Come vi ho anticipato nello scorso numero di Cose Nostre, questo mese vorrei approfondire l’argomento del cyberbullismo. In particolare, vorrei raccontarvi come nella pratica esso si manifesta, quali danni psicologici comporta, e come si possono tutelare le vittime.

Il cyberbullismo consiste nel mettere in cattiva luce qualcuno utilizzando la tecnologia digitale. Può avvenire con delle false segnalazioni (warning wars) che portano a bloccare l’account della vittima perché additata per comportamenti inappropriati. Oppure la vittima viene denigrata attraverso la pubblicazione di foto ritoccate. Altre volte la vittima fa una confidenza a qualcuno e poi il finto confidente pubblica sui social network le confidenze, oppure minaccia di farlo se la persona non cede ai ricatti. Lo shitstorm danneggia la reputazione di aziende alberghiere o ristoranti facendo recensioni negative, poi altri clienti vengono in aiuto con voti positivi. L’Happy slapping, consiste nell’aggredire una persona nella vita reale e poi postarlo in rete per commentare.

Durante la pandemia è aumentato il cyberbullismo perché si è utilizzata maggiormente la rete. Il fenomeno ha interessato anche le lezioni online: lo zoombombing consiste nell’invio di scene aggressive nelle lezioni online e minacce ai docenti. Sono capitate anche a convegni universitari dove durante la conferenza su zoom arrivavano video osceni e violenze verbali. Sono state tante le situazioni in questi mesi dove foto e video venivano utilizzati in modo offensivo: questo è illegale! Come evitarlo? Si possono mettere in muto i partecipanti, comunicare a tutti che foto e video durante le lezioni sono solo per lo studio e non si devono diffondere o manipolare. I docenti possono disabilitare il salvataggio automatico delle chat, disabilitare il controllo remoto, le annotazioni. Il fenomeno è attualmente diminuito perché è stata dedicata una sala d’attesa per autorizzare chi può accedere come partecipante, si mette un filtro e si rende impossibile ai partecipanti cambiare nome mettendone uno fittizio.

Il cyberbullismo è un fenomeno molto pericoloso dal punto di vista psicologico, perché espone la vittima a sentimenti di vergogna e solitudine talmente forti da poterla portare al suicidio. A tutela delle vittime di cyberbullismo è nata una legge, proprio a partire da una vicenda con un esito tragico.

Nel gennaio del 2013, Carolina Picchio, una ragazza di 14 anni, muore suicida lanciandosi da una finestra. Era stata ad una festa di compleanno e aveva perso i sensi per avere bevuto troppo. Dei ragazzi, anziché aiutarla, girano un video dove mimano il fare sesso con lei mentre è incosciente, e lo postano. In pochi minuti il video fa il giro della rete e riceve 2600 like. Quando Carolina viene a conoscenza della cosa non regge la vergogna, vittima di insulti e minacce virtuali da cui non può difendersi si lancia nel vuoto. Il papà non nota nulla, se ne accorgono i passanti che avvisano i carabinieri. Carolina lascia una lettera, che diventa una sorta di testamento spirituale, dove spiega che “le parole fanno più male delle botte”: la lettera andrebbe letta ai ragazzi durante le ore di formazione come un importante spunto di riflessione. A partire da questa tragica vicenda nasce la Legge del 29 maggio 2017, la prima legge a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto al cyberbullismo, portata avanti da Elena Ferrara, senatrice ed insegnante di Carolina Picchio.

Chi non attua il cyberbullismo ma mette un like, dal punto di vista legale paga per essere sostenitore proprio come chi lo attua. Tutte le persone che avevano messo un like al video che filmava Carolina Picchio sono state denunciate.

Quali sono i motivi per cui una persona può diventare vittima dei cyberbulli? I social propongono modelli di omologazione, a volte basta semplicemente non omologarsi agli altri per apparire diversi ed essere presi in giro. Ad esempio, le persone molte studiose, con orientamento sessuale differente, quelle che praticano sport di nicchia o diversi dalle aspettative sociali: il maschio che fa danza classica o la femmina che gioca a calcio. Ne è un tragico esempio il caso di Andrea Spezzacatena, preso in giro perché portava i pantaloni rosa. Egli non regge la vergogna di leggere scritte offensive su di lui sui muri e su facebook, così si suicida impiccandosi con una sciarpa a soli 15 anni. Aveva già tentato il suicidio tre settimane prima con una cinta.

In quale modo si possono aiutare i ragazzi vittime di cyberbullismo? Come per superare la maggior parte dei problemi, è importante il dialogo. Chi assiste a queste situazioni deve avere il coraggio di parlarne in casa, di modo che i genitori possano chiamare altri genitori. Se c’è una rete tra genitori, il genitore della vittima potrebbe essere avvisato in tempo da altri genitori su cosa sta accadendo al proprio figlio, potendo così aiutarlo.

Per maggiori informazioni visita il sito: www.psicoborgaro.it

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