La pandemia Covid-19 ha monopolizzato l’informazione e ci ha distolto da tutto ciò che in questo periodo è successo, così come ha monopolizzato i nostri discorsi: è l’argomento delle nostre telefonate e dei nostri incontri “virtuali” con tutte le persone da cui siamo stati allontanati. Ci possiamo definire in regime di arresti domiciliari; possiamo fare la spesa solo in ambito comunale, recarci in farmacia, giretto intorno a casa, portare il cane (chi ce l’ha) in improbabili passeggiate.
Qualcosa è successo nel frattempo, una per tutte, il 28 aprile a Genova è stata posizionata l’ultima campata di quello che fu il ponte Morandi, sull’autostrada A10 Genova-Savona la cui struttura ha ceduto il 14 agosto 1918, causando 43 morti.
Per l’occasione il suo progettista, l’archistar, senatore a vita, Renzo Piano, genovese, classe 1937 ha rilasciato una intervista a Repubblica, dicendo: “Questo ponte è l’esempio di come in Italia, se si vuole, le cose si possono fare. Non parliamo di un miracolo: è la normalità. Quando la gente è competente le cose si fanno. Non abbiamo bisogno di miracoli.
“Ha prevalso la buona gestione collettiva che ha permesso di far funzionare tutto bene. L’auspicio è che in futuro non si aspetti una tragedia per tirar fuori le cose migliori di questo paese. Abbiamo competenze uniche e questo è il momento giusto per farle emergere”.
L’orgoglio che lui condivide con le aziende, i tecnici, gli operai è motivato dal fatto che il cantiere non si è fermato neppure per il lockdown perché chi era responsabile del lavoro ha sempre creato le condizioni perché le operazioni si svolgessero in sicurezza con controlli e protocollo Covid da fine febbraio.
I lavori hanno avuto un unico commissario straordinario Marco Bucci, sindaco di Genova, iniziati il 15 aprile 2019, con un unico giorno di fermo, Natale.
Doveroso un pensiero a tutti i morti, di questo, che, ancora prima di una disgrazia, è uno scandalo italiano; uno dei tanti, dovuto alla “sciatteria cronica” della gestione soprattutto delle infrastrutture, il detto ma non fatto, il si doveva ma non si sapeva, il nessuno ce lo aveva comunicato…
E tornando al termine, orribile, che tutti abbiamo imparato a memoria, Covid-19 (corona virus disease) dopo due mesi di “arresti domiciliari” in cui tutti abbiamo dovuto fare delle rinunce, chi in misura maggiore chi meno, si prospetta una svolta, fatta di tante incertezze e soprattutto tante paure. La casa, per chi non era costretto a uscirne, ha rappresentato un recinto ma anche una protezione, uscirne sarà una liberazione ma anche rendersi più vulnerabili, sottoposti ad un rischio di contagio di cui abbiamo sentito molto parlare.
Eppure, bisogna. Per molto tempo nulla sarà come prima, questo dovrà essere un insegnamento e non un monito.
Abbiamo visto immagini che non avremmo mai voluto vedere: le colonne militari adibite al trasporto di bare; un numero indefinito di anziani, deceduti, da soli: li abbiamo immaginati come nostri genitori.
Abbiamo assistito a grandi slanci di generosità, ma probabilmente ci troveremo a subire fenomeni di intolleranza, per il corretto utilizzo dei mezzi di trasporto; in vista dell’estate si presentano molte incertezze, per la corretta gestione degli spazi, per l’utilizzo delle aree balneari, meno per quelle montane, visti i grandi spazi e la minore affluenza; per l’utilizzo delle seconde case, considerato dai residenti un vettore di contagi.
Fondamentale nello spazio nel quale ci muoviamo l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale, i cosiddetti D.P.I., che abbiamo imparato a conoscere, mascherine, guanti, occhiali, disinfettanti. Il loro corretto utilizzo e la loro obbligatorietà sono fondamentali per potersi muovere con un margine di sicurezza, ancora non chiaro a tutti: i livelli di consapevolezza sono purtroppo individuali.
Dovremo indossare le mascherine, se ne stanno producendo ovunque: chirurgiche, filtranti, con valvola o senza, certificate, fai da te, monouso, lavabili. Sono un prodotto da smaltire, come i guanti di lattice, un rifiuto indifferenziato: siamo preparati allo smaltimento? Non rappresentiamo il massimo della diligenza sotto questo aspetto, sui social già circolano immagini di spiacevoli e pericolosi “abbandoni”. Andranno comunque ad ingrossare in modo rilevante il volume dei rifiuti da smaltire.
Non sarà facile e non siamo sicuri che andrà tutto bene!
Giuliana Vormola

 

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