Fase 2 – Quali misure abbiamo preso e quali avremmo dovuto prendere per proteggere i più fragili?

 

È la domanda che mi trova più impreparato. Allora, impariamo dalla Storia, e allora sono io che imparo da te. Nel frattempo, dico quello che so.

Correva l’anno di grazia 1347. Pierre de Damouzy, medico di Margherita di Francia, contessa delle Fiandre, raccomandò il confinamento agli abitanti di Reims per sfuggire alla peste nera. Quindi: esattamente 673 anni fa le autorità garanti della salute pubblica adottavano le stesse misure di contenimento con la differenza che nel 1347 erano soltanto “raccomandate”, oggi sono “legalmente” obbligatorie.

Correva l’anno di grazia 1630. Milano conobbe un ritorno di fiamma del “nero morbo”, monitorato da due “voyeriste”, Caterina Rosa e Ottavia Bono, che intercettarono gli untori Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza. Dopo essere stati sottoposti a torture inenarrabili, i due vennero giustiziati nel luogo in cui in seguito venne  eretta la Colonna Infame.

Delazioni, insulti abituali e pestaggio occasionale hanno recentemente di mira cittadini “diversamente allineati” come podisti o ciclisti, a cui sono state anche  comminate punizioni sotto forma di multe e ammende. In compenso, sono state risparmiate le streghe, forse perché non ce n’è più traccia: furono giustiziate tutte, in numero di 50 mila, nel Seicento.

Bastano queste due narrazioni per capire cosa non bisogna fare: diversamente, diventerebbe fondato il sospetto che la strategia politica di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo è finalizzata più al successo elettorale che alla tutela della salute pubblica.

Allora, cosa bisogna fare?

Innanzitutto “occorre combattere contro la manipolazione di questa stagione dell’ansia e dell’insicurezza svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura” (A. Spadaro, La Civiltà Cattolica).

A seguire, applicare scrupolosamente le misure di prevenzione (e ci sono!) piuttosto che sperare in farmaci miracolosi (che non ci sono!). Come prevenire?
Piuttosto che concentrarci su guanti (che più che monouso sono multi…tasking) e tappezzano aiuole e parcheggi della nostra città, impariamo a ricorrere alle mani il meno possibile e a ripulirle dopo l’uso. Il dottor Ignaz Philipp Semmelweis (1818- 1865), un medico ostetrico ungherese, individuò la causa della setticemia delle puerpere e la sconfisse consigliando ai suoi colleghi di lavarsi le mani dopo aver eseguito un’autopsia se subito dopo dovevano assistere a un parto.

Facciamo pure largo uso delle mascherine, che dovrebbero avere determinati requisiti che non tutte hanno, nella convinzione che “piuttosto che niente, meglio piuttosto!”. Nell’arco della giornata andrebbero sostituite con una certa frequenza, e non riutilizzate o lavate (!). e poi smaltite! Come, dove e quando? In Cina, giacciono accatastate tonnellate di mascherine in luoghi di stoccaggio improvvisati, dove le goccioline di Flügge si sono asciugate ma non è detto che il virus si sia essiccato. Forse noi saremo più “ecologici” dei Cinesi?

Rispettiamo pure le distanze di sicurezza, consapevoli che i nostri sforzi sono comunque vanificati da oggetti di cui non possiamo fare a meno: banconote, monete, carta di credito…

In sintesi: contenere non vuol dire eliminare.
Ma non ce n’è neanche bisogno, d’altronde, perché tutte, o quasi tutte, le epidemie sono autolimitantesi. Questa più di tutte le altre perché la virulenza di Covid-19 è legata alla sua capacità di replicarsi: è come una fotocopiatrice in cui le prime copie sono nitide e leggibili, ma le ultime sono sbiadite e inutilizzabili.

Quel che bisogna fare è evitare che le persone diventino fragili, o almeno non troppo fragili. Come? Anche qui impariamo dalla Storia.

Perché la Spagnola fece più vittime tra i giovani che non tra gli anziani?

  • Perché la popolazione giovanile, sopravvissuta alla Grande Guerra, era minata soprattutto dalla malnutrizione, condizione predisponente alla insorgenza delle malattie infettive.

Nella società opulenta, la malnutrizione è stata sostituita dalla cattiva alimentazione che alla fine provoca danni ancora peggiori: contribuisce all’insorgenza della sindrome metabolica, caratterizzata dalla triade obesità-diabete-ipertensione con tutte le conseguenze che questa triade malefica comporta.

2) Perché l’inesistenza di sulfamidici e antibiotici non permetteva di contrastare l’insorgenza delle malattie infettive, in primis la tubercolosi.

Ma la tubercolosi non è affatto debellata! Ancora oggi è la prima causa di morte per malattie infettive; nel 2018 (!) la malaria ha mietuto 435 mila vittime, di cui più della metà erano bambini sotto i 5 anni. Infine, per un’ironia della sorte, l’uso indiscriminato di antibiotici ha favorito l’instaurarsi della cosiddetta antibiotico-resistenza che ci rende ancora più vulnerabili davanti agli agenti infettivi: basti pensare alle infezioni ospedaliere. Abbiamo tante frecce (gli antibiotici), ma tutte spuntate…

3) Perché le condizioni igieniche erano precarie, se non inesistenti.

