Caselle, si ritorna a parlare di Metalchimica

A vent’anni dalla chiusura, ancora aperto il problema della bonifica

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Un sito che rilascia veleni (e polemiche)

Si riparla di Metalchimica, l’ex insediamento industriale di Strada Grangiotti 64, abbandonato da anni. Un sito recintato di oltre 11.000 mq, nella campagna a nord dell’abitato di Caselle, a 1900 mt dal centro città; a 1100 mt dall’aeroporto. Una bomba ecologica, che le varie amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi vent’anni hanno ritenuto di avere, nel frattempo, messo in sicurezza. Nessuno in realtà lo sa con certezza, perché una definitiva bonifica del terreno e delle acque sotterranee è finora mancata. E le opposizioni dell’attuale amministrazione ogni tanto ritornano sull’argomento, in termini ovviamente critici.

Per giudicare della vicenda, come sempre è opportuno partire dalla narrazione dei fatti.

 

Quando si chiamava la Ruata.

Anche se immerso nel verde della campagna, il sito di cui stiamo trattando aveva, fin dal 700, una destinazione manifatturiera: prima battitoio di carta, poi, a metà 700, pista da canapa; nel 1770, filatura. Tutte attività rese possibili dalla presenza del Canale dei Molini, che ancora adesso costeggia il lato nord dell’insediamento. Il toponimo Ruata, con cui i casellesi più anziani chiamavano il posto, ha plausibilmente attinenza con la presenza sul posto di ruote idrauliche, del cui fissaggio sul muro di recinzione si vedono ancora oggi tracce. Venendo a tempi più recenti, negli anni del dopoguerra era presente nel sito la ditta L.A.S. Lavorazione Artigianale Sugheri; molti casellesi, ora coi capelli bianchi, si ricordano che era spesso oggetto di incendi, e loro bambini quando vedevano il fumo in strada Grangiotti accorrevano per assistere allo spettacolo dell’intervento dei Vigili del fuoco.

 

Alla Ruata si insedia la Metalchimica.

Verso la fine degli anni ’60 il sito industriale venne acquisito dal sig. Baroni Ugo, che lo utilizzò inizialmente come deposito per la sua ditta, che aveva sede in Via Talucchi 13, a Torino. Poi iniziò la produzione di plastificanti per l’industria, utilizzando una serie di impianti di reazione posti in bacini di contenimento. Inoltre effettuava operazioni di miscelazione di oli grassi vegetali e animali, e, saltuariamente, costruiva impianti sperimentali per produzioni chimiche e trattamenti ecologici.

La gestione degli scarichi delle sue attività doveva essere abbastanza “disinvolta”, se molti casellesi ricordano che le rive del canale che costeggia lo stabilimento apparivano spesso come bruciate. Quando l’azienda si trasferì completamente a Caselle, si specializzò nel trattamento, per conto terzi, del glicole, liquido incolore ed inodore, usato come solvente e come anticongelante per radiatori. Fra i suoi clienti, l’AGIP di Ravenna.

 

Declino e fallimento dell’azienda.

Nel 1991, in seguito al prematuro decesso di Ugo Baroni, a poco più di cinquant’anni, gli subentra la seconda moglie, Laura Bergatto, che cerca di barcamenarsi nella gestione dell’azienda.  Alla fine degli anni ‘90 la Metalchimica occupava 13 dipendenti, più 3 dirigenti. Dagli atti risulta che l’azienda, ormai in declino, operava ai margini della legittimità tecnica ed amministrativa, con diversi procedimenti d’illecito a seguito di infrazioni ed omissioni nella conduzione. L’azienda cessa l’attività quando il tribunale di Torino, con sentenza n.° 240/2001 datata 17/07/2001, ne decreta il fallimento.

 

Il subentro del Comune e la prima messa in sicurezza.

A ottobre del 2001 un rapporto dell’ARPA, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, disegna un quadro preoccupante: sono presenti in ditta 30 serbatoi aerei, alcuni all’interno di bacini in muratura, ma tutti vetusti e attaccati dalla ruggine, per un totale di circa 1.000 mc, più 17 serbatoi interrati contenenti 51 mc di prodotti e una vasca interrata di 270 mc, contenente reflui di trattamento dei glicoli. Si accerta infine la giacenza di 1000 fusti metallici da 200 lt, 30-35 cisternette metalliche da 1 mc e circa 20 big-bags. La maggior parte presenta precarie condizioni di tenuta, privi di etichettatura e vicini a griglie di raccolta delle acque. All’interno dello stabilimento si rileva la presenza di vari pozzi, alcuni perdenti e altri di dubbia tenuta. Inoltre esiti analitici di campioni prelevati dai pozzi perdenti rilevano concentrazioni di inquinanti superiori ai limiti ammessi. Ricevuta la relazione ARPA, il sindaco di Caselle, prof. Rosito, intima alla proprietà di provvedere alla messa in sicurezza e bonifica dell’impianto. La ditta, ormai fallita, non fa alcun tipo d’intervento. Il Comune a quel punto subentra in sostituzione del soggetto inadempiente, e utilizza un suo credito nei confronti dell’azienda per rilevare, all’asta fallimentare, la proprietà immobiliare del sito. Impianti e macchinari vengono nel frattempo ceduti dal curatore fallimentare; gli smontaggi, per recuperare anche il ferro vecchio, vengono operati senza troppi riguardi e vengono asportate anche le centinature metalliche dei capannoni, provocandone il successivo dissesto.  

