Prima puntata

 

Oggi, il termine massacro purtroppo si usa spesso, anche in ragione del fatto che le carneficine sono ormai quasi all’ordine del giorno, in particolare da quando gli atti terroristici sono diventati tristemente attuali.

Il fatto drammatico è costituito dalla consapevolezza che l’ascesa della violenza sembrerebbe inarrestabile, diventata quasi un fatto normale, entrato a far parte del nostro modus vivendi. E così, mentre la televisione e i giornali ci pongono giornalmente al cospetto di guerre e attentati, la nostra soglia di percezione della violenza sembra alzarsi un po’ alla volta. Ogni giorno di più.

Accanto ai drammi della guerra e ai suoi massacri quotidiani, ci sono i fatti della cronaca nera che spesso sono contrassegnati da eventi certamente meno travolgenti sul piano quantitativo di quanto accade invece nelle vicende belliche, anche se in alcune occasioni, assumono connotazioni tali da renderli simili.

Alcuni di questi fatti, in ragione della violenza che li ha contrassegnati, hanno trovato un’eco destinata ad andare oltre i limiti temporali di resistenza nella bacheca della cronaca, per entrare a far parte della storia e superare i confini nazionali.

In questo triste elenco si pone, purtroppo quasi ai vertici, l’eccidio di Villarbasse: un avvenimento sconvolgente, ancora oggi difficile da collocare in una logica criminale, per quanto perversa possa essere.

Un fatto che ebbe un tragico epilogo: dieci persone uccise a bastonate e gettate in un pozzo da alcuni malviventi siciliani intenzionati ad arraffare qualcosa, spinti da un odio che non ha dell’umano. La vicenda risale a settantacinque anni fa, ma suscita ancora scalpore tra gli anziani che, allora bambini, ebbero comunque modo di percepire quel dramma che sembrava riaccendere i riverberi della guerra, spenti da poco tempo, mentre le colpe dei vinti e la ragioni dei vincitori spesso sfumavano.

La strage di Villarbasse ebbe un peso rilevante nella coscienza nazionale: fu un fatto spaventoso che venne punito in modo estremo, con la condanna a morte. L’ultima in Italia, che venne comminata in extremis, poiché il crimine era tale non trovare il minimo cavillo per provare a ridurre il peso delle colpe degli assassini.

In un primo tempo i tre criminali (il quarto complice era già morto), Franco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, avrebbero dovuto essere fucilati nell’area del Martinetto, poi l’esecuzione fu spostata alle Basse di Stura: una zona appartata, quasi “in campagna”.

Fu lì che il 4 marzo 1947, alle 7,41, i tre criminali furono giustiziati da un plotone d’esecuzione costituito da trentasei agenti, metà dei quali avevano il moschetto caricato a salve.

Le pallottole furono però sufficienti per mettere fine alla vita di chi, quasi un anno e mezzo prima, aveva ucciso senza pietà delle persone innocenti.

Il quotidiano “La Stampa” offrì un resoconto particolarmente vivido dell’avvenimento, ecco alcuni frammenti indicativi dell’articolo:

“Li svegliano all’alba (…) Danno del cognac a tutti e tre e ne ingoiano lunghe sorsate, ribevono. Arrivano alle Basse su un furgone, scendono ammanettati. Sono le 7,24. Con loro c’è il cappellano delle Nuove, padre Ruggero. I trentasei uomini del plotone – agenti della Celere, tutti volontari – battono i piedi per il freddo, anche loro si passano una bottiglia di cognac.

La nebbia è bassa e soffice, nella sterpaglia ci sono ancora chiazze di neve ghiacciata. Puleo, La Barbera, D’Ignoti negli ultimi mesi di sono lasciati crescere la barba. Hanno gli occhi che luccicano per l’alcol, la lingua impastata. C’è un silenzio pesante, poi accorrono i fotografi, agenti cercano di fermarli. La Barbera dice:

Lasciate che facciano le fotografie.

Si mettono in posa, Puleo e La Barbera sorridono, quasi esaltati. D’Ignoti no, è schiantato, come ebete.

I lampi dei fotografi.

La Barbera ha un grido isterico:

Viva la Sicilia. Viva Finocchiaro Aprile (Finocchiaro Aprile era un rappresentante del separatismo siciliano che ambiva d ottenere l’autonomia della sua isola rispetto al resto del Paese, n.d.a.).

Puleo ripete lo stesso grido.

Nella nebbia tutti appaiono come fantasmi. Li legano alle sedie: non vogliono voltare la schiena al plotone d’esecuzione, ma poi cedono. Una benda sugli occhi.

(…)

I diciotto agenti della prima fila si inginocchiano, gli altri alle loro spalle rimangono in piedi a gambe leggermente aperte per mirare meglio.

(…)

Una fiammata divampa, c’è solo rimbombo. Solo le 7,41.

Ora il silenzio grava più cupo e più freddo sulla terra chiazzata di sangue. Tre corpi a cavalcioni su tre sedie, rilassati e trattenuti dalle funi”.

Quella mattina alle “Basse” di Stura mancava Pietro Lala (che si faceva chiamare Francesco Saporito): secondo gli inquirenti era lui la mente dell’azione a Villarbasse, ma aveva già trovato la morte qualche mese prima nei pressi di Mezzojuso, in provincia di Palermo (località dalla quale provenivano tutti i membri della banda), dove si era rifugiato dopo il crimine in Piemonte.

In Sicilia fu poi ucciso, sembra da altri malviventi, con i quali aveva un conto in sospeso.

Allora si disse anche che quell’omicidio fosse legato al crimine commesso a Villarbasse: insomma una punizione estrema stabilita da chi non voleva che la Sicilia fosse accomunata a simili criminali. La verità su questa morte resta un mistero.

 

 

 

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