“Ingegnere, sono Lucchetti. Scusi l’ora ma la prego, venga subito. È molto importante.”
L’ingegner Talponi in effetti era abituato alle chiamate fuori dall’orario di lavoro, ma non a quelle che arrivavano alle 2 di notte e non a quelle che arrivavano dal responsabile della sicurezza.
Esperto di gallerie da 60 anni, Talponi era capo scavo del progetto TAV, per il quale stava effettuando un grosso tunnel nel monte Musinè in Piemonte, precisamente in Val di Susa.
La TAV era l’ennesima, inutile e dannosa grande opera che qualcuno aveva deciso di effettuare senza guardare in faccia nessuno; dicevano che era assolutamente indispensabile per il trasporto veloce di merci e persone su rotaia, quindi per niente inquinante. Il tutto era rigorosamente provato, o meglio giustificato da quintali di slide, diagrammi, statistiche ed interventi di grandi esperti durante le varie conferenze tenutesi in centinaia di hotel in tutta Italia, per le quali erano state invitate le maestranze dello Stato: politici, governatori, parlamentari, portaborse, leccapiedi, sindaci, vescovi, forze dell’ordine ed escort, interessati specialmente ai buffet di pasticcini dolci e salati.
In realtà non se ne sentiva il bisogno, perché la Val di Susa era già fin troppo rovinata da: ferrovia, autostrada con enormi viadotti, tralicci delle linee elettriche che sfregiavano molte montagne insieme agli impianti sciistici, piste di bob create per le Olimpiadi del 2006 poi abbandonate e ridotte ad un curioso disegno su quello che era un bel pendio erboso, concerti di rap, eccetera.
La cosa ridicola era affermare che non ci sarebbe stato inquinamento, dimenticandosi forse di quei milioni di tonnellate di materiale che veniva asportato dalla montagna, insieme ad amianto, polvere, scarichi dei mezzi a gasolio e carbone e chissà cos’altro… Ma torniamo al nostro ingegnere.
Talponi, che come tutti i suoi collaboratori alloggiava all’hotel Sheratoma di Susa, si vestì in fretta e si recò nel cantiere o meglio nella fortezza, dato che era presidiata da centinaia di poliziotti in assetto anti sommossa: beh, un conto è essere contro un’idea, un altro è distruggere tutto…
All’ingresso c’era proprio Lucchetti, il responsabile della sicurezza: era pallido come un fantasma e balbettava. Talponi si domandò fosse accaduto un infortunio sul lavoro, ma non era così.
“Venga Talponi, non crederà ai suoi occhi: abbiamo cambiato la storia…”
Percorsero diversi km nella galleria su un vagoncino e si fermarono alla fine, dove l’enorme escavatore chiamato “Talpa Federica” era fermo. Ricordava un dinosauro che riposava.
Intorno, una vera folla: operai, tecnici, poliziotti. Tutti a curiosare. La cosa che insospettì Talponi era la presenza di alcuni giornalisti. Alle 3 di notte. Le principali testate d’informazione erano tutte lì.
La Sbamba (testata giornalistica messicana), Il Resto del Camino (quotidiano d’informazione sulle grigliate), La Ripubblica (quotidiano di annunci), Il Sale 24 Ore (quotidiano di dietologia), Corriere della sega (testata d’informazione dei falegnami) e infine Rose Nostre (quotidiano di giardinaggio).
Talponi si fece strada tra le persone. Arrivò così all’enorme buco creato dalla macchina. E sì, c’era proprio qualcosa di strano: il foro dava sul nulla, sul buio. La talpa aveva trovato una caverna, o meglio un enorme sconosciuto antro vuoto dal quale arrivavano un buio ed un freddo glaciale.
L’ing. Scancella, responsabile dei progettisti TAV, chiamò Solemio, il capo degli elettricisti: “La prego, accenda tutte le fotoelettriche.”
La grotta si illuminò a giorno, insieme ai vari flash dei fotografi.
Talponi si sentì male, a momenti svenne: la grotta era enorme, nonostante le potenti luci non si vedeva la fine ma si vedeva l’altezza, stimata sui 200 metri. Poteva essere lunga qualche km. Ma non fu questo a sconvolgere Talponi. Ciò che lo sconvolse furono decine di grandi dischi volanti sospesi a circa 2 metri da terra, perfettamente immobili. Avevano scoperto una base UFO.
Effettivamente a cavallo degli anni 70-80 ci furono molti avvistamenti in Val di Susa, e molti UFO stazionavano sopra il Musinè (la montagna dello scavo). Ma nessuno avrebbe mai pensato che lì ci fosse una base. Talponi chiese a Lucchetti: “avete avvisato la sicurezza nazionale?”
