Il pezzo proposto questo mese dalla nostra rubrica arriva dalla Sardegna. Arriva da un altro giornale di pro loco, l’unico, con questa caratteristica, ad essere presente in quella regione. La Pro Loco che ne è editrice è quella di Terralba, provincia di Oristano. E al presidente di quella Pro Loco, l’amico Pino Diana, che abbiamo avuto il piacere di conoscere di persona nel raduno annuale GEPLI dello scorso anno in Friuli, va il nostro ringraziamento per il permesso di ripubblicazione.

L’argomento dell’articolo non ha bisogno di lunghe presentazioni: per tutti quelli che sono nativi degli anni 50 e 60 il nome di Gigi Riva suscita ancora adesso emozione ed ammirazione.

 

Gigi Riva, Rombo di Tuono

 

Nel cinquantesimo anniversario dello storico scudetto vinto dal Cagliari arriva nelle librerie il nuovo romanzo di Davide Piras, edito da Condaghes.

Un’opera che, già prima della sua pubblicazione ufficiale, è arrivata seconda nel Premio Letterario Licanìas, a testimonianza della bontà del progetto letterario.

Con la sua penna Davide affresca un racconto che scorre piacevolmente tra decine di aneddoti e curiosità, incentrato sulla figura più carismatica di quel Cagliari, quel “Giggirriva” capace di far sognare un’isola intera.

Un viaggio a tratti introspettivo di quella forte personalità che caratterizza Riva ma capace anche di mettere a nudo fragilità e debolezze che lo hanno reso uomo del popolo.

Un’emozione lunga più di trecento pagine che ha già ricevuto riconoscimenti ed elogi da più parti, non ultimo il giornalista Luca Telese, autore anch’egli di un libro sul Cagliari scudettato, che si è premurato di far pervenire i suoi complimenti al nostro concittadino.

Davide, ci siamo lasciati poco più di un anno fa con l’annuncio dell’uscita prossima del tuo libro su Gigi Riva. Il momento è finalmente arrivato. Raccontaci l’emozione per la tua nuova creatura.

L’emozione è tanta, non lo nego. Raccontare la vita di un uomo straordinario come Gigi Riva implica grande responsabilità ma allo stesso tempo è un privilegio che il nostro Rombo di Tuono ha concesso a pochissimi autori. Vado quindi fiero di essere tra questi.

Molti avrebbero immaginato la solita biografia nozionistica mentre tu hai preferito dare alla tua opera la veste del romanzo. Cosa ti ha fatto propendere per questa scelta?

Credo che la biografia nuda e cruda spetti esclusivamente al protagonista. Solo Gigi Riva conosce dettagli personali ignoti al resto del mondo. Qualsiasi intrusione esterna sarebbe un tentativo a metà. Io ho usato la narrativa perché è la forma di scrittura che più padroneggio, ma soprattutto perché il romanzo, a mio avviso, rende più giustizia all’epica di una storia che negli anni ha assunto i connotati di una vera e propria epopea. Nella mia opera viene celebrato prima l’uomo e poi l’eroe sportivo.

Il racconto si snoda ripercorrendo le tappe che dall’infanzia della sua Leggiuno portano a plasmare la leggenda che tutti conosciamo. Facendo i debiti paragoni, c’è stata una sorta di immedesimazione in quel bambino che tirava i primi calci nei campetti polverosi di periferia?

L’immedesimazione è inevitabile per tutti coloro che come me arrivano da generazioni nelle quali si è vissuto il gioco per strada con gli amici del vicinato. Ma durante la lettura del romanzo, sfogliando le pagine che raccontano la rivalsa di Gigi Riva, è impossibile non provare anche una forte empatia unita all’ammirazione.

Gli Anni ’60 del secolo scorso sono stati caratterizzati, per la nostra terra, dal boom del petrolchimico e per un altro versante dall’imperversare del fenomeno dell’anonima sarda. Qual è l’impatto che ha su Riva la realtà isolana?

