Finalmente siamo arrivati alla fine di questo Annus Horribilis, significa di conseguenza che siamo vicini al Natale, la festa che per la maggior parte di noi rappresenta un periodo speciale. Per una serie di motivi, non soltanto consumistici o festaioli ma anche ricongiungimenti familiari, condivisione di tradizioni culinarie e religiose. Questo Natale al momento è un grande “?”, in attesa che ai piani alti l’infinita mandria di politici e politicanti, commissari alti e bassi, tecnici, esperti, consulenti, periti e compagnia cantante riesca ad arrivare ad una decisione su quelli che saranno i nostri comportamenti.
Nel periodo delle feste ci sarà un quotidiano bombardamento di notiziari, quelli cui purtroppo siamo abituati da troppo tempo: sui dati della pandemia e sugli aggiornamenti del vademecum feste natali, in primis la controversa decisione sull’apertura/chiusura delle piste da sci.  Vorrei sentire parlare di più di scuola, cultura e trasporti, argomenti cruciali. Ma per questi non si riesce ad arrivare ad una soluzione ragionevole.
A questo punto, essendo la mia famiglia seppur piccola, distribuita in un raggio territoriale molto vasto, mi sto preparando a trascorrere il Natale e i giorni successivi con mio marito, esattamente come per la Pasqua passata, con un po’ di rabbia in più, con il pensiero alle immagini estive del liberi tutti ed altre discutibili di tempi più recenti.
Aspetto il vaccino, cui mi sottoporrò appena possibile e spero di tornare alla “normalità” che non sarà più quella di prima per un sacco di motivi, ma spero accettabile.
Mi trovo spesso, per la mia natura nostalgica e romantica, a riandare ai tempi passati, il Natale della mia infanzia, preceduto dall’aspettativa  dei regali che sarebbero arrivati, della letterina preparata con largo anticipo, del piccolo presepe preparato sul davanzale della cucina, con il muschio vero raccolto nel bosco vicino a casa, le vecchie statuine in gesso, che ancora oggi utilizzo.  Sopra la capannina un ramo di abete con fiocchi di cotone e alcune palline, sempre le stesse, qualche candelina, sui vetri le stelline ritagliate  a scuola, la farina per simulare la neve. Questa immagine è fissata nella memoria, come la ghirlanda di agrifoglio sulla porta, il centrotavola preparato a scuola con materiali di recupero, i pensierini per i genitori e i nonni, le Novene, la Messa della Vigilia.
La notte di Natale era magia autentica, attesa e curiosità prima che il sonno avesse il sopravvento. E la mattina presto in fondo al letto c’erano i regali e una gioia immensa! Spero di essere riuscita almeno in parte a trasmettere ai miei figli l’euforia e la trepidazione di quei momenti.
Il pranzo di Natale era lo stesso tutti gli anni, i protagonisti erano i prodotti di casa.
L’insalata russa con il sapore della maionese fatta da mamma Fina che non ho più ritrovato, le acciughe al verde, il bollito, dove non mancava uno dei cibi preferiti di papà Aldo: la testina di vitello bollita e mangiata con la salsa verde e quella rossa; allora la disdegnavo adesso mi piace, con la indivia riccia, che allora veniva conservata sotto la neve. Nel brodo del bollito si cuocevano i cappelletti, il piatto della festa per definizione. E questo vale ancora oggi, non sarebbe Natale senza i cappelletti in brodo, mettono in pace lo stomaco dopo gli antipasti e lo predispongono a ciò che seguirà, soprattutto i dolci. L’uva “frola” fatta appassire si diceva fosse di buon augurio anche se non particolarmente gradevole. Meglio i mandarini e i datteri che mio papà comprava al mercato di Porta Palazzo mentre correva dalla stazione di Corso Giulio Cesare al tram di Corso Regina (tragitto Ceres-Torino e poi fino a Mirafiori tutti i giorni per oltre 20 anni).
Ovviamente durante il pranzo c’erano le pause per ammirare i regali e farli ammirare a genitori e nonni. Per me, i più graditi erano i libri, che non mancavano mai, e che leggevo durante le vacanze. Era un Natale di buon senso, si ricevevano giochi, scatole di colori, vestiario, cose per la scuola, dolcetti che venivano educatamente ma altrettanto velocemente offerti ai commensali e dopo riposti per poterli gustare anche nei giorni successivi. Non c’erano molte occasioni per ricevere regali, allora. Il Natale era il momento, l’unico, in cui c’era abbondanza, ma l’atmosfera era veramente magica, un insieme di religiosità, senso e calore della famiglia, il piacere della tavola con i suoi sapori semplici.
Potrebbe essere questo il momento di riscoprire il Natale attraverso questi ricordi. Certo non è facile, mancano i protagonisti di allora, mamma e papà, il sapore degli abbracci dei nonni che si facevano alcuni chilometri a piedi per arrivare da noi, ma non sarebbe stato Natale senza di loro!
Sia Buon Natale per tutti, nonostante tutto, con più sentimenti!

Giuliana Vormola
Nata a Ciriè il 20/11/1955 Giornalista pubblicista inizia a scrivere su Cose Nostre e altri giornali locali da inizio anni 90 su temi legati all'ambiente. L'interesse e la passione per la botanica sono il motivo conduttore principale dei suoi scritti e delle sue attività. Con l'Associazione Vivere il Verde inizia la manutenzione del giardino del vecchio Baulino a Caselle, durata 20 anni, coinvolgendo la scuola primaria locale. L'attività editoriale collegata ha permesso la partecipazione al circuito Gran Tour del comune di Torino e la collaborazione con Gardenia. "Emozioni saperi sapori..... " è un progetto che sta prendendo forma sul web e sui social: partendo dalle "verdi" emozioni si arriva in cucina con i saperi della tradizione per esprimere i sapori che ne derivano.

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