Ultimo pretendente al trono di Scozia, il principe Charles Edward Stuart nacque in esilio a Roma nel 1720. Infatti il padre James, dopo la sconfitta per mano degli Inglesi, dovette mettersi in salvo, prima in Francia e, dopo gli accordi di quest’ultima con l’Inghilterra, a Roma sotto la protezione del Papa. Di fede cattolica, il giovane principe parlava fluentemente l’inglese, l’italiano, il francese e lo spagnolo ed era appassionato di arte (suonava il violino) e di storia. Compiuti diciotto anni chiese al padre di poter far ritorno in Scozia per organizzare una sommossa contro gli usurpatori del regno, ma James si oppose valutando la mancanza di condizioni favorevoli per un successo dell’impresa. Il desiderio di ritornare in patria di Charles non era determinato da sogni di gloria o da un impulso giovanile ma si fondava su un sentimento di dovere nei confronti del suo popolo per ridonargli la libertà sottratta dall’invasore. La forte affezione al suo popolo era ampiamente ricambiata e si presentava in forma di canti, poesie e leggende dedicate dai bardi gaelici alla venuta del principe. Nelle ballate a lui dedicate diventò The Bonnie Prince Charlie. Si creò, perciò, attorno alla sua figura un’aura leggendaria simile a quella di re Artù, il mito di un giovane destinato a divenire re e che tutto il popolo attendeva con fremito.
Nel 1744 sembrò che il momento fosse giunto con l’avvento della Guerra di Successione austriaca. Il vecchio re James aveva atteso invano per anni che qualche potenza europea, in primis la Francia, si facesse portavoce della causa scozzese al fine di indebolire il dominio inglese ma fu solo con il forte conflitto diplomatico sorto all’indomani della successione dinastica in Austria che si presentò in modo concreto l’occasione di far ritorno in Scozia. La Francia, nonostante l’ostilità con Re Giorgio II d’Inghilterra, non sembrava avesse intenzione di sposare la ribellione giacobita. A venticinque anni Charles lasciò Roma per tentare di riconquistare la terra dei suoi padri. Per acquistare moschetti, spade e cannoni necessari per l’impresa vendette i suoi gioielli personali e contrasse prestiti con alcuni banchieri francesi. Il 5 luglio 1745 salpò con due navi dal porto di St. Nazaire, ma durante il viaggio furono intercettati da una nave inglese che riuscì a danneggiarne una, la quale dovette riparare in Francia. La nave superstite, quella con a bordo il principe, riuscì a proseguire il viaggio e approdò alle Isole Ebridi il 27 luglio. L’assenza iniziale di armi e la mancanza del sostegno francese fecero sorgere non poche preoccupazioni ma il forte carisma di Charles e il profondo senso di lealtà degli highlanders riuscirono a superare il leciti dubbi sulla riuscita della conquista. Si radunarono i vari clan e il 19 agosto nella piana di Glenfinnan si proclamò Charles principe di Galles e reggente dei regni di Scozia, Inghilterra ed Irlanda. I principali clan delle Highlands aderirono con entusiasmo alla rivolta, i MacDonald, i Cameron, gli Stewart, i Fraser, i Gordon e i MacGregor si misero a disposizione del nuovo sovrano. Dopo l’ingresso trionfale nell’antica capitale di Edimburgo, l’esercito scozzese si apprestò allo scontro con quello inglese nei pressi del villaggio di Prestonpans. La battaglia di Gladsmuir avvenne senza alcuna tattica, fu un attacco frontale che le cronache dell’epoca narrarono fosse durato solo dieci minuti e che provocò la fuga delle giubbe rosse inglesi. La Scozia era tornata libera. All’indomani della vittoria Il giovane principe invitò a moderare i festeggiamenti e ad avere pietà degli sconfitti, tutto questo in un’ottica di pacificazione nazionale. Garantì anche la libertà di culto a tutti i sudditi. Questa clamorosa vittoria diede l’illusione che l’esercito scozzese fosse invincibile e si proseguì l’avanzata verso sud in direzione di Londra. Giunti a Derby, a circa centosessanta chilometri dalla capitale inglese, il Consiglio decise di ritornare in Scozia. Questa decisione non fu volontà di Charles ma di alcuni personaggi di spicco, tra cui Lord George Murray che convinse il Consiglio ad attendere rinforzi, che in realtà non giunsero mai. Iniziò così una durissima ritirata verso nord sotto il costante attacco degli inglesi. Lo scontro decisivo ebbe luogo a Culloden il 16 aprile 1746 dove l’esercito giacobita fu letteralmente spazzato via e lo stesso principe fu salvo per miracolo. Cominciò una vera e propria mattanza dei feriti e anche di coloro che si arrendevano. Non vi era nessun tipo di clemenza verso chi aveva osato muoversi contro Londra. Per giorni le truppe governative inseguirono Charles non risparmiando chi ospitasse o aiutasse i ribelli. L’impresa di Charles si concluse nel peggiore dei modi, con l’indipendenza di nuovo perduta, con la Chiesa cattolica perseguitata e con la cultura delle Highlands distrutta.
Per cinque mesi il principe fu braccato dagli inglesi che perlustrarono tutto il territorio che da Inverness andava a Arisaig. Con l’aiuto di fedelissimi e simpatizzanti il 19 settembre Charles riuscì ad imbarcarsi su una nave per raggiungere la Bretagna. Una volta in Francia pensò subito a come riorganizzarsi per ritornare con un esercito francese ma le sue speranze naufragarono, insieme al suo progetto, quando re Luigi XV ristabilì rapporti diplomatici amichevoli con la Gran Bretagna con gli accordi di Aix-la-Chapelle e  che provocarono anche l’espulsione di Charles dal paese. Rifugiatosi di nuovo a Roma non avrebbe più rivisto la sua amata Scozia. Lentamente, giorno per giorno, ma in modo inesorabile il giovane principe divenne un uomo ferito, malinconico nell’animo e incline all’alcol. Il matrimonio infelice con Louise di Stolberg, che in seguito lo lasciò per Vittorio Alfieri, non gli diede eredi. Si commuoveva al sentire i racconti del genocidio della sua gente avvenuto il seguito alla sconfitta di Culloden. Morì a Roma il 31 gennaio del 1788 e fu sepolto accanto a suo padre James nelle grotte vaticane della basilica di San Pietro. Con la sua morte scompariva la dinastia degli Stuart e l’ultimo re dei gaelici.

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