Ahimè, con mio rammarico, non sono mai stato a Berlino, ma una persona a me cara, precisamente mia nipote e figlioccia, Egle, ha vissuto per un breve periodo a Berlino quando c’era ancora quel maledetto muro, e poi ci è ritornata molte altre volte, perché adora quella città. Recentemente un giornale online, Berlino Magazin, ha pubblicato integralmente la sua emozionante esperienza. Col suo permesso, non potendo riportarla tutta intera, per motivi di spazio, ne estraggo alcune parti, a mio avviso le più significative. “Erano le vacanze pasquali del 1978, avevo 18 anni e Berlino fino a quel momento la conoscevo solo per il lavoro di ricerca fatto con la mia classe di tedesco, dopo aver visto un documentario sul Muro e la Guerra Fredda. La visita durò solo qualche giorno, ma a settembre dello stesso anno tornai per rimanerci fino a marzo 1979. Appena finita la scuola per interpreti, anche per impratichire la lingua, tornai nella capitale tedesca. Ricordo che nel centro della parte Ovest la vita era frenetica, particolarmente quella mondana, locali e ristoranti di ogni genere aperti anche la notte, vita notturna incredibile, più che a Milano, dove vivevo con la famiglia. Teatri, sale da concerto, grandi shopping center ad ogni angolo, strade illuminate a giorno da insegne enormi che davano proprio l’idea di forte consumismo, il KaDeWe (il grande magazzino più famoso) offriva qualsiasi genere si desiderasse. Potsdamer Platz era una landa deserta di sterpaglie con il nulla, solo di tanto in tanto qualche piattaforma in legno sulla quale, volendo, si saliva per vedere aldilà del muro, per vedere la   città ad Est, o meglio la desolazione dell’Est. L’impressione era proprio: all’Ovest la luce, all’Est il buio, la desolazione. La cosa che più mi sorprese fu che nessuno, nemmeno ad Ovest, e nemmeno i giovani, parlasse del “Muro”. Sembrava quasi che fosse lì da sempre, una presenza scontata e normale, di cui non valesse la pena parlare perché insignificante. Probabilmente Hönecker aveva convinto anche i cittadini dell’ovest che il muro sarebbe durato altri cent’anni e anche loro se ne fossero fatti una ragione. Non ho mai capito se il non parlarne fosse rassegnazione o pudore. Quando però ti avvicinavi al Muro, il peso emotivo era enorme, la presenza era un macigno. Io all’epoca lavoravo in un bar che mi pare si chiamasse Am alter Simpel, non so se esiste ancora ma ne dubito. Berlino all’epoca sembrava quasi un paese dei balocchi, la mia impressione era che l’impegno primario della città fosse di contrastare a tutti i costi e con ogni mezzo, il buio e la cupezza della parte ad Est. Sembrava voler essere una vetrina addobbata ed invitante. Berlino Ovest aveva un governo autonomo rispetto alla Germania Federale. Foraggiata dagli aiuti degli Alleati, voleva mostrare al governo della DDR, che l’aveva murata, quanto la vita nell’occidente fosse più bella, ricca, piena di possibilità, svago e divertimento. Sembrava quasi una rivalsa per l’isolamento in cui era costretta. Non potrò mai, dico mai, dimenticare Bernauer Straße. Quel tratto il Muro era a ridosso delle facciate delle case diroccate, dalle quali avevano fatto sgomberare le persone e avevano murato portoni e finestre. Quasi davanti ad ogni portone c’erano corone di fiori, in memoria delle persone uccise nel tentativo di fuga. Ho impresse nella memoria, nonostante siano passati più di quarant’anni, quelle immagini angoscianti, lo sgomento e la tristezza infiniti che ho provato. Vicino al Muro, ma anche da lontano, nel silenzio totale e pesante di quelle strade, si sentiva i latrati dei cani che presidiavano la zona invalicabile. Ebbi l’opportunità di fare diverse visite a Berlino Est. Ricordo Unter den Linden bellissima ed elegante con i suoi palazzi d’epoca, i musei, l’università Humboldt, la Staatsoper, la biblioteca…Però erano grigi anche i palazzi, sporchi di smog e la città era vuota, desolata. Unter den Linden era un bellissimo viale elegante, ma deserto, tale da sembrare ancora più largo di com’è in realtà. Ricordo anche, di essere entrata una volta in quello che era allora Palast der Republik dove adesso hanno ricostruito il castello degli Hollenzollern. Ad Alexanderplatz c’erano la torre della Tv, la Marienkirche, la fontana di Nettuno, l’orologio universale e la fontana, ma null’altro. Era un grande spazio aperto. Le case erano tutte vecchie e fatiscenti, molte con ancora segni di pallottole sulle facciate.  Era molto difficile avere contatti con i Berlinesi dell’est, i servizi segreti orientali tenevano tutti sotto controllo. Noi eravamo mal tollerati e i cittadini tedeschi ancor più controllati. Un mio amico aveva la sua ragazza all’Est, dovettero lasciarsi, per evitare che la famiglia di lei avesse seri problemi. Ho vissuto di ricordi e rimpianti per aver lasciato Berlino per parecchi anni successivi. Era talmente bello il mio ricordo di Berlino che non volevo aggiungere o togliere niente al ricordo che conservavo, le emozioni, l’empatia, il coinvolgimento che da ragazza avevo vissuto in quella città divisa, sofferente ma forte, ferita ma resiliente. Dal 2004 sono tornata a Berlino altre 19 volte, più di una all’anno. Riesco persino a perdonare le brutture che, secondo me, le hanno fatto subire nel corso degli ultimi anni, tipo la cementificazione forsennata intorno a zone che dovevano rimanere libere ed adibite al solo ricordo”. Ho voluto intitolare questo pezzo Checkpoint Charlie perché, come si sa, era il più famoso punto di passaggio tra le 2 Berlino. Solo da qui gli stranieri potevano attraversare il confine est/ovest. Oggi il Checkpoint Charlie ospita un museo dedicato alla storia del Muro. Egle però scrive che: “Quel luogo è diventato consumismo puro, business, negozi di souvenir uno attaccato all’altro, bar, pizzerie. Finte guardie di frontiera messe lì apposta per farsi fotografare dai turisti. Una fiction continua. Io la vivo quasi come un oltraggio a tutte le persone che erano costrette ad attraversare un confine, anche se legalmente, all’interno della loro città. A quei tempi era un incrocio lugubre, tetro, che si attraversava con circospezione e timore, con solo le sbarre delle due frontiere e lo spazio della zona Est vuoto, desolato e angosciante”.

Ernesto Scalco
Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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