Oggi, ovunque nel mondo c’è il problema covid19. Siamo martellati, da più di un anno, da dati su positivi, dimessi, deceduti, e non sappiamo ancora se e quando questa storia avrà termine. Sappiamo che possiamo infettarci nel contatto ravvicinato con un nostro simile, e che usando le mascherine riduciamo questo rischio. C’è però un’area al mondo, a cavallo di tre stati, Bielorussia-Russia-Ucraina, dove c’è anche un altro problema, altrettanto, se non più pericoloso, trasmesso non dal contatto tra esseri umani, ma dal terreno e inevitabilmente dal cibo che produce. Quest’area dista mediamente 30 km dalla ex centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, ma gli eventi atmosferici hanno portato le radiazioni a luoghi molto più distanti, a macchia di leopardo. Dopo trentacinque anni, sicuramente molti crederanno che i problemi siano esauriti. Purtroppo però le popolazioni sottoposte all’azione costante delle “basse dosi di radiazione”, sono ancora soggette ad alterazioni genetiche, malformazioni fetali, aborti, infertilità, patologie tumorali, leucemie e, in tutta quella casistica correlata all’immunodeficienza indotta dai radionuclidi. Riporto il racconto di Gabriele Vanetti, un fotografo di Varese, che ha visitato la zona, con il contatore di radiazioni sempre in tasca e l’autorizzazione del governo nello zaino: “È solo così che si cammina per le strade di quell’angolo abbandonato di Ucraina, dopo il disastro nucleare di Chernobyl, del 26 aprile 1986. Entrare non è facile, è una zona molto militarizzata e sei seguito costantemente da una guida. Ho passato quasi una settimana all’interno della zona evacuata, in quei 30 km di raggio intorno alla centrale. Una zona in cui il tempo si è congelato e in cui paure e timori, sono ancora alti, al punto che alla sera è in vigore il coprifuoco; in ostello facevano l’appello e poi ci chiudevano dentro. Fuori però, la vita continua; non solo quella della natura che, lentamente, sta riprendendo il suo posto ma anche quella di alcune persone che ci vivono ancora. Ho incontrato molte persone anziane che sono tornati nelle loro case e che da anni vivono soli, in villaggi abbandonati, non hanno l’acqua corrente, bevono dai pozzi contaminati dalle radiazioni; ogni tanto qualche volontario porta loro scorte di cibo, per andare avanti. La caparbietà e forza dell’uomo che sopravvive anche alle situazioni più difficili e catastrofiche”. Anch’io ho avuto l’opportunità di conoscere abbastanza bene queste situazioni, anche recandomi in paesi sul bordo dell’area evacuata, l’ultima volta nel 2015. Molti sapranno che, con mia moglie, gestivo un’associazione solidale. Abbiamo accolto 18 gruppi, per un totale di 241 bimbi, dai 7 ai 12 anni di età, che hanno vissuto con noi 4-5 settimane estive, goduto di una vacanza marina e montana; hanno conosciuto molte persone che hanno offerto loro molto affetto, una vacanza spensierata e tantissimi ricordi. Per noi è stata un’esperienza molto interessante ed impegnativa; speriamo sia servita a migliorare soprattutto la loro salute e a far conoscere che nel nostro Paese ci sono molte persone che credono ancora nell’importanza della solidarietà. Quasi in punta dei piedi, senza voler invadere la loro privacy, siamo andati per capire quali siano ancora le conseguenze visibili di quella tragedia: abbiamo visitato un angosciante museo locale; visto i villaggi abbandonati con gli edifici in rovina, dove le piante spontanee hanno invaso case e strade; visto altri villaggi abbattuti e interrati, dove è rimasto solo il cartello che ricorda la loro passata esistenza. Abbiamo conosciuto le mamme dei bimbi pronti a partire per Caselle, nel loro modesto abbigliamento; donne che dimostrano più della loro età, con usi e costumi abbastanza diversi da noi. Una cosa che colpisce immediatamente l’ospite esterno, è la bassa densità di popolazione: le strade ampie e diritte, il traffico molto ridotto. La vista si disperde fra boschi di betulle e pini, campi e acquitrini, ogni 2-3 km si scorge una pensilina, molto colorata, di fermata d’autobus, e più all’interno, raggiungibile attraverso la strada sterrata, si notano piccoli gruppi di abitazioni in legno, con la tettoia per gli animali e attrezzi agricoli. Al centro del villaggio c’è il pozzo, e poco più in là, sotto le betulle, alcune croci indicano il luogo di sepoltura dei loro famigliari. Per noi è stato un ritorno indietro nel tempo di almeno sessant’anni. In questi luoghi l’eventuale intenzione di reagire viene impedita dallo stato di desolazione generale, e molti finiscono per consolarsi nella vodka. Nessuno può dire con certezza quando quei terreni potranno tornare allo stato originale, cioè produrre alimenti sicuri e quegli immancabili animali da cortile essere mangiati senza alcun timore. Mi auguro che la storia del nucleare, vittima paradossale del suo successo, induca a ritrovare quella saggezza necessaria ad invertire la rotta di autodistruzione, verso la quale è diretto il mondo intero.

Sono nato a Caselle Torinese, il 14/08/1945. Sposato con Ida Brachet, 2 figli, 2 nipoti. Titolo di studio: Perito industriale, conseguito pr. Ist. A. Avogadro di Torino Come attività lavorativa principale per 36 anni ho svolto Analisi del processo industriale, in diverse aziende elettro- meccaniche. Dal 1980, responsabile del suddetto servizio in aziende diverse. Dal '98 pensionato. Interessi: ambiente, pace e solidarietà, diritti umani Volontariato: Dal 1990, attivista in Amnesty International; dal 2017 responsabile del gruppo locale A.I. per Ciriè e Comuni To. nord. Dal 1993, propone a "Cose nostre" la pubblicazione di articoli su temi di carattere ambientale, sociale, culturale. Dal 1997 al 2013, organizzatore e gestore dell'accoglienza temporanea di altrettanti gruppi di bimbi di "Chernobyl". Dal 2001 attivista in Emergency, sezione di Torino, membro del gruppo che si reca, su richiesta, nelle scuole.

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