Esattamente 35 anni fa. Era il mese di aprile del 1985 quando trovai un amico a Volpiano che mi disse che di lì a poco sarebbe giunto a Caselle un sacerdote, già vice-parroco della loro comunità.

Da poco tempo infatti Caselle aveva perso i suoi due pastori, che ben ricordano molti casellesi: Don Ferdinando Miniotti, parroco della chiesa di San Giovanni Evangelista e Don Michele Benente, parroco di quella di Santa Maria Assunta. Gli avvicendamenti previsti dalla Curia torinese avevano anche riguardato la nostra comunità.

Nessuno sapeva ancora chi fosse il nuovo pastore, io ebbi l’onore di avere la notizia in questa fortunata circostanza in assoluta anteprima.

Ovviamente non conoscevo questo giovane sacerdote, ma l’amico che mi rivelò questo piccolo segreto aggiunse che la comunità casellese avrebbe fatto uno dei suoi migliori acquisti.

Mi dipinse Don Claudio come un sacerdote di vivissima fede, di idee moderne, ancorate ai dettami del Concilio Vaticano II, e soprattutto di essere un sacerdote molto vicino ai giovani, ai quali aveva dedicato tutto il periodo trascorso come vice-parroco a Volpiano.

La notizia venne poi diffusa ufficialmente a Caselle e la nostra comunità si apprestò a ricevere la sua nuova guida spirituale.

Il 23 giugno del 1985 Don Claudio Giai Gischia si insediò ufficialmente a Caselle.

Le due parrocchie, San Giovanni e Santa Maria, vennero con l’occasione accorpate.

La domenica dell’insediamento ci fu una grande festa. Nella notte precedente, chi scrive lo può testimoniare per partecipazione diretta, ebbe l’incarico di transennare tutta piazza Boschiassi, allora adibita ancora a parcheggio, onde evitare di ritrovare auto parcheggiate che avrebbero impedito la sistemazione del palco e delle sedie per i fedeli.

Fu un grande evento, partecipato da migliaia di casellesi e da altrettanti fedeli della parrocchia di Volpiano che vennero per salutare il loro “Don”.

In quella occasione giunsero anche fedeli da Settimo, comunità dove Don Claudio era stato prima ancora.

Da quel lontano 23 giugno 1985 la nostra comunità ha il piacere di avere con sé questo nostro amico di tutti, come ha sempre chiesto di essere lui stesso.

Ricordo in linea di massima questi fatti, ma chiedo al “Don” di ravvivarmi la memoria.

  • Intanto quando sei stato ordinato sacerdote.

“Sono stato ordinato sacerdote il 4 ottobre 1970.”

  • Allora il 4 ottobre conteremo un’altra bella ricorrenza, 50 anni di tua ordinazione sacerdotale.

Un bel pezzo di vita, don Claudio, ci puoi qui raccontare quella che è stata la tua vita dall’inizio: dalla chiamata, al collegio seminario, i lunghi studi teologici, i tuoi precedenti incarichi pastorali e quello che pensi possa essere il tuo futuro sacerdotale…

“Sono nato in una borgata sopra Giaveno il  primo gennaio del 1947. Finite le elementari avevo due possibilità per continuare gli studi: l’avviamento, presso l’Istituto Pacchiotti o le medie  al Seminario di Giaveno. Feci questa seconda scelta. Anni non facili, che ci hanno forgiati niente male. Cominciavo a sentire la “vocazione” sacerdotale: senza dubbio con l’aiuto e il suggerimento del Signore; ma anche come risultato della testimonianza di due sacerdoti ai quali ho cominciato a guardare: non due luminari di scienza, ma uomini di preghiera e di tanta carità. Avreste dovuto vedere l’abito di uno di loro, parroco di montagna, che andava anche avanti spesso a polenta e castagne.

