Eccole qui le tre amiche: Giovannina, Mariuccia e Anna. Sono sul marciapiede della stazione di Orsago in attesa, assieme al signor Bergera loro accompagnatore, del treno proveniente da Udine che le porterà a Mestre. Poi da qui fino a Milano. La tappa successiva sarà Torino.

Le tre ragazze sono silenziose. Lo sguardo è perso, guardano per terra. La mente è affollata da tanti pensieri ed interrogativi senza risposta. Sta per iniziare un viaggio verso un destino di cui ignorano tutto. Una cosa sola sanno: un destino di fatica e speranza.

Giovannina pensava a sua mamma, quando, qualche ora prima, l’aveva salutata con un bacio mentre dagli occhi le sgorgavano le lacrime. Poi le aveva consegnato una sacca con dentro una pagnotta di pane e del formaggio. Dentro c’era anche l’unico altro abito che possedeva. Esattamente come Anna e Mariuccia.

Un veloce saluto ai loro papà e le ragazze si avviarono per salire nella carrozza “milleporte” di terza classe. Si accomodarono sui sedili, di legno lucido, che trovarono liberi. Il treno sarebbe ripartito subito. Il capostazione, elegante nella sua divisa, col cappello rosso emise un trillo col suo fischietto: il treno si mosse. Cominciava il viaggio, cominciava l’avventura. Si lasciarono alle spalle i luoghi della loro infanzia e si stavano inoltrando nell’ignoto.

La buia campagna scivolava lungo i fianchi del treno che si fermava ad ogni stazione. Dopo due ore arrivarono a Mestre. “Ecco, disse Bergera, la prima parte del viaggio è terminata. Tra qualche ora arriverà il treno da Venezia S. Lucia. Ci porterà fino a Milano. Ora andiamo nella sala aspetto a riposarci in attesa del treno.” Le ragazze si appisolarono subito.

Dopo qualche ora Antonio le svegliò:” Forza, sveglia. Il nostro treno sta arrivando, ho sentito il fischio. È ora di andare.”

Salirono in fretta e si accomodarono, intanto molte persone salivano e scendevano rapidamente. Mestre era uno snodo importante, molte linee ferroviarie vi confluivano per ripartire verso varie direzioni. Dopo dieci minuti il treno ripartì. Il vagone era pieno della più varia umanità: Giovannina e le sue amiche osservavano gli altri viaggiatori. Gente dalla faccia stanca e assonnata: mamme che tenevano in braccio i loro bimbi addormentati, uomini e donne che avevano con se sporte colme di verdura, frutta, uova ed altro tipo di merce, sicuramente andavano a vendere in qualche mercato. Ecco un sacerdote che leggeva, o faceva finta di farlo, visto che lanciava continuamente lo sguardo in giro.

Oramai erano lontane dal loro paese. La luce del giorno aveva definitivamente sconfitto il buio. Potevano vedere la distesa della campagna che correva lungo i fianchi del treno. In lontananza vedevano villaggi e svettare campanili, mandrie di mucche erano già al pascolo. Quanto il treno si fermava potevano leggere i nomi di paesi fino ad allora ignorati. Il treno fermò anche a stazioni di città importanti: Verona, Vicenza, Bergamo, Brescia. Antonio diceva:” Queste sono città belle, importanti e ricche di storia. In futuro quando ne avrete l’opportunità dovrete visitarle”.

Antonio comprendeva cosa avevano, in realtà, per la testa le ragazze dicendo loro:” State tranquille, vedrete vi troverete bene. Conoscerete un sacco di ragazze come voi che vengono da altre città. Nel convitto si vive bene. Le suore che si occuperanno di voi sono in gamba e molto umane. Tra un po’ saremo a Milano, una delle più importanti città italiane. Rimarrete sbalordite.

Dopo circa sei ore arrivarono a Milano. “Ecco, disse Bergera; siamo a Milano, qui dobbiamo scendere. Bisogna cambiare treno e prendere quello per Torino. Dovremo aspettare un paio d’ore.”

Quando le ragazze misero piede a terra rimasero a bocca aperta: la stazione era enorme. Si udivano continuamente fischi di treni che arrivavano e partivano. C’era un incredibile e caotico via vai di gente che frettolosamente si dirigeva verso l’uscita o i rispettivi convogli: c’erano uomini e donne eleganti, operai, militari e tanta altra gente. “ Questa, assieme a Roma e Napoli, disse Antonio, è la città più importante dell’Italia. Questa stazione tra qualche anno non ci sarà più. Il suo posto sarà preso da un’altra stazione più grande e bella. Ora, visto che c’è un po’ di tempo, usciamo fuori a dare un’occhiata alla piazza. Vedrete cose mai viste. In effetti le ragazze sgranarono gli occhi alla vista dei palazzi e del via vai di auto e carrozze. La città sembrava un organismo pulsante.

Nel rientrare in stazione Giovannina notò che in alto sui binari c’erano dei fili stesi:” Cosa sono?”, chiese. “Quelli sono i fili che danno corrente alle locomotive elettriche che si stanno diffondendo, disse Antonio, noi abbiamo viaggiato su un treno a vapore, il futuro è dei treni elettrici”.

Finalmente giunse l’ora di ripartire. Le ragazze cominciavano ad essere stanche. Non appena il treno si mise in modo ne approfittarono per consumare una parte della pagnotta e il formaggio. La cosa le mise di buon umore e si rilassarono. Anche questa tratta sarebbe durata alcune ore. Anche qui, come tra Mestre e Milano il treno si fermava ad ogni stazione con relativo sali-scendi di viaggiatori. Durante il viaggio il treno accumulò qualche ora di ritardo a causa di un intoppo lungo la linea.

Arrivarono alla stazione della Ciriè-Lanzo che erano le ventitré passate. “ Che diavolo e che sfortuna, proruppe Antonio, abbiamo perso l’ultimo treno. Dobbiamo aspettare qui in stazione fino a domattina il primo treno per Caselle. Andiamo nella sala d’aspetto mangeremo l’ultimo pezzo di pane e ci sdraieremo sulle panchine.”

Le ragazze, stanchissime, si addormentarono subito sul duro legno degli sedili.

Il fischio del treno delle cinque le svegliò annunciando loro che era l’ora di partire.

Arrivarono a Caselle dopo una mezz’ora di viaggio. “Ecco siamo arrivati, disse rilassandosi Antonio, ora andremo a piedi fino al convitto dove potrete mangiare e riposarvi.”

Giovannina, Anna e Mariuccia erano giunte nella cittadina dove avrebbero lavorato e vissuto alcuni anni.

Al convitto furono ricevute dalla madre superiora delle suore del Cottolengo: suor Maddalena.

Antonio salutò le ragazze:” Care ragazze, il mio compito finisce qui. Vi lascio nelle sicure mani di suor Maddalena. Certamente ci vedremo ancora visto che lavoro in questa azienda. Ora vado anche io a riposare.”

Disse suor Maddalena:“ Benvenute, ragazze. Siete stanche vero? Ora farete colazione con le altre ragazze con pane e latte, poi riposerete fino alle 12. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, andrete negli uffici per le pratiche di assunzione e conoscerete la fabbrica dove lavorerete”.

Dopo la colazione andarono a dormire nei letti loro assegnati nella grande camerata da cinquanta posti. Non avevano mai dormito in un letto così comodo: c’erano anche le lenzuola.

Per Giovannina, Anna e Mariuccia era l’inizio di una nuova vita.

Vittorio Mosca

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