Gigi Riva in Sardegna non voleva venirci. Come tutti i continentali era succube degli stereotipi che ci descrivevano come pastori rozzi e analfabeti. La Sardegna era la terra in cui venivano mandati i carabinieri in punizione. Riva ebbe poi modo di vedere con i suoi occhi che l’isola e i sardi erano molto diversi da come venivano etichettati. L’impatto del petrolchimico ci fu, infatti Angelo Moratti e Angelo Rovelli – i cosiddetti Angeli del Varesotto, rispettivamente magnati di Saras e Sir – non entrarono a caso nel Cagliari Calcio, ma si ebbe contezza solo dopo molti anni della reale portata degli insediamenti di Portovesme e Porto Torres. L’anonima sequestri sarda imperversava: sembrano scene da film western ma all’epoca le città erano tappezzate con le foto dei ricercati, in primis la Primula Rossa Graziano Mesina, col quale Riva intraprese un inconsapevole scambio epistolare. Seppur esecrando la vita delinquenziale, Riva rispettava Mesina che per pura passione sfidava le forze dell’ordine travestendosi e andando all’Amsicora a tifare Cagliari. Quando il bandito fu arrestato, Riva gli fece dono di attrezzatura sportiva nel carcere nuorese di Badu e Carros in cui era detenuto.

Cosa invece ha significato Riva per la Sardegna?

Riva per la Sardegna è stato ed è tuttora l’eroe riuscito nell’impresa di spezzare l’egemonia calcistica del Nord. Il fatto che poi per stare in Sardegna abbia sempre rifiutato soldi e gloria offertigli dalle grandi squadre del Settentrione, ha fatto di lui un vero e proprio feticcio. Il grande giornalista Gianni Brera scrisse che la Sardegna entrò effettivamente a far parte dell’Italia solo quando Gigi Riva e il Cagliari portarono lo scudetto in Sardegna. Gli anziani tenevano la foto di Riva nella credenza del soggiorno, accanto ai santini. E questo perché lo ritenevano uno di loro: percezione reciproca, visto che Riva si affratellò con tanti pescatori, pastori, gente comune del popolo.

In ogni capitolo traspare l’animo sensibile di Riva, la vicinanza empatica ai più umili, la vocazione all’aiuto ed il suo essere fedele alla parola data. Sembra quasi che nel suo destino potesse esserci solamente la nostra Isola. Sarebbe stato lui a riscattare la nostra terra dandole risalto internazionale.

Di Riva mi vien da dire che è sardo per scelta. Egli si è forse trovato nel luogo ideale, in mezzo alla gente che più gli somigliava nel carattere. Dopo le tragedie dell’infanzia trovò qui da noi una nuova famiglia. Ricambiò con lo Scudetto, con il goal decisivo alla finale degli Europei del 1968, e chiuse il cerchio contendendo a Pelé lo scettro di miglior giocatore del pianeta nei Mondiali del 1970 in Messico. Il Cagliari 1970/71 è ancora oggi l’unica squadra sarda ad aver giocato la Coppa dei Campioni. Riva fece tutto questo prendendosela spesso con avversari e pubblico antagonista, i quali spesso imitavano il belato delle pecore per deriderci. Riva ci ha sempre difesi. Ovunque.

È ricorrente il tema del lutto e della sofferenza per la perdita di molte delle persone care. Cosa hanno rappresentato queste dure prove nel cammino di crescita e formazione dell’uomo Riva?

Gigi Riva perse il padre Ugo quando aveva appena nove anni per un incidente in fonderia. Fu mandato in collegio dove venne maltrattato. Pochi anni dopo perse la sorella Candida a causa della leucemia, e poi la madre Edis per un cancro. In più la sorella Fausta fu investita e rimase 4 anni sulla sedia a rotelle. Per ritagliarsi il suo spazio nel calcio, Gigi dovette abbinare agli allenamenti i lavori più faticosi: in una fabbrica di pulsantiere e gettoniere per ascensori; in una produzione di ceramiche; in varie officine. Tutto ciò ha contribuito a forgiare il suo carattere battagliero, e forse parte del suo grande successo è dovuto anche alla capacità di non arrendersi mai, neppure davanti alle disgrazie più terribili.

