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Somatizzare… ai tempi del Covid-19

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Sto scrivendo questo articolo in un mattino ormai in pieno autunno e, come i virologi ci avevano avvisato, il virus ha ripreso a diffondersi in modo preoccupante.
L’allerta è di nuovo alta, i contagiati giornalieri sono, secondo gli esperti, troppi. Si stanno proponendo misure di contenimento che, ancora una volta, limiteranno la nostra libertà. I livelli di ansia si stanno alzando, un po’ per la paura del contagio, un po’ per il timore che i nostri progetti, sia personali che lavorativi, dovranno essere posticipati oppure modificati.
Tutte queste preoccupazioni possono influenzare l’equilibrio del nostro corpo, dato che la mente ed il soma sono inscindibili, come ci insegnano gli studi di psicosomatica. Se l’ansia e lo stress, magari già presenti prima della pandemia, si intensificano ulteriormente, è possibile che il nostro corpo inizi a soffrire, a mandarci dei segnali di tensione, fastidio, dolore che non sappiamo più come interpretare: “si tratterà di ansia, oppure ho preso qualcosa?”. Non bisogna poi dimenticare che quando si è in ansia le difese immunitarie si abbassano e siamo in effetti più a rischio di ammalarci.
È ormai risaputo che un’ampia percentuale di pazienti che si rivolgono ai medici di base e agli specialisti presentano delle sofferenze di cui non si riesce a trovare una causa organica, oppure, altre volte, è presente una causa organica ma non è sufficiente per spiegare l’entità del dolore che il paziente lamenta. Quando è così, si parla di somatizzazione: è un complesso lavoro che fa la nostra psiche per trasferire una ferita dell’anima in una sofferenza del corpo. Anche se questo apparentemente può sembrare non conveniente, per molte persone lo è: meglio preoccuparsi per un mal di pancia invece che affrontare una situazione scomoda, un problema che spaventa. Già da bambini molti sperimentano quella che ho chiamato somatizzazione: proprio il mattino del compito in classe arriva un forte mal di pancia che impedisce di andare a scuola! Quante mamme ne sanno qualcosa…
In tempi di coronavirus diventa tutto più complicato, dato che molti sintomi del Covid, oltre che essere sovrapponibili all’influenza, oppure al raffreddore, sono proprio quelli delle più classiche somatizzazioni: mal di pancia, mal di testa, dolori muscolari. L’attuale protocollo chiede di non uscire se si presenta un qualunque sintomo che possa ricondursi al coronavirus. Non è semplice quindi capire il motivo per cui si sta male, il rischio è quello di male interpretarlo. Proprio l’altro giorno un mio paziente mi raccontava che sua sorella, che frequenta le medie, ogni tanto sta a casa da scuola perché ha mal di pancia, i genitori infatti non sono in grado di capire se si è presa qualche malanno oppure, come secondo il mio paziente è molto più probabile, la sorella abbia l’ansia da interrogazione. Purtroppo, il rischio, se si tratta di una somatizzazione, è quello di imparare a trarre vantaggio da questi mal di pancia, che permettono di evitare le temute interrogazioni. Con il tempo, se non si affronta l’interrogazione, questa può diventare fonte di ansia sempre più grande.
Le ultime ricerche in ambito psicologico sostengono che sta aumentando molto tra la popolazione l’ipocondria, che è quel disagio psicologico che porta una persona ad essere eccessivamente preoccupato di poter contrarre una malattia importante e ad attuare molti comportamenti per accertarsi di stare bene. Ad esempio, le persone ipocondriache tendono a richiedere spesso visite specialistiche, oppure chiedono rassicurazioni ad amici e parenti sul loro stato di salute. Passano molto tempo a cercare informazioni sulle malattie che pensano di avere: un tempo erano grandi fruitori dell’enciclopedia medica, oggi il mondo di internet ha facilitato le loro ricerche! Credo che ultimamente gli psicologi si siano trovati a curare più casi di ipocondria o di ansia relativamente alle malattie rispetto ad un tempo. Solo in quest’ultima settimana hanno chiesto sostegno presso il mio studio due persone, uno che per la preoccupazione si misura la febbre molte volte al giorno e non sa distinguere se la sua spossatezza è legata allo stress lavorativo oppure al Covid, mentre una mamma è andata in crisi perché si sente inadeguata nell’occuparsi di suo figlio di un anno con la febbre.
Il lavoro del terapeuta in questi casi è quello di aiutare il paziente ad affrontare le proprie preoccupazioni, a trovare una spiegazione e spesso una soluzione per i propri problemi, grandi e piccoli che siano. In generale, le persone smettono di sentire le sofferenze dentro il corpo quando riescono a vedere le loro problematiche da un’angolazione diversa. Se si riesce a fare un buon lavoro, a questo punto diventa molto più semplice distinguere quando un dolore o un sintomo corporeo è frutto di un disagio psicologico oppure di una malattia organica, migliorando la tempestività e l’efficienza delle cure.
Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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