Con l’attuale crisi economica sempre più spesso si vedono annunci di immobili casellesi messi all’asta per debiti o fallimenti, ed è proprio nel vedere uno di questi che mi ha dato lo spunto per parlare di un angolo del nostro martoriato centro storico dal passato glorioso e oggi ormai irriconoscibile.

Foto aerea del complesso oggi

 

L’immobile che il 21 dicembre alle ore 11 è stato posto all’asta viene descritto, nella perizia allegata all’avviso di vendita, come un compendio immobiliare, ubicato in Via D’Andrà n.ri 1-3-5, angolo Piazza Garambois, “costituito da vetusti e fatiscenti corpi di fabbrica a più elevazioni fuori terra in parte diruti, insistente su terreno pianeggiante di forma rettangolare pressoché regolare adibito a corte nella parte centrale.
Le costruzioni hanno struttura portante e tamponamenti in muratura rifinita ad intonaco, orizzontamenti misti, tetti a falde con orditura lignea e manto di copertura in tegole, vecchi serramenti in legno corredati da inferriate al piano terreno e da gelosie in legno ai piani superiori, balconi con mensole in pietra e ringhiere in elementi metallici, il tutto in pessime condizioni di conservazione.”

Angolo della cascina ancora con i caratteri originari

Quello che non si legge nella perizia è che anticamente queste porzioni di fabbricati, tra cui molto importante la torre che conserva ancora le decorazioni settecentesche di facciata, facevano parte di un ben più vasto complesso immobiliare composto da una importante villa patrizia con giardino e annessa cascina che, soprattutto nel XVIII secolo, gareggiava con il castello per la sua imponenza.

La storia
La storia di questa dimora è ancora tutta da scrivere e le ricerche storiche sono appena agli inizi, ma dall’analisi del catasto del 1740 possiamo sapere che il complesso confinava con le attuali Via Cravero, Via Cappuccino, Via D’Andrà, Piazza Garambois tutta compresa e la derivazione del canale dei Mulini recentemente coperto, il tutto per un’estensione di circa 10.000 metri quadrati, in quel cantone che alla fine del Settecento era chiamato di San Felice.
Ragguardevole era anche l’estensione dei terreni coltivati annessi alla cascina, che fra campi, alteni ( l’alteno è un sistema di impianto che permette la coltura contestuale di alberi, a cui la vite è associata, e di cereali, negli spazi che vengono a crearsi tra i vari filari alberati), prati e boschi ammontavano ad una superficie di 88 giornate, pari a circa 33 ettari, ponendola fra le principali aziende agricole del tempo.

Giambattista Richelmy
La proprietà di questo complesso alla metà del ‘700 era intestata a Giambattista Richelmy, la cui famiglia, come leggiamo nel “Patriziato subalpino”, ad opera di Antonio Manno, arrivava anticamente da Nizza e oriundi da Pigna, nel Ponente Ligure.
Giambattista Camillo Richelmy nacque a Torino il 23 gennaio 1706.
Tenente generale e governatore del Monferrato, venne decorato della Gran Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro, e infeudato col titolo di conte di Bovile nel 1764.
Sposò a Torino, il 3 ottobre 1751, Barbara, figlia del marchese Tete Del Carretto di Gorzegno, da cui ebbe sette figli.
Nella sua opera il Manno, pur non avendo prove, ipotizza che il famoso cardinale Agostino Richelmy, vescovo di Torino nel XIX secolo, arrivasse da questa famiglia, in quanto portava lo stesso stemma.
Gaetano Cappuccino
Alla fine del ‘700 la proprietà venne venduta, e il palazzo con la cascina passarono a Gaetano Cappuccino, proprietario, col cugino, di alcune cartiere casellesi, mentre una parte del giardino verso est, corrispondente all’attuale piazza Garambois venne staccata e venduta al signor Morelli.
Emilio Gabitti
Pochi decenni dopo il complesso passò nuovamente di proprietà e, come risulta dal catasto Rabbini del 1860, diventò nuovo proprietario Emilio Gabitti, importante avvocato torinese che sposò la contessa Maria Cleofe Galleani di Saint Ambroise.
Gabitti era imparentato con i Conti Imperiali Tarino (importante famiglia casellese e proprietari della cascina Tarino, da noi meglio conosciuta come Tarina), e da allora prese dimora in Caselle nel palazzo sito nell’attuale Via Cravero.
Probabilmente è proprio in questo periodo che, parallelamente a quanto successe nelle altre cascine, si iniziò la produzione di bozzoli di seta, tanto che una parte del giardino venne trasformato in vivaio per le piante di gelso e venne realizzato un fabbricato destinato a “bigattiera”, ossia per l’allevamento del baco da seta, fabbricato oggi scomparso per far posto alla piazza Garambois.
Alla morte di Emilio il complesso passò in eredità ai quattro figli che lo frazionarono in vari lotti per venderlo a vari proprietari. Solo la dimora signorile rimase ancora in proprietà a Oreste e Adelina Gabitti, la quale andò poi in sposa al signor Martin Gothard di Alessandro , proprietario della Cartiera vicino alla Carignana e notissimo industriale.
La cascina passò così in proprietà al signor Vittore Pianazza, mentre le parti della villa un tempo destinate a locali di servizio vennero suddivise tra i nuovi proprietari: Antonio Calligaris, Giuseppe Albera, Valentino Martilla e Agostino Balagna.
Da quel momento la villa, ormai smembrata, perse la sua unitarietà, e ogni proprietario nel corso degli anni modificò la sua parte secondo le proprie esigenze con demolizioni, ampliamenti, sopraelevazioni che ne stravolsero la struttura unitaria rendendola irriconoscibile.

