Rocco Spataro si alzò dal divano. Aveva appena terminato il pisolino quotidiano. Abitudine contratta quand’era andato in pensione dopo una vita in fabbrica.

Ricordava ancora con chiarezza il giorno in cui arrivò a Torino dalla Calabria: erano gli Anni 60. Subito iniziò a lavorare nella grande fabbrica di “mamma Fiat”.

Lanciò la voce a sua moglie: “Catarì, vado al circolo sociale con Francesco a giocare a carte.”

Dopo qualche isolato citofonò al suo amico Francesco Giordano, torinese doc, che aveva conosciuto il primo giorno di lavoro: strinsero subito amicizia.

Francesco era già lì, pronto che aspettava: come tutti i giorni. Scese subito e salutò Rocco col suo nome di battaglia: “ ciao ‘O Ce”.  “ ‘O Ce”, così lo chiamavano in fabbrica durante gli scioperi e cortei che nel 1968/69 sconvolsero la società. Era sempre pronto a mobilitarsi e ad animare le assemblee. Ecco perché lo chiamavano “ ‘O Ce”, abbreviazione di Che Guevara. Mentre Francesco che era più riflessivo e ragionatore lo chiamavano “Gramscetto”.

Si avviarono verso il centro sociale dove li attendevano gli altri pensionati per giocare a carte e, naturalmente, avrebbero parlato dei loro argomenti preferiti: calcio, politica e ricordi, ovviamente.

Erano tutti ex operai e impiegati. Avevano vissuto la grande stagione dove i diritti, prima negati, potevano diventare realtà. Erano anni di lavoro e impegno; sembrava che fosse possibile lottare per un mondo più giusto. Durante queste discussioni non mancavano le consuete diatribe impiegati-operai.

Affiorava anche l’amarezza per l’attualità economica di emarginazione e sfruttamento verso le nuove generazioni, dicevano: “ A che sono servite le nostre lotte e sacrifici?”

Mentre erano immersi in questi pensieri, camminavano verso il circolo che si trovava oltre un parco, che dovevano attraversare.

Videro che su una panchina c’erano seduti due giovani, un ragazzo e una ragazza, dall’apparente età di 20/25 anni. Erano seduti come se si fossero lasciati andare a causa della stanchezza.

I due uomini nel vedere i due ragazzi così abbattuti si fermarono e Rocco disse: “ Ciao ragazzi, come va la vita, cose fate di bello ?”

“ Buongiorno, ci riposiamo” risposero rispettosamente, “prima di continuare il lavoro.”

“ E che lavoro fate ?” chiese Francesco .

“ Facciamo consegne a domicilio, consegniamo di tutto. Siamo sempre di corsa”, risposero .

“ Almeno guadagnate a sufficienza?” li interrogò Rocco.

“Lasciamo perdere!” disse la ragazza.

“ Come vi chiamate?” chiese Rocco, “ Io mi chiamo Samuel  – disse il ragazzo  – e lei è Lilla”.

“ Già, oggi i ragazzi hanno tutti nomi strani” sospirò Francesco.

“ Guardate che non li abbiamo mica scelti noi, c’è li siamo trovati. Li hanno scelti i nostri genitori. Quanto si è giovani non si sceglie.”

“ Già, era così, anche ai nostri tempi”, rispose Rocco.

Rocco e Francesco, dopo aver chiesto permesso, si sedettero. Volevano continuare il colloquio, non volevano lasciarsi sfuggire l’occasione.

“Raccontateci di voi”, chiesero.

“ È presto detto, – disse Samuel -io e Lilla stiamo assieme, studiamo all’università. Per mantenerci gli studi dobbiamo lavorare per sostenere almeno le spese. Le nostre famiglie ci aiutano con convinzione, ma più di tanto non possono fare. Per noi lo studio è importante. Per noi va bene così, per ora. Ovviamente una volta laureati vorremmo un lavoro adeguato. Se non lo troveremo qui, andremo all’estero.”

