Sono trascorsi più di sette mesi dall’11 marzo, il giorno in cui l’Italia entrò in quarantena: uno stop che, tra le innumerevoli conseguenze ha segnato anche l’improvvisa diffusione nel nostro Paese del lavoro da casa, lo smart working.
Lo smart working, chiamato anche “lavoro agile”, rappresenta oggi uno strumento chiave che ha mostrato le sue grandi potenzialità durante l’emergenza sanitaria, consentendo il proseguimento di molte attività lavorative. In questo modo milioni di italiani hanno potuto lavorare comodamente da casa, ripensando alle modalità tradizionali del lavoro in ottica digitale. Videochiamate, messaggi e email hanno rappresentato le attività costanti messe in atto dai lavoratori “smart worker”.
Lavorando da casa ci si sente più connessi e produttivi rispetto all’ufficio e non offre soltanto vantaggi: si rischia di pagare uno scotto per quanto riguarda il proprio benessere economico, fisico ed emotivo.
Tra le conseguenze più immediate dello stravolgimento delle abitudini lavorative c’è stata la necessità di ammodernare l’attrezzatura usata per svolgere il proprio lavoro con una conseguente spesa aggiuntiva da parte dei lavoratori.
A livello globale, gli smart worker hanno dichiarato di aver acquistato nuovi dispositivi tecnologici per lavorare da remoto e più della metà di loro ha spiegato di aver dovuto mettere mano al portafogli per migliorare la propria dotazione, tra computer, tablet, o semplicemente qualche accessorio
Lavorare da casa, però, può avere delle conseguenze sulla salute: mal di testa, dolori alla schiena oppure al collo, e anche la difficoltà a dormire sono le nuove problematiche lamentate.
La modalità del lavoro in smart working era riconosciuta in Italia dalla Legge sul Lavoro Agile del 2017. Ma la sua fondamentale importanza si è rivelata in seguito al decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n.6 relativo alle misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2, che ha previsto la sospensione delle attività lavorative per le imprese ad esclusione di quelle svolte in modalità a distanza.
Infatti, la cosiddetta Direttiva Dadone, dal nome della ministra della Funzione pubblica, Fabiana Dadone) ha stabilito che il Lavoro Agile era “applicabile in via automatica ad ogni rapporto di lavoro subordinato nell’ambito di aree considerate a rischio nelle situazioni di emergenza nazionale o locale nel rispetto dei principi dettati dalle menzionate disposizioni e anche in assenza degli accordi individuali ivi previsti”.
La pandemia ha accelerato un nuovo modo di lavorare, e si è modificata la concezione del lavoro con una modifica dei tempi e degli spazi. Ad oggi non si riesce a capire se si ritornerà alla quotidianità lavorativa del prepandemia o se questi mesi hanno fatto sviluppare e modificare definitivamente alcune modalità di lavoro. Solo il tempo darà le risposte.

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