Il complesso della villa
Per ora, sulla base delle attuali ricerche, non è possibile stabilire se questo complesso venne realizzato dalla famiglia Richelmy, o da proprietari precedenti, e neanche la data della sua effettiva costruzione, ma dalle sue caratteristiche barocche si può solo supporre che venne realizzata tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento, sicuramente sostituendo precedenti e più antichi edifici, come risulta dalle numerose tracce sparse di muratura medievale.


In particolare si può affermare che tutto il muro a nord del palazzo venne costruito in prossimità della Porta Primera, addossato all’antico muro delle fortificazioni del paese.
Come detto, oggi l’intero complesso si presenta come un insieme eterogeneo di vari edifici e vedere in essi l’antica villa non è facile; in mancanza di precisi documenti (per ora) si può solo ipotizzare come era strutturato l’edificio, basandosi su quanto rimane e confrontandoli con gli schemi tipici delle ville torinesi del periodo barocco.
Il complesso venne realizzato lungo la via centrale partendo a nord dalla diramazione della Bealera dei Mulini, fino all’attuale Via Cappuccino, da cui mediante un portone si accedeva a due cortili di servizio con ai lati due basse maniche a due piani destinate a locali di servizio, come le scuderie, i depositi per le carrozze e le abitazione della servitù al primo piano, il tutto ingentilito da un porticato interno sorretto da colonne in pietra.
Da questi cortili in cui si potevano fermare le carrozze, si accedeva alla sontuosa dimora con la facciata rivolta a sud, che a sua volta era racchiusa tra due torri quasi simmetriche (ancora esistenti) che rendevano più austero l’intero edificio.
L’abitazione signorile a sua volta racchiudeva un cortile d’onore con probabilmente due alti porticati laterali, oggi chiusi, da cui da un lato si accedeva direttamente alla via centrale attraverso un ponte sopra la Bealera dei Mulini, e dall’altra si passava al cortile della annessa cascina.
Il palazzo si apriva verso nord sull’immancabile giardino, che arrivava fino all’ antica bealera che circondava il paese, che un tempo faceva parte delle fortificazioni cinquecentesche.
Don Miniotti, nel suo libro “Caselle e le sue vicende”, parlando della famiglia Gabitti de Galleani, ricorda la visita del Re Vittorio Emanuele II, nella seconda metà dell’800, che, di passaggio a Caselle per una partita di caccia, volle alloggiare in questo palazzo, allora molto sontuoso e rinomato particolarmente per il bel salone che “ancora oggi si conserva (ovviamente ai tempi di Don Miniotti) ridotto per altri usi, detto «la stanza d’oro» perché tutto a stucchi e mensole dorate in puro stile del ‘400”.
Sempre Don Miniotti ricorda ancora che attorno a questo palazzo corre la leggenda che una comunicazione sotterranea lo tenesse unito al Castello di Caselle.

Le antiche vestigia
Come detto, a partire dall’inizio del secolo scorso l’intero complesso perse la sua unitarietà e tutta una serie di continui interventi di ampliamenti e demolizioni, fino alle ultime pesanti ristrutturazioni, che fecero perdere la maggior parte degli elementi caratteristici originari, come i numerosi solai lignei, i porticati (chiusi per ricavare nuovi locali), il salone d’onore, i camini, il giardino, ecc.

