Non è la prima volta che questa rubrica si occupa di Lu Monferrato. Piccolo comune di 1400 abitanti, che da poco ha cambiato nome in Lu Cuccaro Monferrato, dopo l’avvenuta fusione, l’anno scorso, col vicino borgo di Cuccaro. Il motivo ufficiale di queste frequenti visite è la storica presenza a Lu del mensile Al Pais d’Lu, nato dal seno della locale Pro Loco, nel 1976, pochi anni dopo Cose Nostre. Dicevo, il motivo ufficiale. Poi ne esiste un secondo, più recondito, che mi tocca personalmente, essendo Lu il luogo delle mie radici familiari, sia paterne che materne.

La storia che questo numero di Piazze Amiche racconta, riguarda una vicenda di cronaca, lontana nel tempo, ma di cui sentivo raccontare fin da bambino, quando nel periodo estivo andavo a “fare villeggiatura” nella piccola frazione dove i miei avevano le loro radici. La vicenda ce la espone il dott. Andrea Trisoglio, luese appassionato di storia locale, che ringraziamo per avere messo a nostra disposizione gli appunti tratti dalle sue ricerche. Appunti che dovevano servire per una conferenza, a 300 anni esatti dai fatti; conferenza poi saltata causa Covid, ma spero solo rimandata.

 

 

Corre l’anno 1720. La mattina del primo giugno, non è una mattina come tutte le altre. Si sparge in fretta la drammatica notizia: durante la notte, dei ladri sono entrati nella chiesa posta sul “Castello” di Lu e hanno rubato le reliquie di San Valerio, con i suoi preziosi contenitori.

Naturalmente non abbiamo fotografie dell’epoca, ma esiste una stampa settecentesca in cui si vede nitidamente una chiesetta, accanto alla torre merlata di Lu, nel punto più alto del paese. Lassù, a fianco della Torre, si trovava infatti la Chiesa di San Valerio, chiamata in questo modo perché custodiva da tempo immemorabile (“ab antiquo” dicono le fonti) le reliquie del Santo Patrono, e che oggi non esiste più.

Ma torniamo a quella notte di 300 anni fa, tra il venerdì e il sabato. I ladri «ruppero… sotto l’atrio della chiesetta nel castello». Una volta entrati iniziano a spaccare, distruggere e rubare: rompono la cassetta delle elemosine, il «credenzone di paramenti» e «la cassa del santo lunga sotto l’altare». La cassa in cui sono riposte le spoglie di S. Valerio è chiusa con quattro chiavi, ma i ladri riescono ugualmente a rubare la testa, «due brazzi con le palme e con i spicchi» e la «cassetta a fil di grano» in argento. I ladri non si limitano a rubare la testa, i due bracci e la cassetta, ma «rovesciarono le reliquie sulla predella [il basamento di legno posto sotto l’altare], le due casse di cipresso che tenevano le ceneri e le reliquie più minute».

Il mattino dopo (sabato primo giugno) si sparge in fretta la drammatica notizia: “A j’hän portá via san Valé da ‘n sël casté”, chissà quante volte questa espressione è stata ripetuta, di bocca in bocca, dai 1600 luesi del tempo. Proprio nel giorno solenne in cui si celebra il corpo di Dio (il Corpus Domini), i resti del corpo di San Valerio sono stati profanati e ignominiosamente dispersi. La cittadinanza è sgomenta. Don Francesco, parroco di Santa Maria, esprime bene lo stato d’animo dei luesi: «Che mattina lugubre! Il popolo mesto piangeva (…). Davano all’arma contro i ladri con tutte dieci le campane di Lu e con il tamburo. Vi corsero molti forestieri secolari ed ecclesiastici che piangevano a tale spettacolo”.

Comincia la caccia ai ladri. I membri del Consiglio Comunale incaricano i due Consoli di recarsi presso il Marchese Dalla Valle «per conseguire l’opportuna giustizia» e «supplicare il medesimo che approvi la concessione di lettera d’impunità ad alcuno dei complici del delitto sacrilego sopra enunciato, con la promessa di un premio da darsi dalla predetta Comunità sino alla somma di filippi venticinque perché sij posta la cosa in chiaro…». Si propone cioè qualcosa di simile al premio per il “collaboratori di giustizia”.

