Giovani e politica: recentemente mi è capitato di affrontare questo tema con le persone più disparate, dalla sindaca di Torino ai ragazzi di un ITIS di Messina. Mi pare doveroso scriverne due righe anche sul nostro giornale. Chiusa questa premessa straordinariamente in prima persona, addentriamoci nel tema. La prima domanda che vien naturale porsi è se sia vero che i giovani non si interessino di politica, come vuole un diffuso luogo comune. Dati alla mano è abbastanza vero, soprattutto se con il termine “Politica” intendiamo la politica dei partiti. Ad occhio e croce meno dell’1% dei nostri giovani è tesserata ad un partito politico, in pochi seguono attivamente le vicissitudini politiche del nostro Paese, alcuni non sanno nulla di ciò che li circonda. Secondo una statistica di Repubblica alle elezioni politiche del 2018 più del 40% dei giovani elettori ha espresso un voto privo di reale convinzione. Se ci fermassimo a questo punto, magari attaccando con la solita narrazione del “si stava meglio quando si stava peggio” – perché quando c’era il Sessantotto i giovani lanciavano i “sanpietrini” fuori dalle università -, saremmo riduttivi, e forse anche un po’ ipocriti. Dobbiamo domandarci “perché” i nostri giovani non si interessano alla politica tradizionale. Hanno dimostrato di averla una consapevolezza, sono scesi in piazza a centinaia di migliaia per l’ambiente o agitando sardine di cartone, ma fuggono dai partiti e dalla politica in senso stretto. Cerchiamo di essere franchi: la politica non è per nulla affascinante per un giovane. L’età media della classe dirigente italiana si aggira intorno al 59 anni, gli over 60 superano abbondantemente gli under 30, i partiti ci danno l’idea di esser dei punti vendita di “poltrone e sofà”. E a questo proposito è interessante osservare come il voto di protesta abbia raccolto un ampio consenso tra noi giovani: si pensi al Movimento 5 Stelle dei tempi andati o al Matteo Renzi homo novus di sette o otto anni fa che prendeva il 40%. La voglia di cambiamento è patente, ma nessun partito l’asseconda. Inoltre mancano leader degni in cui un giovane possa rispecchiarsi. Nel Sessantotto a guidare la sinistra c’era Enrico Berlinguer, mentre oggi alla guida del PD non c’è letteralmente nessuno. Non esistono scuole di politica, e la scuola per eccellenza, ovvero la famiglia, evidentemente fa il suo dovere così così. E infine la politica stessa non si interessa dei giovani in modo sostanziale: gli anziani sono più remunerativi dal punto di vista elettorale. Sono tanti, godono tutti del diritto di voto (a differenza dello studente Taldeitali di 16 anni che non può fare educazione fisica perché la palestra è inagibile) e per ovvie ragioni non chiedono investimenti eccessivamente di lungo periodo, i cui frutti potrebbero essere raccolti fra qualche anno dal nostro attuale avversario politico. Eppure i giovani hanno il dovere interessarsi di politica ed attualità, perché li (ci) riguarda: cambiamento climatico, migrazioni, pensioni (!!), lavoro, futuri conflitti, intelligenza artificiale e via elencando sono tutti problemi che necessitano di una risposta già oggi, ma i cui effetti ricadranno a maggior ragione su di noi. E non potremo stare ad aspettare inconsapevoli. Occorre uno sforzo collettivo, senza aggrapparsi a conflitti generazionali da ambo le parte, che miri a riportare i nostri giovani a seguire la politica, e non come obbligo, ma come passione. La politica è la sola che può risolvere i grandi problemi. Ciascuno di noi potrà portare una coperta ad un senza dimora, ma solo il Ministro dell’economia potrà fare una manovra da miliardi per dare loro una casa popolare e risolvere così definitivamente il problema. Quindi ognuno si prenda le proprie responsabilità e gambe in spalla, che la strada è lunga.

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