizio novecento era conosciuto con il nome di “pelittone”, realizzato in Italia da G. Pelitti, appartenente ad una famosa famiglia di fabbricanti di strumenti musicali in Varese e Milano fin dalla fine del settecento. Nella foto di archivio del 1950 della Filarmonica Cerettese vediamo due baffuti suonatori di pelittone a sinistra e destra dell’ultima fila in alto.

Una evoluzione dell’helicon è il sousaphone, disegnato su specifiche del “re delle marce” John Philip Sousa (1854-1932), sicuramente il più scenografico degli strumenti da banda per l’ampia campana circolare rivolta in avanti che svetta su tutta la formazione in marcia.

Per l’utilizzo all’aria aperta oggi questi strumenti sono prodotti anche in materiali leggeri quali plastica o vetroresina fornendo prestazioni più che rispettabili.

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