L’omicidio dell’ingegner Erio Codecà

Terza puntata

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Ormai, le indagini erano indirizzate nell’area politica estrema, nella quale militavano personaggi già noti alle forze dell’ordine per i loro trascorsi criminali, spesso lontani dalla dimensione ideologica autentica.

Regnava una certa omertà per vari motivi: c’era chi temeva la ritorsione e chi era sempre disposto a concedere attenuanti poiché si riconosceva nella fede politica dei possibili colpevoli. Per smuovere le indagini, la Fiat e l’Unione Industriali di Torino offrirono una taglia: quaranta milioni di lire!

Una somma notevole per l’epoca, che poteva indurre qualcuno ad abbassare la guardia e ad abbracciare il demonizzato modello borghese; infatti c’era la possibilità che il “vil denaro” prevalesse sull’etica, la morale e naturalmente la fede politica. Così fu.

Per cominciare giunsero numerose lettere anonime, poi informazioni sempre più circostanziate che restrinsero il cerchio intorno a un numero ristretto di indizi.

Dopo un paio di mesi dall’omicidio, si fecero avanti due pregiudicati che dissero di conoscere bene il probabile assassino del dirigente Fiat: affermarono che si trattava di un loro “amico” sul quale potevano fornire numerose indicazioni.

L’amicizia passò in secondo piano davanti all’allettante prospettiva dei quaranta milioni di taglia: ancora una volta il cosiddetto “sterco del diavolo” smaterializzava fedi e ideologie, sentimenti e belle prospettive.

Il colpevole venne indicato in Giuseppe Faletto, detto “Briga”, un ex partigiano delle “Brigate Garibaldi”, per il quale la guerra non era finita: aveva continuato la sua lotta personale in difesa di un comunismo molto personalizzato, dominato da una violenza che, pare, lo avesse già reso particolarmente inviso ad alcuni dei suoi stessi compagni di lotta prima della liberazione.

Molto indicativa in questo senso la testimonianza di Giorgio Bocca: “La guerra civile, a cui resistono solo le coscienze più forti, trascina nel suo baratro il Faletto rivelandone gli istinti criminali, se si preferisce, le tare psichiche. Faletto va coi partigiani garibaldini e dirà poi di essere un partigiano. La verità è che i partigiani lo cacciano, quasi subito, dalle loro formazioni e che un tribunale presieduto, dicono i comunisti, da Osvaldo Negarville lo condanna a morte per i crimini che ha compiuto fra la popolazione del Canavese”.

Prima di riuscire a costruire un’istruttoria con un po’ di sostanza in grado di incriminare il Faletto trascorsero tre anni.

Nel 1955, il trentacinquenne venne indicato da alcuni testimoni come l’assassino di Erio Codecà. Sembra che il giorno dopo la morte del funzionario Fiat, si fosse vantato affermando: “Sono io che ho fatto fuori Codecà”, ed estraendola pistola da una borsa si era rivolto a un conoscente dicendo: “Guardala è ancora calda!”.

Un atto tipico di chi vuole farsi notare, forse di chi le spara grosse per ottenere attenzione, o forse l’estremo atto di arroganza di chi è certo di godere di una strana immunità negata alla maggioranza.

Così “La Stampa” del 4 agosto 1955: “Giuseppe Faletto, il boia, incredibile a pensarsi, era l’idolo delle donne. Qualcuna è fuggita da casa per seguirlo nel suo vagabondare avventuroso. E dire che non era una bellezza. Piuttosto piccolo, la pelle del volto avvizzita, magro. Ammiravano la sua decisione e la sue crudeltà. Anche il suo coraggio; vestito da prete, da milite delle brigate nere, da soldato tedesco, si recava a Torino, poi si vantava delle sue bravate di passeggiare in via Roma o in piazza Statuto sfidando i nazifascisti che lo cercavano perché su di lui avevano messo una taglia di mezzo milione”.

Gli investigatori non ebbero difficoltà nel costatare che quell’uomo non era uno stinco di santo: infatti aveva accumulato una serie di crimini durante e dopo la guerra partigiana che gli costarono ventiquattro anni di prigione. Violenze e rapine che per la Cassazione non furono però così gravi, tanto che ridusse la pena a tre anni. Probabilmente i giudici considerarono attendibili le dichiarazioni del Faletto, per il quale quei crimini non dovevano essere considerati tali, ma azioni politiche tout court!

La vita gli aveva anche offerto l’opportunità di rifarsi e lui l’aveva colta al volo: nel 1948 si era sposato e aveva iniziato a commerciare pesce. Un’attività in piccolo: rivendeva il prodotto in periferia girando la città con la sua motoretta; ma era già qualcosa, un primo passo per riacquistare credibilità. Quella credibilità fu però abbattuta dai due “amici” (A.C. e M.V.) quando il Faletto conduceva, così almeno sembrerebbe, un’esistenza normale, probabilmente lontana dalla violenza politica.

Obiettivamente, il fatto un po’ stupisce: è come se il Faletto fosse stato “messo in mezzo” perché anello debole della catena, capro espiatorio con un passato ad hoc per rivestire il ruolo dell’assassino di Codecà.

Lui invece di altri?

Oppure, più prosaicamente, i due testimoni ebbero come unica meta quei quaranta milioni di taglia? Gli “amici” furono così disposi a turarsi il naso e a non andare tanto per il sottile visto che poi, a ben guardare, il Faletto proprio un santo non era?

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