Torna a raccontarci le sue storie Giampietro Lazzari, collaboratore del bimestrale Casalmaggiore, testata dell’omonima Pro Loco. Casalmaggiore la troviamo sulla sponda sinistra del Po, a metà strada fra Parma e Mantova, in terra ancora geograficamente lombarda, ma che già profuma d’Emilia Romagna. Buona lettura.

Arrivano gli Americani!  

Udine 1993. Giampietro Lazzari davanti a una Freccia Tricolore

Le finestre dell’ufficio fureria erano spalancate in quel torrido luglio del ’92, ma non entrava un soffio d’aria.

La fureria si trovava nella base logistica dell’aeroporto militare. Detto così, sembra una cosa che ti fa pensare a grandi manovre o strutture segrete potenzialmente distruttive. In verità altro non era che un desolato ammasso di caseggiati grigio verdi, oltre ad un orrendo alloggio che noi soldati chiamavamo “il casermone”. Un parallelepipedo a tre piani, risalente agli anni Trenta, triste come un edificio alla periferia di Bucarest.

Decisamente spoglio; ma non spoglio perché mancavano i fiori ai balconi; spoglio perché mancava dei servizi essenziali. Fate un po’ il conto di dover condividere cinque bagni con quattro camerate da venti persone ognuna alla mattina alle sei e mezza. Ecco, insomma, il casermone era così.

Dicevo, era un pomeriggio afoso come quelli della bassa padana, non dissimili da quelli della pianura friulana. Tutte le pianure si assomigliano, pensava Lazzari fumando stancamente davanti a quella finestra aperta.

Avevo già da tempo terminato il triste lavoro d’ufficio (ero quasi laureato e quindi fui collocato fin dal mio arrivo a quell’incarico), consuetudinario e spesso privo di significato come molte delle cose che mi circondavano. ”Il facile reso difficile attraverso l’inutile” diceva del resto un vecchio adagio dei nonni, tramandato da generazioni di soldati, riferendosi a molte delle attività della caserma.

Beh, che poi, ora che ci penso, avevo già preso i gradi ed ero nonno pure io, e – diamine – qualche burbaccia schifosa la potevo pure maltrattare, che di turche già ne avevo pulite parecchie!

Quell’anno ormai quasi già passato con indosso le stellette mi rendevano la cosa ancor più greve, sebbene – devo dire – per il resto non mi trovassi neanche male. Amici nuovi, qualche bevuta, qualche ragazza conosciuta, un anno a non far quasi nulla. E poi, ripensando alla mia vita, l’asilo degli infanti non era forse stata una piccolissima caserma? L’asilo dei più grandi non era una caserma più grandina? La colonia estiva del mio paese non era una caserma per adolescenti? Si, ed in verità mi sembrava di avere trascorso molta parte della mia vita dentro a posti impersonali sempre in mezzo a tanta gente…e riflettevo che forse quello era il mio destino.

A turbare quei fumosi pensieri ci pensò il maresciallo Tescione; il nome tutto un programma.  Uomo dall’età apparente di cinquant’anni (credo ne avesse non più di quaranta), mio capo diretto, che, come di consueto si rivolgeva a me in solo dialetto campano e quasi sempre con questa frase: …”Lazzaro!..che cazze fai li?! Maledett! Alzati e cammina!

Per dieci dei dodici mesi mi chiamò lazzaro, mai con il mio vero cognome. Ma mi ci ero abituato.

Mi voltai e dissi: Maresciallo qua è già tutto fatto, vada pure al circolo; chiudo io, ci vediamo domani.

       Lazzaro, statte zitt…mannaggia a chi te muort! Arrivano gli americani!! A-ME-RI-CA-NI!

       Arrivano gli americani? Ma chi? Ma dove? Maresciallo non capisco!

      Ma che cazz ne so io!! È arrivato un fonogramma dal comando. Stasera ce stà l’aviotrasportata direttamente dalla base Nato! Dicono che devono fare un’esercitazione.

      Come un’esercitazione, maresciallo?!

      Uèè, Lazzaro, si scem?? Ti ho detto che arrivano i pa-ra-ca-du-ti-sti a-me-ri-ca-ni! Faranno un’esercitazione di presa dell’aeroporto! Hai capit?? No dico,..hai capit?

       Eh sì, maresciallo ho capito, ma che c’entriamo noi?

       C’entriamo, c’entriamo. Ci dovremmo occupare del loro arrivo, casermaggio e rancio, mannaggia al cane e’ Santu Ruocc! Allora Lazzaro, tu che hai studiato, me devi dare na mano co stì americani…!! Hai capit?!

       Eeeh, va bene maresciallo, ma cosa devo fare?

