“Le biciclette sono la specie indicatore di una comunità sana, come i crostacei in una baia” – Scott Martin, ciclista paralimpico statunitense.

Queste le parole dello scrittore, storico e cicloturista Alfredo Oriani, in occasione di un suo viaggio in bicicletta tra l’Emilia e la Toscana, nel 1918:
“Il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà, forse meglio di una liberazione andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio, senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno.
La bicicletta siamo ancora noi, che vinciamo lo spazio e il tempo; stiamo in bilico e quindi nella indecisione di un giuoco colla tranquilla sicurezza di vincere; siamo soli senza nemmeno il contatto colla terra, che le nostre ruote sfiorano appena, quasi in balia del vento, contro il quale lottiamo come un uccello.
Non è il viaggio o la sua economia nel compierlo che ci soddisfa, ma la facoltà appunto di interromperlo e di mutarlo, quella poesia istintiva di una improvvisazione spensierata, mentre una forza orgogliosa ci gonfia il cuore di sentirci così liberi.
Domani la carrozzella automobile ci permetterà viaggi più rapidi e più lunghi, ma non saremo più né così liberi né così soli: la carrozzella non potrà identificarsi con noi come la bicicletta, non saranno le nostre gambe che muovono gli stantuffi, non sarà il nostro soffio che la spinge nelle salite.
Seduti come in un treno non ci tornerà più l’illusione di essere giovani, correndo coll’impeto stesso della giovinezza; non avremo trionfato del vento, non ci saremo ritemprati nella fatica al sol; ma la nuova macchina c’imporrà le preoccupazioni dei propri guasti non riparabili al momento, c’impedirà di sognare, perché non potremo più guidarla istintivamente, e ci darà il senso doloroso del limite, appunto perché separata da noi, sospinta da una forza che non può fondersi colla nostra.”
Pedalare non è solo un buon esercizio per i muscoli. Mette in connessione con il mondo circostante, stabilendo con esso un rapporto più positivo e coinvolgente. Quando pedali hai un contatto diretto con la gente per strada e, se hai tempo, riesci a scambiare quattro chiacchiere. In bici riesci a percepire gli odori, compresi quelli sgradevoli del traffico. Se capita di doverti fermare a un passaggio a livello, dove neppure un automobilista su dieci rispetta l’obbligo di spegnere i motori, ti rendi conto di quanto possa diventare irrespirabile l’aria. Quando pedali, scopri la precaria condizione dei “soggetti deboli” della strada: pedoni e ciclisti, e così, quando sei al volante, guidi con più prudenza.
Su una bici, come rileva la FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), puoi viaggiare fino a 1037 chilometri con l’energia equivalente ad un litro di petrolio. Una bici consuma meno energia di quella che serve ad un’automobile per tenere i fari accesi.
Quando pedali hai solo bisogno di un po’ di forza nelle gambe, fuori del grande circuito petrolifero che regola i destini del pianeta, catastrofi naturali e guerre comprese. Nella società del terzo millennio, andare in bici non è solo una scelta salutista, ma una sorta di “non contate su di noi” per esprimere dissenso, rifiuto ad essere parte attiva in un sistema economico che sta portando la Terra al collasso.

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