La settimana scorsa, con un giovane collega, parlavamo di figli, di quali siano le difficoltà, sotto vari aspetti e di quali fossero le differenze tra generazioni.
Tante, a tratti così marcate che sicuramente se oggi i miei nonni potessero vedere i loro pronipoti, penserebbero a degli alieni: uguali fuori, radicalmente mutati dentro.
Oddio, uguali fuori non proprio: i nonni avevano i pantaloni stracciati perché non potevano permettersene altri, i pronipoti per scelta.
La conversazione è proseguita sui pericoli di oggi, rispetto a tempo fa: chi ha la mia età si ricorda bene cosa ci dicevano le mamme: si raccomandavano di non frequentare brutte compagnie, di non passare in un certo posto la sera e di non fare troppo tardi, di non accettare caramelle da sconosciuti, di non fumare o peggio, oltre al mettere la maglia della salute.
Poi siamo diventati grandi, e abbiamo cercato di fare del nostro meglio per crescere i nostri figli, con attenzioni più o meno simili, ma direi con più ansie. Certo anche i miei genitori ne avevano, ma forse oggi è uno stato psichico che ritroviamo spesso, per mille motivi, quindi anche per i figli.
Poi è arrivata internet.
Nel giro di pochi anni, tutto è cambiato, ha preso una velocità incredibile per la nostra generazione, e figuriamoci per quella di prima; quasi senza rendercene conto ci siamo affannati per tenere il passo dei nativi digitali, le nuove creature, terrestri e alieni al contempo. Cito la Treccani: i tardivi digitali (nonni), gli immigrati digitali (noi), e i nativi digitali (loro).
In merito, consiglio, a proposito di ansie, “The social dilemma”. Lo trovate su Netlix.
Al nativo digitale, probabilmente, i genitori diranno ancora ciò che i nonni dicevano ai nostri , parlando di brutti incontri, ma con una variante: quelli peggiori si fanno dentro lo schermo del cellulare, del tablet.
Non voglio generalizzare: internet è uno strumento fantastico, e serve, aiuta, basta usarlo nel modo corretto.
Ma non è così per tutti: anche il web è un mondo nel quale occorre andare per mano dei grandi quando necessario, perché i pericoli sono più subdoli, addirittura affascinanti, o divertenti, comunque attraenti.
Tutto sommato, sono molto simili a quelli che correvamo noi, solo digitalizzati, immateriali. L’unica cosa concreta, spesso, sono le conseguenze, tragiche.
L’ultimo caso che ha scosso l’opinione pubblica, quello della bambina di Palermo, morta soffocata in quella sfida senza senso, mostra un luogo virtuale altrettanto pericoloso del Valentino di notte, desolante come Corso Principe Oddone con gli spacciatori, insidioso come alcune zone con una nomea allarmante.
Questo caso ha scatenato orde di sociologi e psicologi infantili tanto quanto il Covid ne ha messo in circolazione di virologi e immunologi.
Il Valentino, come corso Principe, o certi quartieri, strade, case, non sono pericolosi in quanto tali; il pericolo lo mettiamo noi, con la nostra umanità malata.
I social non sono una dannazione, né qualcosa di negativo, anzi. Lo diventano quando si incontrano i mostri, e se nel primo caso ci sono le Forze dell’Ordine a vigilare per vie e quartieri, nel tentare di arginare la malavita, qui le protezioni cadono, ed è come fermare una palla di cannone con una ragnatela.
Naturalmente è una vicenda al limite, e ne cela sicuramente altre che lo rasentano: il social in questione è Tik Tok; uno come tanti, dipende appunto dall’uso che se ne fa.
Chi avrà incontrato quella bambina, e chi vedono o ascoltano gli altri piccoli nelle loro camerette? Spaventa pensare che qualcuno abbia distribuito caramelle digitali che uccidono. Gli psicologi invitano a considerare il cellulare un pericolo, per i più piccoli, perché consegnarlo ai bambini senza vigilare è come lasciarli soli di notte nel Bronx. Coloro che istigano e invitano a queste prove, non credo siano fini psicologi che scavano nella mente. Se lo fossero, farebbero ben altro, come “Il suggeritore” di Donato Carrisi. Rimane il fatto che menti sicuramente disturbate ne incontrano altre fragilissime, insomma una battaglia al ribasso nell’abisso umano, e l’unico argine, l’unico porto sicuro è l’attenzione dei genitori.
Ci riusciremo? Perché Slender Man, personaggio immaginario protagonista di racconti dell’orrore del genere creepypasta e di videogiochi, nato e diffusosi come un fenomeno di internet, esiste.

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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