Non me ne vorrà il grande Vasco se carpisco uno dei suoi titoli.

Sono passati dieci mesi da quando il primo DPCM ci ha costretti, in varie forme e modalità, a ridimensionare la nostra vita, le nostre abitudini e i nostri rapporti umani, isolandoci da tutti fuorché i nostri congiunti. Per qualcuno ha significato la solitudine più totale, il tutto si chiama lockdown ed è durato tre mesi. L’estate ha portato “consiglio” e ha decretato che l’emergenza era rientrata, si poteva uscire, anche dai confini nazionali. Una sorta di liberi tutti, che ognuno ha interpretato a modo suo, “all’italiana”. Siamo partiti anche per mete lontane, senza regole, distanze, tralasciando in modo superficiale, le norme di sicurezza che avevamo seguito quando costretti. A ottobre le prime avvisaglie del ritorno del malvagio; a novembre si ripiomba nel lockdown, stavolta formato arcobaleno, zone rosse arancioni gialle…
Durante questi mesi ognuno di noi ha cercato di mantenere una parvenza di normalità, partendo dalle abitudini più consolidate, dai nostri interessi ma soprattutto dal nostro concetto di libertà. Ed è questa che è venuta a mancare, in modo coercitivo.

A parte la pandemia, per alcuni ci sono state altre concause che hanno appesantito il carico, in modo a volte beffardo. Ma la vita a nostra insaputa può diventare beffarda. A noi non rimane che chiamare a raccolta coraggio, fede, speranza a volte rabbia e andare avanti, giorno dopo giorno, senza sapere quando tutto avrà fine e se mai ce l’avrà, isolati, senza incontrare nessuno. A malapena sappiamo riconoscere chi si sta occupando di noi. A volte, stanchi e confusi facciamo inqualificabili gaffes: anche scusarci diventa complicato, ancor più ringraziare. In tutti questi mesi ho pensato spesso ad un ritorno alla normalità, o meglio a quello che era il prima, a come erano importanti cose banali, date per scontate: uscire dal cancello di casa, andare a comprare un libro, al cinema, incontrare una persona.

Nel primo lockdown ci dicevamo “andrà tutto bene”, cantavamo dai balconi, facevamo riflessioni su come ci saremmo ritrovati dopo. Un pensiero ricorrente era che la situazione ci avrebbe migliorati, resi più tolleranti e comprensivi, ci piaceva pensare che i  nostri sacrifici avrebbero portato alla soluzione del problema, non ci sarebbero state ricadute pesanti e si pensava al vaccino risolvitutto.

Oggi siamo pervasi da sentimenti di insofferenza, intolleranza. I rigoristi ce l’hanno con i menefreghisti, i pro vax perseguono tattiche di convinzione con i no vax, questi ultimi fanno gara a chi la spara più grossa o più clamorosa. La confusione regna totale, l’organizzazione “all’italiana” come previsto presenta le sue lacune, alcune fisiologiche altre derivanti da casi di forza maggiore. C’è chi aspetta il vaccino con ansia come risposta al virus per una ritrovata normalità o per cautelarsi da patologie croniche o comparse negli ultimi tempi, chi lo rifiuta adducendo motivazioni prese soprattutto dall’Università del web. Vaccino obbligatorio o no, dilemma che in perfetto stile italico rimarrà irrisolto per un po’: immunità di gregge o gregge allo sbaraglio?

In questo schema il mondo che vorrei lo vedo molto lontano, l’orizzonte temporale più vicino è di gran confusione: forse voluta? L’economia vacilla, i problemi aumentano. Molte teorie, ultima in ordine di tempo, le mutazioni pandemiche, esplosa nello U.K. nei giorni della definizione dei termini della Brexit. La vista delle migliaia di tir fermi prima delle bianche scogliere di Dover la vigilia di Natale è stata un pugno nello stomaco. Il pensiero di camionisti, stanchi, infreddoliti e probabilmente poco nutriti e idratati, la vigilia di Natale, è stato un feroce schiaffo a noi che nel calore di casa lo stavamo riempiendo con qualsiasi cosa.

Mi piace semplicemente ritrovarmi a pensare che tutti possiamo tornare a circolare liberamente, rivedere le persone e andare insieme al ristorante, entrare in un cinema, prendere un aereo, smettere di usare quell’orribile mascherina, andare in montagna,  non essere offesi entrando in un negozio, alzarsi di scatto perché ci siamo seduti su una sedia con la croce sopra, sussurrare nell’orecchio qualcosa che penso da tempo a qualcuno/a.

Giuliana Vormola
Nata a Ciriè il 20/11/1955 Giornalista pubblicista inizia a scrivere su Cose Nostre e altri giornali locali da inizio anni 90 su temi legati all'ambiente. L'interesse e la passione per la botanica sono il motivo conduttore principale dei suoi scritti e delle sue attività. Con l'Associazione Vivere il Verde inizia la manutenzione del giardino del vecchio Baulino a Caselle, durata 20 anni, coinvolgendo la scuola primaria locale. L'attività editoriale collegata ha permesso la partecipazione al circuito Gran Tour del comune di Torino e la collaborazione con Gardenia. "Emozioni saperi sapori..... " è un progetto che sta prendendo forma sul web e sui social: partendo dalle "verdi" emozioni si arriva in cucina con i saperi della tradizione per esprimere i sapori che ne derivano.

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