“Igiene”: una parola che è tutto un programma. Deriva dal greco, dove è il sostantivo femminile di “curativo, salubre” e significa “arte, tecnica”, cioè l’arte di star bene, di preservare la salute ma interagendo con l’ambiente. Quindi, parlare di igiene vuol dire parlare di ambiente. Allora guardiamoci intorno: dall’incuria del nostro habitat alla distruzione dell’habitat di specie animali e vegetali di cui abbiamo decretato l’estinzione o ipotecato la sopravvivenza. E spesso si tratta di serbatoi naturali di contenimento dei virus: penso al permafrost ma anche agli allevamenti intensivi.

In sintesi: proteggere le persone più fragili (anziani e bambini) vuol dire rispettare l’ambiente, curare l’alimentazione, combattere la sedentarietà promuovendo una regolare attività fisica, fare uso di farmaci solo su prescrizione medica.

Questa pandemia è stata descritta in termini apocalittici, usando eufemismi per non parlare di catastrofe. Invece no: diciamo pure “catastrofe”, ma nell’accezione biblica di “capovolgimento”, “cambiamento di rotta”, “rinnovato stile di vita”. La posta in gioco è alta: passare dal lockdown all’updown. Con la differenza che il primo è stato deciso da altri per noi, il secondo lo decidiamo noi.

 

A proposito del vaccino, cosa ne pensa?

 

Una risposta brutale. Quando il vaccino ci sarà, se ci sarà, non servirà più.

Mi spiego: il vaccino è il risultato dello studio dell’assetto antigenico del virus fatto con una tale precisione che l’anticorpo allestito contro di esso aderisce in maniera talmente perfetta, come una chiave nella serratura, da bloccarlo e renderlo innocuo. Ma, data l’estrema e imprevedibile variabilità genetica di questo virus, l’obiettivo non sarà mai raggiunto: il virus che avremo domani sarà diverso da quello su cui abbiamo allestito il vaccino di oggi. E non trascuriamo che noi e il virus siamo in un rapporto asimmetrico quando si parla di tempo: per lui, domani è veramente domani o addirittura fra cinque minuti; per noi, oggi vuol poter dire mesi o addirittura anni.

Non possiamo neanche contare sulla cosiddetta immunità crociata, ostacolata o impedita dalla tendenza di questo virus ad usare tutte le strategie possibili per essere sempre in pista, dalla ricombinazione dei suoi frammenti alla inclusione di materiale genetico di altri virus o addirittura alla invenzione di nuovi geni.

Inoltre, ammesso che si arrivi ad allestire un vaccino “ad ampio spettro” (sto parlando per assurdo e questa espressione potrebbe meritarmi la radiazione dall’Albo!), bisogna tener conto della risposta anticorpale del ricevente, che non va data per scontata. Questa dipende, infatti, dallo stato di salute del Sistema Immunitario che condiziona la capacità dell’anticorpo di legarsi all’antigene virale, bloccandolo. Per esempio, questa capacità è molto ridotta negli anziani i quali, sebbene vaccinati, contraggono comunque proprio quelle virosi contro le quali sono stati immunizzati.

Infine, se a questa fragilità dell’individuo aggiungiamo l’astuzia del virus che, non solo è capace di eludere le strategie messe in atto dal sistema immunitario, ma ne diviene surrettiziamente addirittura regista e manipolatore per assicurare a se stesso sopravvivenza replicazione e diffusione, le conseguenze quoad vitam (per la vita) e quoad valetutidinem (per la salute) sono facilmente intuibili.

A nostro vantaggio abbiamo, però, un dato di fatto: se il nostro sistema immunitario presenta una certa fragilità, questa non risparmia neanche lui, il virus.

Infatti, il Covid-19 è il virus con l’RNA più lungo che si conosca. Questo suo essere “super-dotato” rappresenta anche la sua debolezza perché la catena di RNA che possiede, decisamente ingombrante, può facilmente rompersi nei suoi spostamenti libertini da un ospite all’altro. E se si rompe, non funziona più! È vero, come dicevo prima, che questo virus è come l’Araba Fenice che risorge dalle sue ceneri, ma non è detto che la nuova edizione del virus abbia la stessa virulenza dell’originale: risorge a nuova vita, ma non a maggior vita!

Pertanto, se gli concediamo una libertà condizionata, aumenteremo certamente il numero dei contagiati, ma non necessariamente il numero dei malati. Questi, purtroppo ci saranno comunque (ma ci sono anche adesso che, con noi, al virus è stato imposto il lockdown), ma in compenso ci saranno anche coloro che avranno contratto il virus senza manifestare la malattia; anzi, sviluppando gli anticorpi e contribuendo alla instaurazione della cosiddetta “immunità di gregge”: questa contribuirà a indebolire il virus e a fortificare noi, come individui e come comunità.

In conclusione:

In questo scenario di “vita sospesa”, Sua Maestà la Morte ha accumulato il suo bottino, ha mietuto delle vite ma non ha sconfitto la Vita: il prossimo Natale che festeggeremo vedrà tanti neonati che faranno corona a Gesù Bambino. Prepariamoci, recitando come un mantra, l’aforisma tramandatoci da quel grande scrittore che fu Ezra Pound, ingiustamente “chiacchierato”, generoso mecenate, amico sincero e protettore disinteressato di James Joyce, del quale ammirava, nonostante le esperienze di morte, la gioia di vivere: “preferisco l’ostetricia ai funerali!”

Claudio Bellezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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