Senza offesa per il Pascoli e la sua bella Romagna, vorrei però dedicare questo pensiero alla Sardegna. Dal mio punto di vista, chi non è mai stato in Sardegna non può dire d’aver visto un bel mare. E tengo anche a puntualizzare che se si va sull’isola solo per godere quel mare, non si può dire d’aver visto la Sardegna. La Sardegna è un continente non una regione d’Italia. Ha storie, culture, persino lingue diverse da nord a sud. Un nord con le coste che guardano la Spagna ricche di colori e cattedrali, il sud agricolo e minerario, aperto all’universo attraverso il grande porto dell’antica Cagliari, e poi il centro: la Sardegna nella Sardegna, inaccessibile nei secoli ai conquistatori, boscoso, irto, roccioso e pastorale. Il Supramonte è uno degli scrigni più remoti dell’isola, costellato di torrioni, valli, sorgenti e splendide grotte, tra cui quella di Ispinigoli, una cavità di 80 mt di diametro con al centro una colonna calcarea alta 40 mt. o quelle del Bue marino dove si entra con un piccolo battello. Bisogna prendere il trenino “verde” che la percorre da nord a sud, da est a ovest per capire, ammirando paesaggi da cartolina, scendere in piccoli centri ove il tempo si è fermato; occorre recarsi a Su Gologone ove 500 litri d’acqua al secondo, sgorgano da una spaccatura vertiginosa sfociando in un bosco di eucalipti. Sempre all’interno è molto interessante una visita a Orgosolo o al villaggio nuragico di Tiscali e altri meno noti. Il territorio di Dorgali e Oliena è tutto un parco archeologico all’aria aperta. La Sardegna custodisce metà delle specie animali e vegetali italiane, un quarto delle zone umide nazionali protette. Nei suoi minerali si trovano tutte le ere geologiche del pianeta. Che dire delle tradizioni? Occorre assistere alla S’Ardia di Sedilo, una spettacolare corsa di 100 cavalieri senza sella, che scendono precipitosamente da un monte mentre vengono sparati colpi di cannone. Tutti luoghi che ho avuto il piacere di godere durante le numerose vacanze sull’isola. Purtroppo c’è un rovescio della medaglia; questo patrimonio naturale unico è insidiato da numerosi nemici: inquinamento, incendi, erosione, vandalismo, cemento, bracconaggio, turismo selvaggio. Mi soffermo sul primo punto. Nel secolo scorso, massicci investimenti si sono concentrati in grandi impianti chimici e metallurgici che hanno offerto occupazione, ma con un conseguente danno ambientale difficilmente valutabile. Mi si è stretto il cuore quando, tornando da Carloforte in traghetto, ho visto il complesso industriale di Portovesme. Portovesme Srl, Alcoa, Eurallumina sono tre fabbriche figlie di un modello di sviluppo passato, oggi incompatibile con il diritto alla salute e all’ambiente, a un lavoro che non scarichi sulla collettività il peso delle sue contraddizioni. Il prezzo che queste fabbriche fanno pagare da tempo al Sulcis e all’intera Sardegna è ormai insopportabile. Eppure la politica sarda continua in maniera miope a fare in modo che questi impianti restino aperti; mentre si dovrebbe con intelligenza gestire una transizione. Eurallumina ha chiuso nel 2009, quando era evidente che l’alluminio era economicamente insostenibile, ma ora, leggo che, c’è un progetto che prevede un intervento di quasi cento milioni di euro, per un impianto di cogenerazione per produzione di vapore ed energia elettrica con gas naturale, la realizzazione di un gasdotto, la modernizzazione della raffineria per la nuova bauxite, interventi ambientali vari, e ancora un ulteriore ampliamento del bacino dei fanghi rossi (dove vanno i residui di lavorazione). Quelli di Portovesme sono posti di lavoro malati, esattamente come lo sono quelli derivanti dalle servitù militari. Non tutti sanno che la Sardegna sopporta il 60% delle servitù militari italiane. Salto di Quirra, Capo Teulada sono soltanto i siti più noti. È