Ho proseguito gli studi nel Seminario di Rivoli, prima il liceo classico e poi  cinque anni di teologia. Ambiente diverso, anche per l’aria che tirava attorno al ‘68: non eravamo vaccinati e ne abbiamo risentito anche in modo positivo insieme al nuovo “vento dello Spirito” che proveniva dal Concilio.

Negli ultimi tre anni di teologia inserivo anche dei periodi lavorativi, come manovale nell’edilizia, che gli studi permettevano. Mettevo così in pratica tante cose imparate soprattutto dai miei genitori, anche l’amore per l’impegno, per il lavoro.

Giungo così al 4 ottobre 1970, giorno dell’ordinazione nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo a Giaveno. Con me  c’era anche don Gianni, giavenese come me, come Monsignor Livio Maritano, Vescovo ausiliare, giavenese pure lui:  insomma, abbiamo fatto… tutto in casa.”

  • Cosa ricordi del tuo arrivo a Caselle ?-

“ Un caldo tropicale! Dopo un anno di servizio ad Avigliana, alla parrocchia di S. Maria, ho trascorso 10 anni come viceparroco a Volpiano e quasi 5 anni a Settimo nel quartiere “Corea”. E il 23 giugno 1985 sono arrivato a Caselle, in una giornata caldissima, come clima  meteorologico e  come accoglienza. Presiedeva la celebrazione della messa il Vicario Episcopale don Domenico Cavallo. Mi hanno affidato il compito di unificare le due parrocchie: primo esperimento nella nostra diocesi di Torino.”

  • Cosa ti aspetta nel futuro?-

“ Per il futuro?! A 75 anni, secondo il codice di diritto canonico, si è chiamati ad andare in pensione. Ma la vocazione non dovrebbe mai andare in pensione  – e questo vale per tutte le vocazioni: si è genitori sempre, a qualsiasi età, anche se poi con “ruoli diversi”-.

Onestamente non riesco ad immaginarmi un futuro  da sacerdote  non impegnato in una comunità, magari senza responsabilità diretta. Qui o altrove: sempre che la salute o altro lo permettano. “

  • E se dovessi rimanere a Caselle?  Del resto, sei pure nel ristretto novero di chi ha ricevuto il titolo di “Casellese dell’Anno”, potresti immaginare di separarti da noi?-

“Se ormai ho trascorso 35 anni qui con voi a Caselle è perché, pur in mezzo a diversi problemi, mi trovo a casa. E, come in ogni famiglia, ci sono momenti belli e sereni, e momenti difficili. Ci sono problemi delle singole famiglie o dei gruppi e problemi che coinvolgono (o dovrebbero coinvolgere) nella loro soluzione tutta la comunità.”

  • Trentacinque anni in questa nostra Caselle, don Claudio, ancora una ultima domanda, pregi e difetti dei tuoi parrocchiani. –

“Pregi e difetti? Sono un bagaglio comune che dovrebbe vederci impegnati: cercare di smussare e limitare i difetti e far fruttare, con l’aiuto del Signore e la collaborazione reciproca, i pregi, i talenti, le qualità. È in questo modo, seguendo questa traccia che possiamo costruire una vera comunità.”

La fortuna per noi casellesi, è stata proprio quella di avere fra noi un grande prete, che prima ancora di essere prete è un uomo fra gli uomini, che ha sempre privilegiato gli ultimi, che ha sempre ascoltato tutti, che ha sempre dispensato a tutti una buona parola, anche fuori dal confessionale.

Si perché il nostro “don”, la sua vocazione la esprime anche e soprattutto così, con l’esempio e la vicinanza ai suoi parrocchiani, privilegiando i giovani, i campi estivi a Pialpetta, i giochi nei due oratori e la sua straordinaria dote di sereno comunicatore di pace e di bontà.

Lo vorremmo con noi ancora per molti anni, se l’autorità ecclesiastica ce lo lascerà e se questo è il disegno del Signore.

Noi da semplici amici, da cittadini, da suoi parrocchiani, ce lo auguriamo di tutto cuore.

 

 

Mauro Giordano

 

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