Al paese c’è un detto che calza a pennello con la situazione: “Fare furia francese e ritirata spagnola”.
La cosiddetta Superlega, che non è un nuovo metallo per andare su Marte, si è sciolta in due miseri giorni, travolta dal ridicolo, dal dissenso diffuso, da un indignato stupore.
Naturalmente non scendo in tecnicismi sul come ed il perché si sia palesato questo aborto spontaneo sostanzialmente, ma conta che il corpo estraneo sia stato (per ora) espulso.
È accaduto più o meno ciò che avvenne anni fa per la Formula 1: alcuni team minacciarono la secessione per un campionato alternativo, qualche giorno di braccio di ferro poi sappiamo come finì.
Terminato il tempo della vera Formula 1, oggi assistiamo ad un circo che ha aggiunto molti gran premi in circuiti in mezzo al nulla, tocca paesi che non hanno mai avuto una minima tradizione automobilistica, e si disputano gare infarcite di regole sciocche che avrebbero fatto inorridire gente del calibro di Villeneuve e Arnoux. All’epoca si correva, non si facevano calcoli.
Nel calcio si è verificato qualcosa di simile: i grandi club europei, i cosiddetti fondatori, hanno pensato di scriversela e cantarsela da soli, in un torneo nel quale loro ci sarebbero sempre stati, senza dover conquistarne l’accesso e senza retrocessione; insomma i più forti, ricchi, belli, avrebbero accettato altre squadre (poche), in base alle loro prestazioni.
Una sorta di Billionaire del calcio, nel quale l’entrata è consentita esclusivamente a coloro con un conto a molti zeri.
Evidentemente sono rimasti gli zeri, visti i conti in rosso dei club, che con questa trovata avrebbero incassato quanto basta per rimpinguare il patrimonio svanito, o meglio, utilizzato per pagare stipendi senza senso ad alcuni calciatori, bravi certo ma non fondamentali, e ai loro procuratori.
Grandi club finanziariamente alla canna del gas, che con questa nuova competizione pensavano di fare soldi, tanti, con la partecipazione della banca americana JP Morgan a finanziare il progetto.
Insomma, il tutto per il bene dello sport.
Inutile dire che le azioni delle squadre sono schizzate verso l’alto per poi crollare miseramente due giorni dopo, all’annuncio del fallimento, vista la sommossa che ne è scaturita: giusto perché sono bianconero, pur facendomi ancora qualche domanda, la Juventus ha preso un batosta in borsa che Andrea Agnelli avrà dovuto imbottirsi di psicofarmaci, come per l’esame di Suarez.
Che brutta figura, che esempio negativo, quale vergogna: uno ad uno, alla chetichella, i club si sono ritirati, rinunciando a tutti i loro progetti di guadagni stratosferici.
Perché di quello si trattava, non di altro.
Lo stesso motivo per il quale tra novembre e dicembre 2022 si giocheranno i mondiali in Qatar, paese nel quale la negazione dei più fondamentali diritti umani è la prassi.
E a parte questo, paese dove il calcio è conosciuto e apprezzato come da noi il curling.
Soldi. Punto.
Uccisa e sepolta la meritocrazia, la competizione, la conquista: dov’è il Benevento che batte la Juve a Torino, l’annata storica dell’Atalanta, la rete di Mammì a Catanzaro che affondò la Juve in un campo impossibile nel Gennaio del’72.
Quello è calcio!

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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