La risposta arrivò dal rombo di tre elicotteri Huey neri senza contrassegno, con equipaggio vestito di nero e con gli occhiali da sole in piena notte. Erano i famosi “uomini in nero”, menzionati spesso nella storia dell’ufologia. Dissero: “Voi non avete visto niente”, e se ne andarono cupi e misteriosi.
La notizia trapelò. Successe il finimondo. Ci fu una grossa crisi di governo: chi diceva che la cosa era nota da decenni, chi diceva di essere stato escluso. Il premier diede le dimissioni (in Italia, quando c’era una nuova crisi l’idea migliore era quella di sostituire il premier). Il Berlu si informò subito sull’aspetto delle aliene. Salvini convocò una riunione urgente per scrivere un decreto di espulsione immediata degli alieni. I vertici militari fecero pressioni per conoscere gli armamenti dei visitatori.
Il caos si impadronì del povero pianeta, già provato dalla pandemia. Tutti gli scettici, ovvero coloro che non credevano nell’esistenza di altri mondi abitati pur credendo in un dio invisibile e mai apparso, si suicidarono in massa insieme a molti esponenti della chiesa, che avrebbe dovuto mettere in discussione migliaia di anni di religione. Furono così abbandonati molti castelli, ville con parco secolare e attici prestigiosi, doni dei fedeli che in teoria avrebbero dovuto essere destinati ai poveri.
E fu in questo caos che, due giorni dopo la scoperta, tutte le televisioni del mondo trasmisero il messaggio: “Terrestri, sono Ashtar Sheran, capo della flotta situata nel vostro monte Musinè.
Dato che avete scoperto la nostra base, sono costretto a venire allo scoperto. Noi vi osserviamo da centinaia di anni. Abbiamo capito che vi dobbiamo proteggere da voi stessi, a giudicare da come avete rovinato il pianeta. Tralasciando tutte le cose che dovrete migliorare se non volete estinguervi, veniamo a quella più importante: abbiamo individuato un enorme meteorite diretto qui. Arriverà tra tre mesi. Viaggia alla attuale velocità di 1.300 km/h ed è grande come la vostra regione Lombardia. Causerà l’immediata estinzione di ogni essere vivente e di ogni essere intelligente (molto pochi) sul pianeta. Solo noi possiamo distruggerlo con i Raggi B installati sulle nostre astronavi.
Voi non avete i mezzi sufficienti, avete fatto la gara a chi possedeva più inutili bombe atomiche senza invece mettervi al sicuro da un evento come questo. Non vi abbiamo avvisati perché ve ne sareste accorti troppo tardi, questa avrebbe dovuto essere un’operazione segreta. Vi salveremo quindi, ma ad alcune condizioni che discuteremo riguardanti la salvaguardia della Terra e dell’intero universo. A breve convocheremo i vostri capi di stato. È tutto.”
La trasmissione aggiunse caos al caos: si riunirono le grandi potenze mondiali e iniziarono delle discussioni interminabili. Alcuni stati volevano aiuto, altri si rifiutarono perché convinti di distruggere l’asteroide, altri non volevano l’aiuto dai russi, altri dagli americani, altri non ci credevano. Sempre la stessa storia. Non giunsero ad una conclusione, ed il tempo passava.
Quando Ashtar Sheran si ricollegò in mondovisione, fu molto deluso: “Terrestri, non comprendo come possiate distruggere da soli il meteorite, ma ci adegueremo alla vostra decisione: domani torneremo sul nostro pianeta ed abbandoneremo questa base, comunque compromessa.
Siete una razza troppo testarda per capire certe cose, vi annienterete da soli: manca una settimana e voi volete disintegrare un bolide con una misera pistola ad acqua. Noi ce ne andiamo, ci sono altre popolazioni nell’universo, molto più umili, che hanno bisogno di noi. Addio”.
Aeroporto di Caselle, una settimana dopo. Addetto radar: “Signore, non capisco. Un enorme oggetto sferico si sta dirigendo verso di noi alla incredibile velocità di 4.000 km/h. Tempo dell’impatto 8 minuti”. Nello stesso momento, per brindare alla fine imminente con una pregiata bottiglia di Calvados Roger Groult invecchiato 20 anni, l’ingegner Talponi si recò al cantiere TAV ormai deserto, e ritornò nella base UFO sgomberata. Sulla lucida pista di atterraggio un minuscolo oggetto colorato lo attendeva beffardamente: una pistola ad acqua.

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