Quando ho letto i due libri di Annalisa Rabagliati ho sentito che mi stavano aleggiando intorno da un po’; almeno da quando nell’estate 2019, ancora lontane dall’idea di una pandemia, io e la mamma, 94enne, (morirà a 95 anni nel luglio del nostro terribile 2020), ci siamo fermate, durante una lenta passeggiata e lasciando correre lo sguardo ammirato sui limpidissimi paesi di collina fino all’abbraccio delle Alpi, mamma ha cantato “Piemonte caro”. La sapevo anch’io a memoria e l’ho cantata con lei. Credo siano stati minuti di felicità perfetta.
I libri di Annalisa Rabagliati ci guidano attraverso un mondo di canti popolari e di abitudini come quella di cantare insieme che rischiamo di perdere per sempre. Forse sfogliare queste pagine con i nostri grandi anziani, cantare con loro, riannodare frammenti di memoria  a cui sicuramente possono legare ricordi vivissimi, farebbe a loro e a noi un gran bene. Suggerisce l’autrice:
”Vorrei che queste pagine fossero come una madeleine da far assaggiare a vecchi e giovani, per chieder loro di opporre un po’ di resistenza, prima di farsi risucchiare completamente dalla globalizzazione, mantenendo almeno il ricordo del patrimonio della cultura genuina espressa dal canto popolare.”
Nel primo libro “Il canto del cibo”, Annalisa Rabagliati vuol ricordare “gli stretti legami che esistono tra cibo e musica, nutrimenti per corpo e anima”. Ogni canto è introdotto da una “chiacchierata” con la nipote, ossessionata dall’idea di mettersi a dieta, non perché sia grassa, ma perché nessuno è ancora riuscito a farle capire che ognuno di noi è unico, non deve necessariamente somigliare alle modelle ritoccate da bisturi e photoshop. Il libro quindi oltre che presentare canti della tradizione popolare che sono un inno al buon cibo e al buon vino, tenta di dare scomodi suggerimenti ai giovanissimi ( qui il seme cade in un buon terreno e la nipotina sembra rappacificarsi con l’idea che sia possibile seguire i consigli dei nutrizionisti semplicemente rivalutando i sani cibi della nostra tradizione). Ci caschiamo tutti in queste trappole esterofile, anche da grandicelli …io ad esempio ho interrato due belle piante di goji che stentano a produrre pur essendo abituate alle pendici dell’Everest, prima di leggere e capire che le nostre more di rovo sono più ricche di vitamina C delle bacche di goji!
Nel libro non mancano interessantissime ricostruzioni storiche ed etimologiche di modi di dire che si trovano nei canti proposti e che spesso vengono usati senza conoscerne l’origine, come “il paese di Cuccagna”, o riflessioni sulla cucina povera, sulla diversa sensibilità nel confronto degli animali, sull’amore che si legge in un pasto ben preparato. Dei 30 canti vengono proposti nella seconda parte del libro i testi: quelli in lingue diverse dall’italiano sono tradotti. Tra quelli piemontesi: Canson vinoira, La pulaiera, Tume tumin, strachin e seiras, Sai nen perché…
Manca la musica, ma a quella possono pensare i nostri bravi strumenti tecnologici: su youtube, li trovate tutti e potrete cantarli insieme a chi non li ha dimenticati!
Il secondo libro, appena finito di stampare, è dedicato ai canti del lavoro. Questa volta non è un supermercato il pretesto per proporre riflessioni e canti alla nipote: siamo in lockdown, i problemi della recessione sono sempre più evidenti e tutto passa attraverso le videochiamate!
Picci, la nipote, sembra decisa a lasciare la scuola, con grande preoccupazione della nonna:” …la ragione più importante per abbandonare era che non voleva più essere di peso ai genitori, perché sapeva che stavano passando brutti momenti dal punto di vista economico e pensava che smettendo di andare a scuola e trovandosi un’occupazione avrebbe potuto dar loro una mano.
Io mi commossi a sentire questo suo proposito: mi ricordava la mia giovinezza, mi rispecchiavo in lei, ma, naturalmente, ero decisa ad oppormi con forza. Volevo impedirle di compiere per inesperienza errori di cui si sarebbe pentita forse troppo tardi. “
La ragazzina accetta quasi per gioco di cantare con la nonna quando si vedono su Skype e  pian piano attraverso le riflessioni che nascono da questi canti, nati per accompagnare il lavoro, capisce quanto sia importante prepararsi per aspirare ad un buon lavoro e soprattutto che i genitori in difficoltà metteranno comunque al primo posto la sua preparazione scolastica.
Anche qui Annalisa Rabagliati coglie l’opportunità di sfiorare temi che le stanno a cuore, come le conquiste delle donne, il femminicidio, le lotte sindacali. Da “La pastora e il lupo” e “La pastora fedele”( quella di“A l’umbreta del bussun bela bergera l’è indurmia…) attraverso “La domenica andando alla Messa” per arrivare alla “Scelta felice” in cui la donna sceglie di sposare un giardiniere perché appare il più gentile tra i pretendenti, che protetti dalla legge potevano “battere” per “correggere” le belle mogliettine! “Sì, il principe azzurro dei poveri. Mentre gli altri sono chi più, chi meno, individui rozzi destinati a diventare mariti maneschi.
“Ciavatin ch’a bat la sola, pia sua fumna e la scupola,” finisci tu!
“Ohilì, ohilà, ciavatin mi lu voeui pa!”
“Serajé ch’a bat l’ancusu, pia sua fumna e a i pista ‘l musu …”
“Ohilì, ohilà, serajé mi lu voeui pa!”
I canti vengono presentati uno per uno e ogni volta ci immergiamo in quelle scene che tante volte abbiamo sentito descrivere dai nostri anziani o visto nei film d’epoca: lavori duri nei campi, nelle miniere, nelle risaie. Canti di protesta, ma anche un modo allegro di dare ritmo al lavoro, di sentire meno la fatica. Nelle pagine troveremo anche la vera storia di Bella ciao! prima che diventasse un canto di bandiera.
Annalisa Rabagliati canta da trent’anni nel coro “La Gerla” e la sua passione per il canto popolare e la ricerca ci ha regalato questi libri preziosi: io vorrei come Annalisa, che stimolato dalle sue pagine, nascesse in tutti il bisogno di cantarne una …prima che sia tardi.

P.S. In libreria, i due libri che caldamente vi consiglio:”Il canto del cibo” di Annalisa Rabagliati ed.Yume e”Cantiamo il lavoro” di Annalisa Rabagliati ed.Primalpe

Nazarena Braidotti
Braidotti M.Nazzarena in Gaiotto Nata a Ciriè(To), tre figli, ex insegnante a Caselle, vive a Torino. Laurea in Lettere con una tesi sul poeta P.Eluard, su cui ha pubblicato, per Mursia, un “Invito alla lettura”. Grandi passioni: la scrittura, tenuta viva nella redazione di “Cose Nostre” e altri giornali locali e l’acquerello.

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