Il Comune di Caselle, nella sua nuova veste di proprietario, nel luglio del 2002, con sindaco Marsaglia, chiede ed ottiene dalla Regione Piemonte un contributo di 1.094.567 euro per la messa in sicurezza d’emergenza, la caratterizzazione del sito e la progettazione della bonifica. Le operazioni di messa in sicurezza d’emergenza, con allontanamento dal sito di circa 1325 tonnellate di rifiuti, si concludono nel maggio 2003. Nello stesso periodo lo studio di caratterizzazione del sito, affidato allo Studio Ferguglia di Torino (con spesa di 93.024 euro), conferma il superamento dei valori ammissibili di alcuni metalli pesanti (cromo, nichel, stagno); la concentrazione di idrocarburi e glicoli è di due ordini di grandezza superiore ai limiti.

A inizio 2005 si tiene l’ultima Conferenza dei Servizi presso il Comune di Caselle Torinese per l’approvazione del progetto di bonifica, redatto dalla SEA Ambiente, che prevede il raggiungimento degli obiettivi di bonifica per le diverse matrici ambientali inquinate su tre distinte fasi: 1° Fase: interventi sulle strutture esistenti nell’area; 2° Fase: intervento di bonifica sul terreno 3° Fase: intervento di bonifica sulle acque sotterranee. L’intervento di 1° Fase viene preventivato in 1.069.900 euro, mentre quello complessivo risulta di 3.915.772 euro. L’esecuzione del progetto viene subordinata all’acquisizione del finanziamento regionale. Il sito ex Metalchimica viene inserito nell’anagrafe regionale dei siti inquinati: con numero d’ordine 0825, va a tener compagnia ad altri 1800 circa siti piemontesi in attesa di intervento.

Fra il 2006 e il 2008 il Comune di Caselle eroga, alla SEA Ambiente, altri 79.367 euro per attività di monitoraggio delle acque sotterranee.

Fra 2009 e 2010, cambio di consulente: entra in gioco la Geostudio di Torino, a cui il Comune affida incarichi di progettazione preliminare della bonifica, con spesa di 37.210 euro.

 

La “seconda” messa in sicurezza: via l’amianto e le morchie oleose.

Gli anni passano, senza sostanziali novità per quanto riguarda l’ottenimento dalla Regione dei milioni di euro necessari per fare la vera e propria bonifica di terreno ed acque sotterranee. A settembre 2012 il Comune stanzia una somma di 350.000 euro, per operare “un primo stralcio della bonifica”, come lo definisce la Geostudio nella Relazione di progetto definitivo ed esecutivo. Tale stralcio consiste nella rimozione di lastre in amianto, provenienti in prevalenza dalle coperture in parte crollate, e di morchie oleose (vedasi planimetria). I passi per arrivare ad appaltare questi lavori sono piuttosto tormentati, tant’è che passano diversi anni. Vincitore della gara, fra 25 imprese partecipanti, risulta essere l’impresa Intereco di Guidonia (Roma), con un ribasso che fa scalpore per l’entità, pari al 60,11%. La rimozione di amianto e morchie oleose viene svolta dall’impresa nell’inverno 2016-2017, sotto la direzione lavori di Geostudio.

Bonifica e ridestinazione dell’area: problemi aperti.

Con la bonifica ancora in stand-by, in attesa del reperimento dei fondi, anche la ridestinazione dell’area rimane in attesa. Lo scorso anno Cose Nostre era tornata sull’argomento e aveva chiesto al sindaco Baracco circa i programmi della sua amministrazione per quel sito. Ecco domanda e risposta.

Cose Nostre: per il recupero dell’area ex Metalchimica nel triennio 2019-2021 sono stanziate cifre importanti, per un totale di 1.300.000 euro: è confermata l’idea dell’insediamento di un parco fotovoltaico? I vecchi fabbricati industriali saranno demoliti? Si può pensare di valorizzare la presenza del Canale dei Molini, che scorre di fianco?

Luca Baracco: “Oltre al fotovoltaico, coesistono altre idee per utilizzare quell’area, una volta completata l’azione prioritaria di bonifica. Pensiamo che quel sito possa diventare un’area “green” per la produzione di energia. Il fotovoltaico potrebbe convivere col mini-idraulico, data la vicinanza col canale e la disponibilità di spazi ampi. Abbiamo anche contatti con il CNR, per un’iniziativa legata all’idrogeno. Insomma, ci sono tante idee: ora si tratta di tradurle in qualcosa di concreto ed innovativo”.

 

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