Inoltre, del furto sacrilego viene informato il Vescovo di Casale, Monsignor Radicati. Questi una settimana dopo, l’otto e nove giugno, è a Lu, impartisce la benedizione papale e poi scomunica solennemente i ladri sacrileghi.

Il vescovo tornerà poi a Lu martedì 21 gennaio 1721, vigilia della festa in onore di San Valerio, la prima festa dopo il clamoroso furto. È una festa importante, perché si vuole ristabilire quel tacito patto di reciproca protezione che lega Valerio ai Luesi. Il vescovo di Casale, «benché soggetto a gotta» come ha cura di notare il parroco don Francesco, viene per benedire la nuova chiesa che ospiterà le reliquie del Santo. Assieme a lui, tutto il Capitolo della Collegiata e il Clero vestito con la cotta, come per le grandi occasioni. Il Vescovo benedice la chiesa e l’altare di San Valerio, poi torna su in Santa Maria attraverso le scale interne, si dirige verso l’altare e si fa consegnare le Reliquie del Santo, vale a dire la cassetta di cipresso in cui sono custoditi “pezzi” del Santo, la cassettina più piccola in cui sono custodite delle ceneri e il braccio di legno in cui si trova un altro pezzo di reliquia. Il Vescovo si fa portare il nuovo busto d’argento, fatto in sostituzione di quello rubato (con i fondi faticosamente raccolti dai luesi «con spontanee limosine»), estrae quattro pezzi del santo dalla cassetta di cipresso più grande (uno dei quali è «un pezzo di cranio verso l’occhio») e li inserisce nel busto.

Veniamo al cruento epilogo di questa vicenda. Dopo circa un anno dal furto, i colpevoli vengono acciuffati, processati e giustiziati. La sentenza viene emessa a Casale il 23 agosto 1721. È sentenza terribile, come si legge nel Tiletto (ovvero del manifesto di condanna che veniva pubblicato nei paesi interessati), con il suo stile asciutto, senza alcuna concessione alla pietà. La citazione è un po’ lunga, ma vale la pena leggerla quasi integralmente: “Servirà di terrore, esempio e freno a malviventi, il giusto castigo della morte infame che oggi debbono subire Pietro Maria detto Pietrasanta, nato in Balzola, e Pietro Bello del luogo di Grassano, scellerati

compagni di vari sacrileghi furti in chiese e specialmente della pisside ed ostensorio nella parrocchiale di Casorzo e sacre reliquie di S. Valerio in Lu. Li quali, trascinati a coda di cavallo dalle carceri al patibolo, sarà al primo [al Pietrasanta] tagliata l’indegna destra che ardì rompere il sacrario e levare la santa pisside ed ostensorio con dentro le ostie consacrate (quale mano verrà abruciata come infra assieme al corpo). Ambe due poi dal carnefice appesi alla forca finiranno la loro perversa vita. Spiccatesi le teste dai busti dallo stesso, le teste saranno mandate ai rispettivi luoghi dei commessi delitti ed esposti al pubblico, cioè quello di Pietrasanta a Casorzo e quella di Pietro Bello a Lu [..] indi immeritevoli i loro corpi di essere accettati in luogo sacro, tante volte da essi profanato, si getteranno alle fiamme, acciò, consumato dal fuoco, sparga il vento in perpetua obblivione le inique ceneri. A tale carneficina, dal principio all’ultimo, assisterà Domenico Calligaris della città di Nizza, consocio e complice di detto furto della reliquia di San Valerio ed altri accusati, con capestro al collo e remo sulle spalle e, consumata l’esecuzione della sentenza contro dei primi, sarà fatto passare sotto la forca dovutagli per li suoi misfatti, se la di lui tenera età non l’avesse salvato e ristretta la pena ad anni dieci di remare su di una galera”.

Termina così la vicenda del furto delle reliquie di San Valerio, patrono di Lu. Ancora oggi, alzando lo sguardo

verso la Torre, si può vedere il gabbiotto che ha ospitato la testa mozzata di Pietro Bello, a ricordare nei secoli questa vicenda.

Andrea Trisoglio

 

La torre di Lu: sulla sinistra si intravede il gabbiotto che ospitò la testa mozzata del ladro

Le reliquie di San Valerio

Il 22 marzo 2020, in piena crisi Covid, Sindaco e Parroco di Lu pregano per l’intercessione di San Valerio (Foto Il Piccolo)

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