     Farai l’interprete! Quando arriveranno e quando li dovremo sistemare. Al resto ci penso io, mannaggia a’ morte.

    Eeh? l’interprete?! Ma maresciallo, il mio inglese è rimasto alle scuole medie, e per altro ben sepolto! Spiaccico a mala pena due parole, goodmornig e the cat is on the table! Come vuole che faccia??

       Senti Lazzaro, nun fa lo strunz pure tu! Io manco conosco l’italiano. Tu un po’ hai studiato, quindi nun stà a scassà u cazz e fai l’interprete! È un ordine! Hai capit?! Atta-i!! (stava per At-tenti)

     Va bene, ma quando arrivano? E poi cosa gli devo dire? Cristo, maresciallo, ma non c’è nessuno degli ufficiali che li possa accogliere?!!

    Senti Lazzaro, al venerdì gli ufficiali spariscono come neve al sole. Sai bene che rimanete solo voi soldati, e qualche sfortunato come me! Fra un’ora circa dovrebbero atterrare giù dove c’è la pista delle frecce tricolori. Verrai con me sulla camionetta e li accoglieremo.

     Va bene maresciallo, vado al casermone a farmi una doccia, poi arrivo.

    Ma che doccia e doccia! Uèè Lazzaro, allora nun m’hai capit!  non arrivano i femmene, arrivano gli americani! Monta sulla camionetta che andiamo!

Partiamo. Io e il maresciallo sembriamo un po’ Totò e Peppino, anzi forse siamo peggio. Durante la decina di chilometri che separano la base logistica dalla base operativa mi illustra un po’ più dettagliatamente le “manovre”.

Eravamo a ridosso della guerra di Jugoslavia.

Di fatto – lo seppi dopo – la Nato preparava bombardamenti ma non escludeva interventi di fanteria. La nostra base, per dimensioni e collocazione, poteva fungere da buon punto di appoggio per le truppe. Forse questo era il motivo dell’esercitazione. Un battaglione della 5° Aviotrasportata pertanto stava volando in direzione della nostra base, e, soprattutto, in direzione Lazzari e maresciallo Tescione.

Il calore estivo sull’asfalto della pista creava quello strano effetto che sembra liquefare le cose.  La scena era decisamente surreale. Due tizi, uno in mimetica, il maresciallo, ed io in divisa blu, in piedi in mezzo ad una pista vuota in un caldissimo pomeriggio d’estate. Unica presenza umana gli addetti al servizio antincendio chiusi nei loro mezzi.

Lazzari ed il Tescione, grondanti di sudore, stanno in piedi ad attendere che la pancia del C130 sforni la più micidiale macchina da guerra che il mondo abbia mai conosciuto: il fior fiore delle truppe Iù-Es-Ei.

E l’attesa non fu lunga.

Da lontano si sentì il rombo cupo dell’aereo. Dentro di me pensai: Ma adesso che gli dico a questi qua? Buongiorno ragazzi? Welcome in Italy. (che poi in italy ci stavano già se erano alla base Nato) Nice to meet you?  Mah

Il bestione volante atterra. Trattengo il cappello blu sulla testa perché non voli via. L’aereo si ferma, gira su sé stesso; si ferma ancora. La pancia si apre. Guardo dentro e intravedo i visi; molti neri; molti ispanici. Penso a tutte le volte che ho visto nei film scendere i soldati americani per compiere imprese che sono rimaste nella storia e probabilmente, per molti di loro, per morire, e questo pensiero non mi lascia indifferente. I loro nonni, padri e zii sono caduti sulle spiagge della Normandia, sulla sabbia nera di Ivo-Jima, nelle risaie della Corea, nella giungla durante l’offensiva del Tet, e l’anno scorso pure nel deserto del Kuwait.

Il tutto si contrappone a noi due, ridicoli rappresentanti di un piccolo esercito. Penso a quante volte le vicende umane si sono mescolate ed hanno diluito l’aspetto buffo nella tragedia.

Scendono lenti ed enormi. Armati e silenziosi. Sento solo il rumore degli anfibi che battono sulla lamiera del longherone che si è aperto sull’asfalto della pista.

Davanti a loro un gigantesco paracadutista ancora più grande degli altri. È rossiccio di carnagione e peluria; chissà forse di origine irlandese. Si dirige verso di noi…sento un colpo sulla schiena, poi un sussurro…Uèè Lazzaro, tocca a te!

La truppa è scesa e si è già allineata sulla pista. Nessun ordine gridato, solo qualche cenno e qualche parola. Avanzo; Tescione alle terga. Procedo col passo più sicuro possibile e mi pongo in fronte all’omone che mi guarda. Cristo gli arrivo sì e no al petto!

