La storia è stanca. Lo percepisci da come l’hanno cacciata in un angolo. A scuola – in tutte le scuole, tranne rarissime eccezioni – è diventata un accessorio superfluo, qualcosa di cui se ne può fare benissimo a meno. E se di lei si parla tra i banchi, è più per vivisezionare ancor meglio il cretaceo e il giurassico, scoprire qualche antro inesplorato degli Ittiti. Il ‘900? Al “secolo breve” ci si arriva in un’età prossima al diritto di voto.
Il dovere della memoria, lo studio di ciò che è stato per capire meglio ciò che ora siamo, pare sia diventato irritante e non bastano i followers di Alessandro Barbero, o quelli di Alberto Angela a dire che non è vero, a marcare un’inversione di tendenza.
L’affermazione delle post-verità, sino al negazionismo, il fascino che sa produrre la più becera controinformazione, con le sue farneticazioni complottiste, ampliano ancor di più il discredito nei confronti della lettura di ciò che è capitato nel ventesimo secolo.
Siamo giunti alla ricorrenza del Giorno della Memoria serrati nel nuovo vuoto pneumatico, che pare averci ulteriormente anestetizzati. Ricordare? Stanca. Mi sembra che, al di là delle dichiarazioni di rito, delle strazianti interviste degli ultimi sopravvissuti, ci sia stanchezza, si stia diffondendo un senso di routine a obbligarci al ricordo. Sempre più numerosi hanno lo sfrontato, ignorante coraggio di dire: “Ma ancora?”
L’indigestione di film e documentari dedicati all’argomento unicamente a ridosso del giorno fatidico, non fanno altro che inflazionare e banalizzare ulteriormente: dalla banalizzazione del male di Hannah Arendt stiamo passando alla banalizzazione del ricordo e della memoria.
Sono passati già 76 anni da quel 27 gennaio del 1945, quando i russi svellero le porte di Auschwitz e scoperchiarono il vaso di Pandora? Sarebbe meglio dire che sono passati solo 76 anni e che tutto può tornare. Anzi è già tornato ed esattamente come allora il mondo ha assistito silente, da convitato di pietra ad altri spaventosi massacri. Cambogia, Srebrenica , i gulag, pescando a caso, ci dicono qualcosa?
Il buio della ragione può essere sconfitto solo dallo studio, dalla conoscenza: è l’unico modo per veicolare gli anticorpi che possono proteggerci da tutti i fascismi. Altro vaccino non c’è, pena vedere ampliarsi il buco in cui stiamo precipitando. I deliri di QAnon che nutrono chi poi va ad assaltare Capitol Hill, la violenza sempre meno latente e sempre più impiegata per risolvere ogni contesa, un antisemitismo di ritorno marcato e palese, dovrebbero essere ben più d’un campanello d’allarme per opporsi al nazismo che veleggia verso di noi impunito. Ma dove sono le forze per contrastare quest’onda malefica e maleodorante? Paiono sepolte, senza nerbo alcuno: perse.
Lo spettacolo indecoroso offerto recentemente dal nostro parlamento ( la minuscola è assolutamente voluta) ne è lo specchio. La destra c’è, la sinistra no: c’è uno spaventoso e poco incoraggiante, mucillaginoso esteso gruppo misto formato da gente che in un qualsiasi passato sarebbe stata collocata ai margini in qualsiasi contesto. Ed è con questi che dovremmo arginare l’assalto alle democrazie?
Le risorse le dobbiamo trovare altrove, dentro di noi. Instillandole attraverso lo studio e la conoscenza della storia, solo così potremo tentare di sottrarci a ciò che potrebbe tornare e sta tornando.
La memoria è un dovere, quanto lo è non dimenticare: lo si deve a chi, vittima dell’indifferenza, è “ passato per il camino”, a quelli che hanno dato la vita per un’idea, per tentare di creare un’Italia che non c’è.
La storia è il dovere al quale non dobbiamo, non possiamo sottrarci.

Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

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