19 dicembre 2020. Alla Residenza Aurelia di Caselle è il giorno dei festeggiamenti per i 100 anni di nonna Natalina. Per via del Covid, nessuno dall’esterno vi può partecipare. Non possiamo farle un’intervista, ma la storia di nonna Natalina ce la racconta, in anteprima, l’affezionato, ed unico nipote, Gilberto Ferraresi.

Corre l’anno 1920. Mancano pochi giorni al Natale, quando a Corio nasce, il giorno 19, mia nonna Natalina. La sua è una famiglia di origine contadina, che di cognome fa Enrici Bellom. Una famiglia povera, ma ricca di valori. Entrambi i genitori lavorano, a Corio, nella villa dell’avvocato Goria: il papà come giardiniere, la mamma come cuoca e domestica. Con Natalina, a completare la famiglia, tre fratelli (Cesare, Giacomo e Angelo) e una sorella (Elena).
L’infanzia di Natalina trascorre serena. A dieci anni diventa la bambinaia dei figli dell’avvocato. È una ragazza curiosa ed intelligente, che impara, da autodidatta e con libri imprestati, a leggere e scrivere in francese. Ma c’è da aiutare in famiglia. A 14 anni Natalina va a lavorare, sempre a Corio, in una ditta che produce teloni e abiti per l’esercito.
Siamo nel 1940, quando Mussolini porta l’Italia in guerra. Natalina ha vent’anni, è una splendida ragazza, alta e dai capelli lunghi e rossi, e ha fatto girare la testa a un ragazzo di nome Domenico, anche lui di bell’aspetto, e di sette anni più grande. Come si dice in piemontese, “i dui as parlo”. Nel 1943, Natalina e Domenico si sposano, a Corio. Come era regola allora, la sposa va a vivere a casa dello sposo, in frazione San Pietro.

Gli sposi Natalina e Domenico

Il suocero di Natalina è un omone burbero, senza tanti complimenti, possiamo dire alla “moda veja”. Per la nuora sono anni non facili. C’è tanto da fare in casa, e guai a lamentarsi. Natalina segue i lavori domestici, e poi ci sono le bestie nella stalla da accudire.
Fuori, c’è la guerra, spietata, fratricida. Il fratello di Natalina, Angelo, ha scelto di stare con i partigiani, su in montagna, a Case Picat. Ogni tanto scende a trovare i familiari. Una di quelle volte, la tragedia è sfiorata. Una spia avvisa i repubblichini, che arrivano con i tedeschi. Angelo sfugge per un soffio. Viene dato l’ordine di bruciare la casa e uccidere la famiglia. Prima che l’ordine sia eseguito, spari provenienti dal centro di Corio mettono in fuga i nazifascisti.
Nel 1944 Domenico e Natalina lasciano Corio per scendere a Caselle, dove approdano alla cascina Lavoresco. Con loro, poca roba da traslocare: una mucca, due sedie, un tavolo ed un “pairol” utile per loro e per la mucca. La guerra continua, ed è terribilmente vicina. Poco distante da loro, c’è infatti l’aeroporto militare, e sulla strada che porta lo stesso nome della cascina è accampata una guarnigione con centinaia di tedeschi. Ricorda Natalina: “Questi militari con noi erano gentili; venivano in cascina a chiedere uova e latte, ed in cambio davano cioccolata, biscotti e qualche centesimo”. La paura comunque c’è. Durante i bombardamenti aerei, in cascina ci si rifugia nella “trifulera”, così chiamata da nonna perché ci nascondevano le patate. Durante le incursioni aeree, il pensiero di Natalina è per i due fratelli, che vivono a Torino e lavorano alla FIAT. Anche andare a Caselle, per spesa e commissioni, è rischioso. Spesso ci sono sparatorie. A nonno Domenico una volta capita di andare per fare dei documenti, e mentre è in coda con altri arrivano sgommando e sparando in aria soldati tedeschi su una camionetta; tutti gli uomini vengono caricati e portati al Lanificio Bona e costretti a scavare, sotto minaccia armata, una buca per interrare dei bidoni di carburante. Fortunatamente il giorno dopo sono tutti rilasciati, e il nonno può tornare al Lavoresco. Nell’inverno del 1945, un altro episodio di cui la nonna è testimone oculare: il passaggio per i campi di un gruppo di giovani partigiani che vanno in direzione di Leinì; nonna parla con loro, capisce le loro intenzioni e cerca di metterli in guardia, ma non le danno retta. Dopo si saprà dello scontro a fuoco avuto coi nazifascisti, e delle molte vittime lasciate sul campo.
Finita la guerra, comincia la ricostruzione. Nel 1946 la famiglia si allarga. Natalina rimane incinta, e la mattina del 23 aprile partorisce in casa, con l’aiuto di una vicina e dell’ostetrica chiamata da Caselle. Nasce così mia mamma Maria Luisa.
Gli Anni 50 e 60 sono gli anni del “boom”. Anche al Lavoresco arriva la corrente elettrica (la “forza”, come la chiamava mio nonno). La tecnologia raggiunge la campagna, con la macchina per mungere le mucche; la fatica inizia a rallentare. Nel 1964 arriva il trattore: quando serve lo guida anche la nonna (senza aver mai preso la patente). E nel ‘71 arrivo io, Gilberto, e Natalina e Domenico festeggiano così il loro primo, e unico, nipote.

Natalina con il nipote Gilberto

Nonno Domenico muore a 77 anni. Nonna Natalina, che ne ha 70, rimane vedova, e la sua vita continua, dedicandosi alla famiglia, ai lavori di casa, al giardino, alle galline. Nel 2014 muore il genero Vincenzo. Nonna, che di anni allora ne ha 94, incomincia ad avere alcuni cedimenti fisici, ma continua a vivere insieme con mia mamma: le due si sostengono a vicenda. L’anno scorso un altro lutto mette a dura prova il suo cuore: dopo tre mesi di malattia viene a mancare la figlia Maria Luisa. Nonna Natalina è stanca, ma non molla e si riprende: la sua esistenza l’ha temprata a superare tutto il dolore che la terra le ha riservato.
Oggi si trova ospite della residenza per anziani Aurelia a Caselle, circondata da affetto e cure, coccolata da nipoti e pronipoti. Lì la vita scorre nonostante tutto, nonostante le restrizioni che il Covid impone. Io, come nipote, vorrei avere solo un quarto della forza che lei ha dimostrato nel superare gli ostacoli della vita e guardare avanti. Mai abbattersi (in piemontese, “mai tramblè”), questa la morale che ci trasmette oggi nonna Natalina.

Gilberto Ferraresi

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