interessante documentarsi in materia. Tre pastori di Muravera sono stati denunciati per aver fatto pascolare le greggi nel Poligono di Quirra. Il motivo? Quelle terre sono occupate dal Ministero della Difesa, con il gravame della servitù militare. Servono all’esercito, per esercitazioni delle forze armate su cui vige il più stretto mistero, ma si sa che è una zona in cui il livello dei tumori dei residenti è molto maggiore che nel resto dell’isola. Il poligono di Teulada (7200 ettari), inoltre, interdetto a uomini e mezzi, ove non è mai stato attuato alcun intervento di bonifica e recupero di ordigni inesplosi. Hanno stabilito che non è economico bonificare quei territori. In quel luogo si sparano 80% delle bombe e missili che l’esercito, non solo quello italiano, usa per addestrarsi. L’assurdo è che molto vicino ci sono le dune di Porto Pino, un posto splendido, dove ho trascorso una vacanza meravigliosa. Poi, a soli 50 km più a nord, nell’interno, presso Domusnovas, non tutti sanno che c’è un’azienda che produce bombe d’aereo; è una multinazionale tedesca, sigla RWM, il loro maggior cliente è l’Arabia Saudita. Bombe con cui da anni si distrugge lo Yemen, uno dei Paesi più poveri al mondo. La nostra Costituzione vieta di vendere armi a paesi coinvolti in conflitti bellici; quando questa cosa è diventata di dominio pubblico l’azienda è stata costretta a ridurre le produzioni, e di conseguenza mettere parte del personale in cassa integrazione. Di recente ho scoperto che, fortunatamente, è molto attivo un comitato che punta alla riconversione della RWM; ho contattato la signora Cinzia Guaita che è la portavoce dello stesso comitato, alla quale va la mia assoluta ammirazione. Con il suo permesso, riporto parte del suo pensiero: “Volere espandere la produzione di armi significa non aver interesse alla pace. Quella bellica è un tipo di industria predatoria che costringe quadri ed operai a desiderare che guerre e distruzioni non abbiano mai fine, pur di salvaguardare il proprio lavoro. Da anni diciamo queste cose e da anni mettiamo in guardia contro la fragilità occupazionale dell’industria bellica, soggetta a repentini cambi di programma, e prese di posizione dei governi che controllano la produzione. Le industrie belliche sono fonti di ingenti guadagni per pochi e non portano vero sviluppo ai territori nei quali si installano. Le istituzioni, facciano la scelta giusta: sostengano i lavoratori, con gli strumenti necessari, senza incentivare nuove intraprese belliche della proprietà aziendale, ma anzi promuovendo una radicale conversione delle produzioni, ecologica e pacifica, per il bene di tutti i sardi ma anche, soprattutto delle popolazioni straziate dalle “nostre” bombe.» Questa donna me ne ricorda un’altra di nome Franca Faita, quella a cui, chi abitualmente mi legge ricorderà che, avevo dedicato un articolo. Era un’operaia della Valsella, la fabbrica di mine antiuomo, che tanto fece finché riuscì nell’intento di far cessare quella produzione di morte. Dovremmo, senza alcun dubbio, esprimere la nostra gratitudine a queste donne meravigliose, e augurarci che anche la RWM possa un domani molto prossimo riconvertire la produzione in qualcosa di più utile e dignitoso, e si smetta di sfruttare l’isola per assurdi giochi di guerra. I sardi si dice che siano testardi. In parte è vero, perché se vi offrono qualcosa, finché non avete accettato non vi muovete dal posto in cui vi trovate. Le statistiche dicono che ci sono poco più di un milione e mezzo di sardi in Sardegna, e altrettanti nel mondo; per quanto né so offrono il meglio di se stessi ovunque s’insediano. Complimenti per la loro testardaggine.

 


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Ernesto Scalco

 

 

 

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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