La chiave di volta della civiltà occidentale è stata l’invenzione della chitarra elettrica.
Leni Sinclair, 1971

Nel 2018 avevo raccolto su una pagina Facebook le foto dei chitarristi elettrici del nostro territorio – oltre 70! – dagli eroici pionieri degli Anni Sessanta fino agli ultimi supergiovani. Utilizzando la definizione di John Sinclair, fondatore e leader delle Pantere Bianche, ne era venuto fuori un “Guitar Army”, un pacifico esercito della chitarra nostrano e ruspante, sognatore e ribelle. Dopo la pubblicazione di questa variopinta galleria di chitarristi, nacque un dibattito piuttosto sentito e partecipato sul ruolo della chitarra elettrica nell’attuale cultura e nell’immaginario giovanile. Dalla sua nascita infatti essa aveva rappresentato immancabilmente, per ogni nuova generazione, un’icona di libertà, di rivoluzione giovanile e anche di identità personale e di gruppo. Ma le cose, alla fine del secondo decennio del Terzo Millennio, sembravano per la prima volta cambiate. Non soltanto le due aziende simbolo, la Fender e la Gibson, stavano attraversando una drammatica crisi di vendite, ma parlando con gli adolescenti, ne veniva fuori che per loro la chitarra elettrica non era fonte di ispirazione o di suggestione alcuna. Anzi, rappresentava qualcosa di anacronistico e di lontano dal mondo giovanile, addirittura di fastidioso, né più né meno di come poteva apparire una canzone di Orietta Berti ai tempi d’oro dell’hard rock. E pensare che un tempo, non molto tempo fa, suonare la chitarra dava un’aura di fascino quasi irresistibile, soprattutto verso le ragazze. E questo aspetto aveva la sua importanza nel far avvicinare molti giovani alla musica. In tempi più recenti, invece, un adolescente con la chitarra elettrica sembrava apparire ai coetanei come un nerd senza speranze. La stessa idea di concerto live sembrava aver perso ogni forma di attrattiva a favore di deprimenti eventi musicali in cui il palco era occupato soltanto da un rapper accompagnato da un dj alle prese neppure più con una consolle, ma spesso un semplice pc.
Ma le cose stavano davvero cambiando? Si trattava soltanto di un ciclo, e presto la chitarra sarebbe tornata a splendere come un’icona irresistibile per i ragazzi del Terzo Millennio? Queste erano le domande che ci ponemmo allora.


E in effetti qualcosa, ultimamente, è successo, e questo qualcosa, piaccia o meno, si chiama Måneskin. Il gruppo romano infatti ha riportato improvvisamente e inaspettatamente in auge non soltanto il suono rock, ma anche gli strumenti che lo caratterizzano: basso, batteria e chitarra elettrica. E pare che se ne siano accorti immediatamente i negozianti di strumenti, che hanno visto un’impennata delle vendite.
E così anche questa volta su facebook, la piazza virtuale più amata (soprattutto dai meno giovani) è nato, fra i musicisti del territorio, un vivace dibattito sui Måneskin . Un dibattito che alla fine si è scherzosamente chiuso con reciproche battute su chi tra i commentatori fosse il più “matusa”. In particolare, alcuni affermati e illustrissimi chitarristi torinesi lamentavano il fatto che mentre ai Måneskin sta toccando una fama planetaria, molti altri giovani musicisti, molto più talentuosi e preparati, si trovano relegati a suonare nelle loro camerette. Ma è chiaro che il musicista in questione non ha afferrato il succo della questione: qui non si parla di talento e di preparazione. I Måneskin hanno la tecnica che è funzionale all’essere ciò che sono. E hanno saputo – come non accadeva da tempo immemore – proporre un’immagine compatta e accattivante di band: una formazione di musicisti veri e non una boy band di ballerini. E forse il problema di tanti giovani musicisti di oggi è proprio quello di restare troppo chiusi nelle proprie camerette a studiare scale su scale piuttosto che andare in strada a farsi le ossa, come hanno fatto i Måneskin prima di diventare famosi, esibendosi nelle vie della capitale.
Certo, se andiamo a scorrere una dopo l’altra le loro canzoni, ci accorgiamo che dal punto di vista compositivo sono un po’ deboli. Ma hanno appena vent’anni e a quell’età soltanto gli Who hanno saputo comporre un capolavoro come la rock opera Tommy. E in ogni caso spiccano nel desolante panorama della musica italiana contemporanea, fra nuovo rap e neo melodico.
Per il resto, che dire dei Måneskin ? Non sono di certo gli Who, ma sono giovani, sono belli, sanno suonare e tenere il palco. Hanno raggiunto gli U2 e i Metallica nella classifica degli ascolti su Spotify. Sono addirittura entrati, fatto assolutamente unico per una band italiana, fra le top ten delle classifiche inglesi. La fortuna, dea potente ma imprevedibile, li ha in simpatia. Tutto il resto è divagazione da… “matusa”.

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