È un po’ di anni che la demolizione è avvenuta.

Per i più, una demolizione di nessun significato, senza dubbio.

Ma per me, indigeno casellese, non più giovane, un piccolo pezzo di storia di Caselle legato a questa casetta con la sua demolizione è sparito per sempre, lasciando dei ricordi e una riflessione.

Il suddetto ciabot d’l luv (casotto del lupo) era una piccola costruzione in mattoni, in origine isolata rispetto ad altre case, situata all’incrocio tra la Via del Lupo (ecco perché questa via si chiama così) e Strada Mappano.

Quando mi accorsi della demolizione, probabilmente a causa dell’eccessiva vicinanza ad una nuova costruzione, mi son tornati in mente un fiume di ricordi, legati a un mondo che non esiste più.

Da bambino, quando andavo alle fienagioni sul carro con Gino d’li ca neuvi, ero colpito e incuriosito da quella casetta solitaria posta, lungo una stradina nascosta dagli alberi, a una considerevole distanza dall’abitato. Ma forse questa lontananza era un’impressione derivata dalla velocità dei mezzi a disposizione in quei tempi. Infatti, dalla Trattoria detta “d’li ca neuvi” (non si chiamava “dei 3 scalini”, nome nato poi per facilitare la pronuncia ai nuovi casellesi) non esistevano edifici fino alla Cascina del Fantino in via Pitocca.

Le mie infantili domande sul ciabot provocavano subito da parte degli adulti risposte farcite di storie fantastiche di masche (streghe) e animali strani, causando in me un sacro terrore per quell’inerme casetta, soprattutto quando mia madre mi minacciava di portarmi là, se non facevo il bravo.

Secondo cosa mi disse un eminente personaggio casellese che si interessava di storia locale, il nome del ciabot d’l luv derivava dal fatto che nell’800 era utilizzato come deposito dai cacciatori di lupi pagati dal Comune.

Pensare che solo poco più di cento anni fa i casellesi fossero disposti ad intaccare i loro magri bilanci per difendersi dai lupi, dimostra quanto essi fossero u flagello.

Ora i difensori della natura stanno reintroducendo questi animali, costringendo i montanari e i pastori che d’estate vivono in montagna a conviverci. Sarà giusto, non discuto, ma, speriamo di non dover mai più ricostruire l’ ciabot d’l luv.                                                                                                                                                  Dario Pidello

Completiamo la nota di Dario Pidello con quanto riporta, a proposito di Via del Lupo, lo Stradario Storico di Caselle Torinese “Andar per memorie di strada in strada”, di Gianni Rigodanza, di recente ripubblicato a cura della Pro Loco di Caselle Torinese.

“L’intitolazione di questa via non è frutto di fantasia come a prima vista sembra, ma è basato su un fatto ben preciso. Infatti, da queste parti nel primo Ottocento esisteva – al passato, perché ora è stato demolito – all’inizio di questa via un fabbricato di mattoni a vista, poi intonacato e inglobato da altri edifici, usato dal proprietario, un certo Vaschetto, come ripostiglio per gli attrezzi agricoli o ricovero in caso di tempesta. Niente di singolare, solo che questa piccola baracca è passata alla storia come “el ciabòt ‘dёl luv” vale a dire il casotto del lupo. Ed ecco il perché. Il 29 dicembre del 1815 il Gran Cacciatore e Gran Falconiere di Sua Maestà e Governatore della Venaria Reale emette il seguente bando: “Informati che nonostante i provvedimenti e i premi accordati dalla munificenza di Sua Maestà al fine di ottenere l’estirpazione dei lupi, continuando questi a fare stragi a danno particolare dei fanciulli, abbiamo determinato di servirci di tutti mezzi possibili onde conseguire la loro distruzione, valendoci dell’espediente adottato con efficacia dai paesi a noi limitrofi. Pertanto – prosegue il bando del Gran Falconiere – in virtù dell’autorità conferitaci da Sua Maestà ordiniamo a tutte le comunità comprese nel distretto delle Regie Cacce di pubblicare la presente e di mettere a disposizione degli ufficiali che comandano i Dragoni Guardiacaccia tutto l’occorrente secondo le annesse disposizioni. Si dovrà, in proporzione, del numero dei lupi e dell’estensione del territorio, far inghiottire ad uno o più cani mezza libbra di noce vomica raschiata di recente e mescolata con carne. Appena morto il cane verrà tagliato a quarti e ad ogni quarto si uniranno una mezza libbra di carne, sei once di noce vomica, due ottavi di arsenico, indi si avvilupperà il tutto su una tela comune e la si porrà nel letame caldo per 24 ore. Fatto ciò, si distribuirà la carne avvelenata sui luoghi più frequentai dai lupi, principalmente lungo i corsi d’acqua e nei gerbidi attorno ai boschi, unendovi sulla strada delle interiora di bovino allo scopo di condurre il lupo con l’odore di queste fino al luogo dove si trova la carne avvelenata”. Tenendo conto che la noce vomica contiene anche la stricnina è facile immaginare quale micidiale miscuglio fosse in agguato per questi lupi, ma non solo. Una ricetta da far rabbrividire che per la nostra zona veniva preparato nel “ciabòt ‘dël luv” di Vaschetto.

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