“ Già, all’estero…Ora i giovani vogliono andare tutti all’estero!” bofonchiò Rocco.

“ Noi non vogliamo andare all’estero, cosa dovremmo fare se qui troviamo condizioni capestro; – incalzò Lilla – qui in Italia, quando vai a un colloquio, trovi sempre uno che ti vuole sfruttare a più non posso. E dall’altro lato del tavolo c’è sempre un adulto bello elegante. Molti ci dicono che non abbiamo voglia di lavorare, pensiamo solo ai social: sbagliato. Lo sappiamo che tra noi ci sono giovani che non rigano dritto ma, diteci, gli adulti sono tutti ok? Ai posti decisionali ci sono sempre adulti e in genere maschi. Scusate la franchezza, ma a noi risulta che gli evasori e corruttori sono quasi sempre adulti.”

“ Purtroppo è come dite voi, – rispose Francesco -noi da giovani avevamo sognato di cambiare la società, per il nostro impegno abbiamo anche pagato, ma non ci pentiamo. Qualcosa abbiamo fatto, dobbiamo constatare che la crisi ha azzerato i risultati di quella stagione politica che furono gli Anni 60/70  del secolo scorso.”

“ Lo sappiamo perché abbiamo studiato e ce lo raccontano i nostri” disse Samuel.

“ Oggi  – riprese Samuel  – tra noi ragazzi ci sono quelli che per la sfiducia non studiano e non cercano lavoro. Li capisco, ma è un atteggiamento sbagliato, perché se rinunciamo la diamo vinta agli sfruttatori.”

“Devo anche ammettere che molti adulti, soprattutto compagni, si sono tirati indietro. Dicono: “Siamo oramai anziani. È vero questo, ma noi abbiamo esperienza politica e di vita. Poi non siamo ricattabili ”, si infervorò Rocco ritrovando la grinta di “ ‘O Ce”.

“ La politica ?, la nostra grande delusione. Anche noi siamo demoralizzati ma sappiamo che questi politici li abbiamo eletti noi. Le colpe sono di noi tutti. Ma nonostante questo noi siamo fiduciosi per il futuro ,” disse Lilla.

“ Come sarebbe a dire?” replicò Francesco, “noi siamo demoralizzati soprattutto per colpa della nostra parte politica perché stanno sempre a spaccarsi e litigare, e voi dite che siete, nonostante tutto, fiduciosi?”

Samuel riprese il discorso: “ Avete ragione, ma vogliamo spiegarvi bene perché abbiamo una certa fiducia. Noi abbiamo partecipato a dei programmi Erasmus. Lì vengono coinvolti giovani di tutta l’Europa. Si vive, si studia e si ragiona tutti assieme. Tutti parlano almeno due lingue e sono molto motivati. Sono tutti ragazzi informati e colti. In quella sede ci si rende conto che i problemi sono comuni e si risolvono tutti assieme. In sostanza, ragioniamo già da europei. Quello è l’obiettivo: “l’Europa dei popoli”, a questo dobbiamo puntare. Non ci si rende conto che le beghe nazionaliste e il rinchiudersi in sé stessi fanno il gioco degli speculatori, delinquenti e mestieranti.”

“ Non solo, – rincarò Lilla – noi siamo convinti che la futura classe dirigente verrà fuori da lì. Loro, cioè noi, faremo l’Europa. Questi giovani conoscono bene le sfide che ci attendono: ambiente, più scuola, più ricerca, più solidarietà anche verso quei popoli che abbiamo sfruttati per secoli.”

“Voi ci confortate”, dissero all’unisono Rocco e Francesco, “dai, venite con noi al circolo a mangiare qualcosa e bere un caffè.” I quattro si avviarono assieme come vecchi amici.

Francesco e Rocco, tra sé e sé, pensarono che i semi non erano andati persi del tutto.

Passato e futuro in quel momento stavano camminando assieme, ed era una  gran bella cosa: se il  futuro non conosce il passato, si smarrisce.

Vittorio Mosca

 

 

 

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