I resti di una colonna in pietra dell’antico porticato ora inglobate nella muratura

Restano oggi, a memoria degli antichi fasti, solo alcuni elementi, tra cui tracce di murature cinquecentesche, alcuni solai lignei, e, particolare curioso, alcune colonne monolitiche del cortile di servizio, che cercano disperatamente di uscire dalla muratura in cui sono state inglobate, oltre ovviamente al magnifico portale barocco su via Cravero.
Alcuni anni fa dai muri scrostati del cortile d’onore si poteva anche notare la diversa tipologia di muratura che nel tempo chiuse le maestose arcate.
L’antica cascina annessa oggi si presenta con numerosi ampliamenti e sovrapposizioni di fabbricati eterogenei più recenti, in cui si riconoscono ancora alcuni elementi della struttura originaria, come le tettoie porticate, i tratti di cornicione settecenteschi, ecc.

Le torri e le decorazioni ad intonaco sagomato
Due torri caratterizzavano la facciata del palazzo, e su una di esse, proprio quella messa all’asta in questi giorni, si possono ancora vedere le antiche decorazioni ad intonaco sagomato che sicuramente ricoprivano l’intera villa.
Una serie di lesene e fasce marcapiano inquadravano interamente la struttura, secondo un gusto tipico dell’epoca, realizzando una decorazione semplice ma efficace per dare austerità all’intero complesso.
Per dare un senso di regolarità e simmetria alle facciate dove non vi erano delle vere finestre, ne vennero affrescate delle finte in appositi sfondati, come si può vedere nell’unica torre giunta a noi ancora intatta.
Questo tipo di semplice decorazione sei-settecentesca caratterizzata da fasce marcapiano, lesene e cornici di finestre realizzate in spessore di intonaco sagomato, lo troviamo spesso nei nostri paesi, e a Caselle si può ancora vedere nelle facciate dei portici di via Gibellini.
Purtroppo molte altre sono scomparse, come quelle che esistevano in via Fabbri; in compenso ne sono state realizzate ex-novo, dal gusto settecentesco, dove non sono mai esistite, come quelle di via Torino.
Ritornando alla nostra villa, anche la torre su via Cravero fino a qualche decennio fa presentava ancora in parte queste decorazioni, che poi sono state sostituite da una semplice tinteggiatura.

 

La malandata torre su via D’Andrà ancora con le caratteristiche originarie

Il portone barocco e il guardiano scomparso
Escludendo i portoni delle chiese e dell’ex convento, l’ingresso di maggior pregio artistico che si è conservato sino a noi a Caselle è proprio quello della sei-settecentesca villa Richelmy, che come detto era sicuramente il palazzo più sontuoso dopo il castello.
Dalla caratteristica forma barocca, sono pregevoli gli stucchi che incorniciano il portone, e che sorreggono al centro un ovale che oggi porta lo stemma di Caselle, ma che anticamente doveva avere lo stemma della nobile famiglia proprietaria.
La porta d’ingresso ha sempre avuto un ruolo importante nella quotidianità, dall’estetica fino alla protezione, e ne ha sempre determinato il carattere stesso dell’abitazione. In ogni caso è sempre stata diffusa e sentita l’esigenza di assegnare all’ingresso principale dell’abitazione la massima importanza, sia che si tratti di un androne architettonicamente inserito nel contesto edilizio, sia che si tratti di una semplice apertura in un semplice muro intonacato.Il maestoso portale barocco

Questo portone, fino alla fine del secolo scorso presentava ancora al centro dell’arco una particolare e curiosa decorazione tipica del periodo: una conchiglia antropomorfa dallo sguardo arcigno posta a guardia dell’ingresso, che aveva lo scopo di incutere timore e rispetto al visitatore.
Lo sguardo era ben mimetizzato nelle volute degli stucchi, e solo uno sguardo attento poteva vederlo; oggi purtroppo questo interessante particolare è scomparso lasciando il posto a una semplice conchiglia rappezzata, ma per fortuna restano le documentazioni fotografiche, e chissà che un giorno non venga ripristinata.
Nei centri storici come quello casellese, dove i fabbricati hanno subito pesanti trasformazioni nel secolo scorso, spesso gli unici elementi rimasti di un antico passato sono proprio tutti quei piccoli elementi architettonici diffusi nelle case private, come i portoni d’ingresso, i balconi, le decorazioni in facciata, gli abbaini, i comignoli, e così via.
Tutti elementi che presi singolarmente possono sembrare quasi irrilevanti e senza valenza storico-artistica, ma che nel loro complesso caratterizzano questa o quella via, ne identificano il ruolo e determinano la piacevolezza del centro storico.
Purtroppo, proprio perché singolarmente sono elementi semplici, normalmente non gli si dà valore, e troppo spesso vengono eliminati per essere sostituiti con altri più “moderni e utili”, causando una lenta ma inesorabile perdita d’identità del centro storico.

 

Il muro scrostato del cortile d’onore con le tracce del porticato chiuso

 

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