Con voce ferma (ma credo di aver gridato perché l’omone ha un sussulto) e portando la mano al capo nel classico saluto militare, pronuncio: …I am First Class Air Man Lazzari! This is Second Class Chief Maresciallo Tescione! You are now in military Airport of Udine.

Si presenta anch’esso, però senza gridare: Captain O’Leary (Diobono avevo indovinato che era irlandese!).

Qualche istante di pausa, poi il solito colpo alla schiena del maresciallo: ”Lazzaro! digli dei pullmann, mannaggia a mort’!

– …Ah già!.. nella foga di dire chi ero, mi ero scordato.

Ricordo che più o meno dissi così: ..”captain O’ Leary, ..your soldiers will be trasported with our bus to the logistic part of airport…(capitano O’ Leary..i suoi soldati verranno trasferiti con i nostri autobus nella parte logistica dell’aeroporto)

L’omone rimane mezzo secondo a fissarmi ma mi pare che abbia capito.

–          The bus (o si doveva dire busses bohh ) are near….Come with us..(Gli autobus sono qui vicino)

Sento l’ufficiale che impartisce alcuni ordini brevi. La truppa si inquadra, raccolte le armi, e, al passo, mi segue. Senza fiatare li guidiamo ad un paio di centinaia di metri di distanza.

Appena arrivati nei pressi dei pullman – gli stessi che di sera conducevano noi soldati in città per la libera uscita – riesco a spiaccicare, con un inglese dalla pronuncia lombarda, alcune vergognose frasi sugli alloggi ..where your soldiers can sleep….(dove i suoi soldati potranno dormire) ed il rancio…where your soldiers can eat.(Dove i suoi soldati potranno consumare il rancio)

L’omone mi fa capire che per il rancio non c’è problema, useranno le razioni da combattimento. Alla fine riesco quasi ad intavolare un discorso – in verità non so quanto veramente compreso – sulla organizzazione dell’Aeroporto. Si dimostra interessato alle Frecce Tricolori. great..wonderful…(grande, straordinario) ma poi chissà se parlava proprio di quelle..

Scendo dal pullman. Il maresciallo mi dice che il mio compito è terminato. Beh, insomma, non è andata neanche male, penso. Nell’agitazione, ed all’atto di congedarmi, saluto l’omone tendendogli la mano, invece di salutarlo militarmente. Accortomi della cosa porto la mano al capo come un colonnello della Wermacht. L’omone mi guardò, dall’alto al basso, credo con compassione mista a divertimento.

Terminato dunque l’incarico chiesi al maresciallo che mi riportasse al casermone.

Il Maresciallo mi si rivolge stupito: Uè Lazzaro, ma si pazz? Mò ce godimme ‘o spettacolo!

–          Che spettacolo, maresciallo?

–          Lazzaro, ma si proprio scem! L’esercitazione degli americà!

Calò la sera. L’esercitazione doveva tenersi senza luce.

Tescione mi ha caricato sulla jeep scoperta. Siamo fermi in un prato nei pressi dell’armeria.  E che cominci questo spettacolo!

Di lì a poco il rombo di un aereo si fa sentire nell’oscurità.

D’un tratto il finimondo. I bengala, con la loro luce fosforescente, illuminano a giorno alcune zone dell’aeroporto. Già si vedono i primi paracaduti nel cielo con attaccati quegli uomini che avevo visto prima a terra. Lampi, rombi, spari (a salve sì, ma pur sempre spari), mitragliate fitte, proiettili traccianti, grida. Decisamente una cosa mirabolante. Pare veramente di stare in mezzo ad una battaglia. Entrambi, seguiamo gli eventi, tra il divertito e l’emozionato con il naso in su, come due bambini.

Credo che il tutto sia durato circa una mezzora, non di più.

Quando anche gli ultimi bengala si stavano spegnendo e i crepitii delle mitragliatrici si erano fatti più radi, il maresciallo se ne uscì così:..mannaggia Lazzaro..cò tutte stè luci….sembrava il giorno che o’ Napule vinse lo scudetto oppure a San Gennaro..ahh…Napule Napule. Nella sua espressione una evidente malinconia.

Anche a me tutto il bailamme aveva ricordato qualcosa: i fuochi sul grande fiume, in occasione della secolare fiera estiva; anche a me ricordava qualcosa di casa mia. Casa mia.

In quel momento la gerarchia, che ogni santo giorno ci teneva distanti, non ci separava. Non eravamo che due uomini che guardavano lontano ed avevano nostalgia delle loro case.

Quando anche l’ultima luce si spense e rimaneva – sola in lontananza – quella fioca e giallastra dei lampioni che delimitavano la base, Tescione, toccandomi una spalla, mi disse: Ah dimenticavo,..grazie Lazzari”.

Mi tese la mano.

Giampietro Lazzari

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.