La storia dell’umanità è stata periodicamente segnata da gravi epidemie: dalla peste di Giustiniano (541-542) a quella che durante la Guerra Gotica (535-553) decimò gli abitanti di Roma e favorì la vittoria degli Ostrogoti; a quella scoppiata tra il 589 e il 590 nell’Italia occupata dai Longobardi. L’elenco delle pestilenze potrebbe proseguire ancora a lungo, prima di giungere a quella  che dal 1598 devastò Torino, per culminare poi in quella del 1630, di manzoniana memoria, giunta già nel 1629 con l’invasione del Piemonte da parte delle truppe francesi. Siamo nel periodo della Guerra dei Trent’anni e Vittorio Amedeo I era appena salito al trono.

I saccheggi delle soldatesche e le avversità meteorologiche resero assai scarsi i prodotti agricoli, costringendo già da giugno contadini, poveri e mendicanti a spingersi dal contado verso Torino in cerca di protezione, lavoro, cibo e portando i primi focolai di peste; purtroppo in Città trovarono solamente posto negli ospedali che presto furono stracolmi e il contagio si diffuse. Il Comune ordinò le prime quarantene, alle quali seguirono le trasgressioni.

A gennaio 1630 “s’infermò.. Franceschino Lupo calzolaro, al quale sopravenne una codisella (un bubbone), della grandezza di un’ovo, del colore della cottica, due dita sopra l’inguinaglia dritta, e un carbone (una pustola) di colore cinericio nella schiena…” e i medici decisero il “barreggiamento” (la quarantena) di tutto l’edificio di via Dora Grossa (via Garibaldi). Durante la primavera la situazione divenne davvero drammatica: il Magistrato di Sanità cacciò tutti i medicanti, acquietandoli con 200 fiorini; i Savoia fuggirono a Cherasco e anche i nobili e i ricchi abbandonarono la città con la speranza di evitare il contagio. A governare Torino e adoperarsi contro la pestilenza rimase il solo Consiglio comunale guidato dal sindaco Gian Francesco Bellezia, gli Ordini religiosi che prestavano la loro opera nei due lazzaretti oppure, come la Confraternita di san Rocco che aveva lo scopo di dare sepoltura ai cadaveri abbandonati. Non mancarono i medici, ma fondamentale fu il protomedico del ducato sabaudo Giovanni Francesco Fiochetto. Nato a Vigone nel 1564, studiò alla Sorbona di Parigi e fu nominato archiatra (cioè capo medico) da Carlo Emanuele I. Fiochetto non solo non abbandonò Torino, ma si prodigò durante il “flagello nero” applicando tutte le conoscenze più aggiornate del suo tempo, anche se per il medico gli untori (argomento che oggi suscita il nostro sorriso!) non furono considerati oggetto di superstizioni o di cattiveria umana, bensì furono trattati come elementi negativi da inserire nella casistica medica.

Il protomedico fu fermamente convinto che il contagio si sviluppasse per contatto tra individui, e proprio l’esclamazione “ël Contacc” correva come grido di disperazione o di avvertimento tra la popolazione ormai ridotta a poche migliaia. Fiochetto, per comprendere le cause del male e per ridurre “ël Contacc” applicò rigide regole sanitarie che nel 1631 raccolse nel suo famoso “Trattato della peste et pestifero contagio di Torino”, di grande valore scientifico, tanto da essere ristampato nel 1720 e che a leggerlo oggi, pare anticipare le disposizioni dei nostri superscientifici comitati! Ecco alcune regole: “…i medici..e i barbieri… si laveranno nell’uscir…le mani d’aceto rosato… che niun medico presuma partirsi dalla Città per ritirarsi in villa, ò altrove, negando d’esercire il loro uffizio… sotto pena  di scudi 50; che nissun possa far pompa funebre o mortorio solenne; esortiamo anche tutti li Religiosi, che durante questi sospetti di contagio, non faccino nelle chiese cumulo di popolo, restando tali devozioni dannose alla pubblica sanità…che nissiun oste, taverniero o venditore di robe…che dentro la Città e suo territorio, tenga la bottega, taverna aperta….ne possi vender roba alcuna, salvo che tenga davanti la porta di sua bottega un rastello, distante un passo….e senza lasciarsi accostar persona alcuna…”.

E sapevate che Bellezia, contagiato, parlava attraverso la finestra della sua camera da letto, con i consiglieri comunali e con Fiochetto che stavano seduti nel giardino davanti alla sua casa, a debita distanza!

 

 

 

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