Cercare di non parlare di Covid, di pandemia, in questo periodo, è come avere la rogna e non grattarsi: siamo dunque arrivati alla seconda ondata, tanto temuta, annunciata fin dall’estate, in più con la complicazione dell’influenza stagionale che corre parallela e somiglia tanto (inizialmente) al virus.

Rispetto agli altri paesi, europei e non, forse stiamo meglio, anche se ovviamente l’impennata di contagi, la curva del grafico che letteralmente decolla, fa  preoccupare tutti, nessuno escluso; medici, assistenti, infermieri, e chiunque lavori negli ospedali è in allarme rosso, le strutture pronte ad affrontare il peggio e con il Governo e le Regioni a cercare almeno qualcosa che possa tamponare quello che ci accompagnerà ancora per mesi.

Un tempo al drive in ci passavamo per prendere hamburger e Coca Cola, adesso per fare il tampone, dopo ore di estenuante attesa.

Sono arrivati dei simil-lockdown, più contenuti, e comunque non uno totale, che probabilmente metterebbe ulteriormente a rischio la già traballante  economia; nulla di definitivo, di sicuro, di certo: si tenta di contenere questa maledizione.

Quindi restrizioni su orari, spostamenti, l’obbligo delle mascherine ma naturalmente il controllo non è, e non potrà mai essere così capillare e mirato: occorre il nostro buon senso, il nostro senso civico, il rispetto delle regole, il comprendere che solo così (forse) ne verremo fuori.

E qui, si apre un mondo: sinceramente non saprei da dove iniziare, ma parlando di rispetto delle vite altrui, di norme per salvarci, abbiamo esempi che scandalizzano, lasciano senza parole per la mancanza totale di rispetto verso la comunità.

Bene: partiamo dall’alto, ben inteso solo come cariche istituzionali, perché come uomini valgono ben poco.

Una piccola lista dei bulli che hanno raggiunto le vette della politica: Donald Trump, che vede gli USA come il proprio ranch dal quale twittare cretinate, senza pensare ai danni che crea, sostenuto da troppi cow boy che seguono la stessa linea di pensiero. Si è beccato il virus, definendolo un dono di Dio, infischiandosene delle migliaia di morti e delle sofferenze dei suoi concittadini.

Jair Bolsonaro: presidente del Brasile, che da sempre ha sottovalutato la pandemia, l’ha minimizzata, contribuendo così alla diffusione del virus. Se l’è beccato pure lui, e ci ride sopra. I morti brasiliani no.

Alexsander Lukashenko: presidente bielorusso, aveva definito la pandemia una psicosi, in un paese già allo stremo economicamente, socialmente e con la sanità allo sfascio; si è preso pure lui il virus; e, tolto il ridicolo copricapo, si è messo a letto. Lui è vivo, gli altri, affetti da questa psicosi, no.

 Boris Johnson

Boris Johnson: è quello che preferisco perché lo immagino al fianco di Mr Bean in qualche cortometraggio, imbranato, sciocco, pressapochista, nel cercare di arrivare alla cosiddetta “immunità di gregge”. L’unico gregge cui potrebbe aspirare è formato da pecore o capre, sempre che gli ovini siano d’accordo. Anche lui contagiato: gli hanno dato l’ossigeno ed è ancora tra noi. Altri no.

E da noi? Beh, c’è l’imbarazzo della scelta: Briatore, con quel suo atteggiamento spocchioso, da anziano al quarto negroni al bar, pure lui contagiato: un negazionista curato da un altro negazionista, il dott. Zangrillo, medico di Berlusconi, contagiato anch’egli. Mi chiedo se lo siano anche le loro fidanzatine poco più che ventenni. Fidanzatine o badanti?

E gli altri? Sto parlando dei negazionisti, di coloro che vedono  l’imposizione di indossare la mascherina, o del non fare assembramenti, come una negazione della libertà, addirittura di un ritorno al fascismo, alla STASI, massimo organo di controllo nella ex DDR.

Negare di per sé non crea problemi, se non mostrare ignoranza, nemmeno l’ostinazione contro ogni buon senso, ma fa male quando alla negazione segue il comportamento deleterio e stupido di molti; gli stessi criticano senza proporre alternative, semplificando una cosa enormemente complessa, banalizzando ciò che è di difficile comprensione, al ruolo di insipidezza, insulsaggine.

Questa è ignoranza, che ne chiama a sé dell’altra, quella che mette a ferro e fuoco le città con la partecipazione della malavita, organizzata e non.

In troppi reclamano esclusivamente la propria libertà, e non quella più importante della comunità.

Luciano Simonetti
Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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