Oggi il cibo ha assunto rilevanza per i nostri territori. La nostra reputazione all’estero in materia, ha raggiunto altissimi livelli e di questo ne ha beneficiato anche il turismo, impattato dal forte interesse per l’enogastronomia. In virtù di questo e unita all’innovazione in campo rurale ed agroalimentare, è maturata nel corso degli ultimi decenni l’idea di salvaguardare questa importante risorsa attraverso azioni mirate da parte del Governo. Una di queste è sicuramente l’istituzione dei “Distretti del Cibo”, nati nel 2019 (con la legge regionale n.1), più evoluti rispetto ai precedenti “distretti agroalimentari di qualità”, di cui recentemente (13 novembre 2020) la Regione Piemonte ne ha approvato il nuovo regolamento.
Un modello potenzialmente in grado di affrontare le nuove sfide che ci impongono i tempi, prima fra tutte la digitalizzazione ma soprattutto la sostenibilità, il principale driver di crescita, visto che per il 2030 ci si dovrà adeguare agli standard dettati dal Green Deal Europeo.
I distretti del cibo in Italia oggi sono una ventina. Secondo il MIPAAF, 11 rappresentano territori estesi come il distretto rurale della Toscana del Sud, o le filiere e i territori di Sicilia, 6 sono riferiti alle produzioni agroalimentari (il distretto del latte lombardo, i salumi piacentini, ecc.), 2 soli per il momento sono i distretti “bio” (distretto del cibo sikania bio e distretto del cibo bio slow pane e olio), ultimo ma non meno importante il distretto florovivaistico pugliese.
E che dire del Piemonte? Se in passato i distretti riconosciuti erano principalmente tre: floricolo del lago Maggiore, agroalimentare del settore orticolo e il distretto del riso. Oggi in Piemonte sono molti di più i distretti non ancora certificati, pensiamo per esempio ai nostri prestigiosi vini, al formaggio oppure al cioccolato. Solo per dare un’idea in termini economici, secondo una ricerca di Intesa San Paolo (monitor dei distretti agroalimentari) quest’anno le esportazioni agroalimentari food & wine dei distretti italiani, hanno generato valore per 1,7 miliardi di euro, mentre solo nel primo trimestre del 2020 le esportazioni di Barolo, Barbera e Barbaresco hanno raggiunto i 400 milioni di euro.
Un valore economico che già di per sé vale la corsa alla certificazione, se poi si aggiunge il rilancio dell’economia post pandemia e gli standard che la Comunità Europea ci impone in materia di sostenibilità; se vogliamo continuare ad esportare, evolversi diventa oggi una necessità.
Se stringiamo il campo visivo sul nostro territorio, scopriamo che gran parte del territorio casellese è tuttora agricolo o comunque, votato all’agricoltura. La nostra comunità è fortemente radicata alle sue origini rurali e nelle nostre belle Valli di Lanzo si sono sviluppate negli ultimi anni tante piccole realtà artigianali d’eccellenza. Ci siamo chiesti se con i nostri prodotti tipici non saremmo in grado di puntare più in alto. Abbiamo intervistato tre esperti del settore, Paolo Gremo, Paolo Odetti e Andrea Fontana, per capire se sarebbero interessati, favorevoli alla creazione di un distretto del cibo nella nostra zona.
Paolo Gremo, assessore alle politiche agricole del nostro Comune, la reputa “una grande opportunità”, e dichiara che sono stati già avviati i tavoli di concertazione con Coldiretti ed i comuni del territorio per discutere di una possibile sinergia. Secondo Gremo, la collaborazione tra comuni sarebbe fondamentale, non solo perché richiesta dalla normativa, ma anche per via dei pochissimi processi di filiera: “Bisogna considerare un percorso turistico-enogastronomico di un area vasta, che parta dalla montagna, scenda attraverso  tutti i comuni oltre lo Stura, arrivi a Venaria alla Reggia e al parco della Mandria, si spinga a Settimo, dove è presente l’Ecomuseo e la famosa fiera dei “coj”, dei cavoli, la cipolla di Leinì e comprenda le valli del salame di Turgia, la toma di Lanzo, i torcetti e le paste di meliga. Questi territori hanno tutti una cosa in comune: la grande produzione di latte, quindi di allevamento di mucche da latte, è proprio dalle filiere di ogni singolo comune che dovremmo cominciare, per stabilire una sinergia.”
Ed è proprio così, l’organizzazione in filiere è uno degli obiettivi principali di questa normativa, che ha lo scopo di garantire la qualità e un equo valore aggiunto a tutta la catena produttiva, un progetto molto ambizioso, secondo Gremo, in cui “si individua chi produce, chi trasforma e anche chi ha la capacità di commercializzare e di promuovere il prodotto e il turismo dentro e fuori dai propri confini, tutto questo ha un fascino grandissimo, ma è un obiettivo molto grandioso e complicato che richiede investimenti da parte dei privati, molto aiuto da parte del settore pubblico… è soprattutto, un percorso da costruire da zero”.
Perplesso per la complessità della normativa, ma “possibilista” è sicuramente Paolo Odetti, di professione allevatore (con un’azienda di oltre 500 capi di bestiame) e presidente della SPA (società allevatori provinciale), vicepresidente di ARAP (l’associazione regionale allevatori del Piemonte):
“Penso che sia un regolamento non facile da attuare quello dei Distretti del Cibo, sapendo che manca un prodotto d’eccellenza già riconosciuto; inoltre nella normativa si parla di zone omogenee, di filiere produttive e di accordi fra privati e enti locali, di questioni culturali e turistiche. La Coldiretti sicuramente è pronta ad offrire il proprio supporto e credo si possa iniziare dal Salame di Turgia.”
Il dottor Andrea Fontana, veterinario ed ex presidente dell’Associazione Produttori del Salame di Turgia, esprime dubbi sulla realizzabilità di un distretto del cibo fondato su questo prodotto, evidenziando la difficoltà dei produttori di adeguarsi alle regole e alle normative: “Negli anni di lavoro a contatto coi produttori ho potuto notare che in fondo, il rispetto dei disciplinari e delle regole in generale a volte sembra troppo oneroso per i produttori, sia dal punto di vista economico che pratico. Ovviamente me lo auguro e sarebbe una buona iniziativa. I numeri produttivi ci sono e l’interesse del mercato anche.” Il dottor Fontana non crede neanche nella possibilità che un prodotto come il Salame di Turgia possa uscire da un settore di nicchia, non essendo secondo lui, adatto alle logiche delle grandi catene di distribuzione: “Oggi si deve puntare molto di più sul commercio elettronico. Impossibile mettersi in competizione con i colossi del settore. Ma è giusto rimanere nella “nicchia”, per intenditori. È sicuramente più facile il commercio di un biscotto rispetto ad un salume fresco come il Turgia, per evidenti motivi pratici.
Un lavoro del genere avrebbe bisogno degli sforzi di tutto il territorio, aziende private e pubbliche, del mondo associativo, culturale e turistico ma anche di una buona strategia di marketing per promuovere i prodotti anche fuori dal campo regionale.

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