Non ce la faremo mai: inutile sperare in qualche ravvedimento: certo, è retorica dire che con un minimo di empatia potremmo vivere tutti meglio, ma è la prima cosa cui penso.
Abbiamo un patrimonio storico, culturale, artistico, naturale, come in nessuna altra parte al mondo, e quanta ragione aveva Oscar Farinetti quando concluse un suo discorso molto sentito con: “Dobbiamo farci perdonare anche il culo di essere nati in Italia, ricordatevelo!”.
Oggi, quasi estate 2021, pare si stia (con cautela) vedendo la fine del dramma che ci affligge dal 2019; si inizia a uscire, per tornare alle nostre bellezze artistiche, e naturali: a quanto dicono gli operatori turistici, le prenotazioni per questa estate stanno andando bene.
Ma in qualche modo queste bellezze le dobbiamo pur raggiungere, magari attraversando un ponte, o prendendo un treno, piccolo, un locale.
Ma no, qualcosa non funziona come dovrebbe: “Che ne dici di un giro in funivia? Stresa dall’alto è meravigliosa in questa giornata di sole!”.
Lo sgomento della tragedia è senza fine, e, perdonate il pessimismo, già immagino, come andrà a finire: più o meno come le altre volte, quando è esploso un treno mentre passava in stazione, quando sono stati arsi vivi i dipendenti di una acciaieria, quando è crollato un ponte, anzi, il ponte. Quando uno scambio sui binari non ha funzionato, o quando qualcuno ha disboscato mezza regione travolta poi dalle piogge, o ha interrato i fiumi sotto l’asfalto, dando la colpa all’evento imprevisto.
Anche sul lavoro. Sì, perché ultimamente molte, troppe persone sono morte semplicemente perché stavano lavorando.
Liberi tutti, responsabilità nessuna.
Perché la sicurezza costa, non aggiunge profitto, così come la manutenzione: tutto sommato se è andata bene fino ad oggi, perché non dovrebbe essere così anche domani.
Domani però è un altro giorno, ed il ponte crolla, la macchina ingoia una giovanissima e splendida ragazza, la valanga di acqua e fango porta via le case, il cavo si trancia. E domani è troppo tardi.
Tutti i sogni, il futuro, le speranze, cancellate dalla tragedia, dalle tragedie.
Il turismo, le mostre, gli eventi, il lavoro, spazzati via dal grande “chissenefrega” che impera per favorire più guadagni, soldi che non fanno schifo, e male che vada ci si paga pure un buon avvocato in certi casi.
Non si possono guardare certi telegiornali, vorrei spegnere, ma ciò che vedo fa paura, e non è un horror:  chi ha permesso che tutto ciò accadesse è uno che respira il mio stesso ossigeno e per guadagnare di più uccide intere famiglie! Vale tanto per la funivia di Stresa quanto per la ThyssenKrupp, per il treno di Viareggio come per il Vajont. Per citarne alcune.

L’incidente, la fatalità, l’imprevisto. Imprevisto è il fulmine che mi incenerisce mentre passeggio al parco.
Qui la fatalità, l’imprevisto non trovano casa: nell’ultimo immenso dolore, solo per ordine di tempo, è stata la semplice e disarmante voglia di far soldi a prescindere.
Pure nelle altre tragedie: cambia il contesto ma il fine è sempre quello.
Non c’è che dire: abbiamo aperto la stagione turistica come peggio non avremmo potuto.
Per due pezzi di ferro a bloccare l’unico sistema che avrebbe salvato quelle persone.
Questo omicidio ha spazzato via anche il Covid: da ore i virologi sono relegati in secondo piano, per fare spazio ai servizi su come e quando una funivia venga messa in sicurezza, all’ingegnere che ci parla del punto di rottura di un cavo portante, all’intervista a colui che per grazia ricevuta si è visto chiudere le porte un attimo prima di salire su quella maledetta cabina, al giornalista disgraziato che chiede al medico, a poche ore dall’inferno, cosa avesse detto il bambino di cinque anni. Forse lavora per Barbara D’Urso.
Aveva ragione l’immenso Franco Battiato: povera Patria.

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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