A detta di diverse persone qualificate la comparsa di questa pandemia non è stata un fatto naturale, aldilà delle vere origini non del tutto chiare, non è scollegabile da un modello di sviluppo economico e culturale che tiene poco conto del valore della vita; un modello nocivo per l’individuo, per le comunità, per la natura in generale. La pandemia, il degrado ambientale, le sorprendenti mutazioni del clima, sono tutti prodotti da un modello di crescita improntato al solo benessere economico, che nasconde una incosciente volontà autodistruttiva. Non si pone freno alla crescita illimitata, a cui si sacrifica la qualità dell’aria, dell’acqua, della terra. Non rallenta lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, la crescita della densità abitativa delle grandi città, la crescente interconnessione di un mondo sempre più globalizzato, la spinta verso una produttività sempre più alta. Insomma: la crisi del covid-19 dovrebbe spingerci a ripensare un modello di crescita meno autodistruttivo, non soltanto improntato verso il benessere economico. Abbiamo visto cittadine e cittadini lottare per difendere il proprio territorio e il proprio diritto alla salute, perché i primi a subire la situazione erano loro stessi. Hanno agito come comunità e in questo percorso hanno acquisito consapevolezza e conoscenze in modo indipendente, ma purtroppo in un ambito circoscritto. Le lotte in difesa dell’ambiente spesso non trovano sponde politiche o culturali; nel nostro Paese è del tutto assente una cultura politica ecologica. Si potrebbe chiamare “analfabetismo ecologico”. Nei programmi politici l’ambiente compare come citazione, ma solo per darsi un volto presentabile; l’ho constatato direttamente, anni fa, quando ho contribuito nella redazione di un programma elettorale, per il nostro Comune. Penso che sia assolutamente necessario che cresca la sensibilità ecologica individuale. Le leggi piovute dall’alto faranno ben poco effetto, sino a quando i singoli individui non capiranno a proprie spese che qualsiasi individuo, diverso per colore e cultura, qualsiasi animale o cosa non può essere sfruttato arbitrariamente. Questo per almeno due motivi, a mio avviso fondamentali: prima di tutto niente su questa terra esiste “per caso”, ogni essere vivente ha un suo ruolo preciso; non ci si può illudere che l’indiscriminato sfruttamento della natura, ad esclusivo vantaggio dell’essere umano, non possa avere conseguenze negative profonde per l’essere umano stesso. E’ importante capire il profondo significato del termine “ecosistema” e non dimenticare che l’uomo deve rispettare le leggi naturali che lo regolano per mantenere l’armonioso equilibrio. Fare questi discorsi, al giorno d’oggi, si è considerati degli illusi, troppo immersi nei sogni per rendersi conto della realtà in cui si vive, che non può certamente ritornare al passato. Però, a dire il vero, abbiamo avuto un grande esempio da popoli antichi, ritenuti a torto dei selvaggi, che, senza alcun dubbio, avevano coscienza ecologica molto maggiore alla nostra. I pellirossa, o indiani d’America, possedevano il segreto di come vivere in armonia con Madre Terra, usare ciò che offriva senza ferirla. Un indiano andava fiero di lasciare meno tracce possibili della sua presenza; anche loro modificarono l’ambiente come tutti gli esseri viventi, ma senza alterare l’equilibrio naturale. La convinzione che l’uomo formasse un insieme organico con le altre creature viventi influenzava notevolmente il pensiero e le azioni del nativo, e conseguentemente il suo stile di vita, il tipo di governo scelto dalla comunità e l’educazione impartita ai giovani. Grazie a questa cultura i nativi americani preservarono la salute dell’intero continente, per migliaia di anni prima dell’arrivo di Colombo o altri conquistatori non “selvaggi” L’etica degli indiani d’America nei confronti della natura era una combinazione di venerazione e affermazione della vita. Il risultato pratico, era, come già detto, il rispetto e la cura del mondo naturale. Poiché la terra stessa era concepita come un essere vivente un aspetto di questa cura era l’astenersi assolutamente nel danneggiarla. Tutte le tribù indiane facevano tesoro di due principi fondamentali: prendevano solo ciò di cui avevano necessità e usavano completamente, senza il minimo spreco, ciò che prendevano. Quindi, prima di disprezzare e ridicolizzare gli ambientalisti accusandoli di volere un ritorno al passato, sarebbe bene approfondire qualche lettura, si scoprirebbe che cinquecento anni fa esisteva qualcuno che potrebbe darci molte lezioni di vita. 

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Ernesto Scalco
Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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