La sua vita si intreccia inevitabilmente, vista la notorietà, con le vicende di tantissimi personaggi che hanno scritto la storia italiana. Un particolare mi ha colpito nello scorrere della narrazione: quando parli di De André, Tenco, Tortora e altre figure, sembra quasi di scorgere per ognuno un tratto comune con la storia personale di Riva. È cosi?

Gigi Riva era un grande estimatore di Tenco e De André, capiva e amava la poetica delle loro canzoni. Quando Tenco si suicidò, per Riva fu uno shock. Nel settembre del 1969 ebbe la possibilità di incontrare De André nella casa del cantautore genovese, a villa Bombrini. I due si stimavano ma entrambi preferivano il silenzio alle parole, quindi ci fu bisogno di un bel po’ di whisky per sciogliere le loro lingue. Credo che molti campioni e artisti condividano tormenti interiori, oltreché un percorso fatto di sofferenze infantili e adolescenziali. Riva e De André erano molto affini. In quell’incontro De André cantò la canzone “Preghiera in gennaio”, scritta proprio in onore di Luigi Tenco, idolo di Riva e amico fraterno di De André. Dopo quella prima volta si incontrarono spesso anche in Sardegna. Nacque un’amicizia sincera.

In alcuni passaggi sembra di immergersi in ambientazioni tipiche dei libri di Burroughs o Bukowski. Alcool a fiumi, gioco d’azzardo e sigarette come non ci fosse un domani. Comportamenti che paiono in contrasto con l’atteggiamento richiesto a degli agonisti. Sono state invece questa sorta di guasconerie a creare l’affiatamento che ha permesso l’exploit del primo e finora unico scudetto del Cagliari?

Il calcio di allora era diverso da quello di oggi. I giocatori detti “ballerine dai piedi buoni” riuscivano a emergere anche senza essere maniaci della preparazione fisica, ed è per questo che qualche stravizio era concesso. Inoltre, la struttura corporea dei calciatori era molto sproporzionata: muscolatura delle gambe accentuata ma la parte superiore pareva quella di una persona comune. Oggi non sarebbe assolutamente possibile perché il fisico dei calciatori è perfetto, si curano i dettagli, compresa la muscolatura di busto e braccia, che prima veniva ignorata. L’evoluzione ha reso temibili anche calciatori non eccelsi dal punto di vista tecnico ma magari molto possenti, tenaci e disciplinati tatticamente. Chi non conduce una vita da atleta è destinato a passare come una meteora, senza lasciare traccia. Nel 1970 invece si correva meno e i ritmi erano più bassi, questo agevolava i più dotati tecnicamente, e quel Cagliari contava parecchi giocolieri. Detto ciò, sicuramente il modus operandi del “filosofo” Scopigno ebbe una importanza fondamentale nella vittoria dello Scudetto: per la prima volta i calciatori si sentirono trattati da pari a pari. Scopigno li responsabilizzò dando a ognuno la libertà di tracciare la propria misura. Si sentirono uomini, non più ragazzini. E si amalgamarono andando a vincere, anche poco rispetto al potenziale. Mancano almeno due scudetti a quel Cagliari straordinario.

Per la tua opera hai attinto ad un’amplissima bibliografia. Qual è l’episodio che ti ha colpito particolarmente?

Gli episodi sono tanti, ma uno in particolare mi ha segnato: Gigi Riva aveva incubi tremendi in prossimità delle grandi partite. Ne era talmente terrorizzato da dormire con la luce accesa, una situazione incompatibile con la necessità di buio totale dell’amico Boninsegna, col quale condivideva la stanza. I due litigarono più volte. Mi ha davvero colpito scoprire che dentro il corpo da adone invincibile ci fosse un uomo con grandi paure, debolezze e insicurezze. Le stesse di ognuno di noi.

Nicola Aramu

 

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