La Carboneria è stata una tra le società segrete più importanti di inizio Ottocento che si oppose sia allo spirito napoleonico sia, con la sconfitta dell’imperatore francese, al clima imposto dalla restaurazione voluto dal Congresso di Vienna. La sua origine è vaga ma la tesi più attendibile è quella che la colloca in Francia nella seconda metà del XVIII secolo dove alcune fonti iniziano a dare notizia di una associazione artigiana francese detta dei bons cousins charbonniers, i buoni cugini carbonari, che sotto un carattere mutualistico professionale, nascondeva un più profondo significato politico.  La Carboneria prende forma nel periodo precedente alla Rivoluzione Francese dalla massoneria di Besancon e della Franca Contea e si fa portavoce dei concetti di libertà ed uguaglianza degli uomini e di un ideale di stato lontano dal dispotismo napoleonico. Il nome Carboneria deriva dalla leggendaria confraternita di San Teobaldo, religioso nato a Provins in Francia nel 1033 e che dedicò la propria vita alla lotta per essere un uomo libero di fronte alla tirannide. Viveva in una baracca dedicandosi alla produzione e alla vendita del carbone. La carboneria ha ereditato da San Teobaldo anche la terminologia. La baracca divenne il modo per definire un luogo di riunione degli affiliati chiamati cugini, la vendita rappresentava invece un gruppo di venti soci e i lupi gli oppressori.
All’interno della Carboneria vigeva una rigida struttura gerarchica. I nuovi soci venivano chiamati apprendisti e dopo un periodo di prova acquisivano lo status di maestri. I maestri di suddividevano i due gruppi in relazione all’importanza delle funzione assegnate, quelle superiori erano attribuite al reggente, al primo o al secondo assistente, quelle inferiori al segretario, al tesoriere e al copritore. Il grado più alto era rappresentato dal Gran Maestro, al quale spettava il coordinamento delle vendite (riunioni) e insieme al comitato esecutivo si occupava di prendere tutte le decisioni. Ad ogni livello di affiliazione corrispondeva anche una graduale comunicazione del programma e delle informazioni sui membri della società, in modo tale che se qualcuno fosse stato arrestato non avrebbe potuto rilevare più di quel che conosceva.  Gli apprendisti, infatti, venivano educati agli ideali della fratellanza, del sacrificio e della fedeltà e solo in un secondo momento ci si applicava all’educazione politica e patriottica.
Anche l’affiliazione alla Carboneria rispettava un rigido cerimoniale con l’intento di evitare l’infiltrazione di spie. L’aspirante veniva bendato e portato nel luogo in cui si riuniva l’assemblea. Dopo una serie di domande da parte del Gran Maestro che dovevano provare la sua lealtà, si pretendeva che il richiedente rinunciasse ad ogni cosa, anche a se stesso, per il bene supremo della patria. A questo punto gli veniva levata la benda e il nuovo adepto si vedeva circondato da una serie di pugnali che avrebbero avuto una duplice funzione: l’avrebbero difeso se si fosse dimostrato fedele al giuramento oppure l’avrebbero ucciso qualora l’avesse tradito. Su uno di questi pugnali l’aspirante, dopo aver bevuto un liquore rosso che era simbolo del sangue del tiranno, giurava di odiare i despoti e di volerli distruggere sino all’ultimo rampollo per fondare un regno sulla libertà e sull’uguaglianza e se non vi fosse riuscito avrebbe meritato la morte.
La Carboneria giunse in Italia tra il 1806 e il 1812 da ufficiali francesi e si diffuse soprattutto nell’Italia meridionale, in particolare nel Napoletano, in Abruzzo e in Calabria. Negli anni successivi cellule carbonare si ritrovarono in quasi tutti gli stati italiani, come in Piemonte che combattevano i Savoia, nel Lombardo-Veneto che si opponevano agli austriaci e nello Stato Pontificio contro il Papa. Nel Regno di Napoli, sotto il governo di Gioacchino Murat, nel 1813 si ebbe il primo episodio di repressione di un moto insurrezionale carbonaro. Il Carbonarismo si diffuse maggiormente nel meridione in quanto si fece interprete del malcontento della popolazione nei confronti dell’assolutismo borbonico. La diaspora dei carbonari che fuggivano dalla repressione della casa reale dei Borbone aiutò alla diffusione della volontà di un’unità nazionale e delle idee di un primordiale Risorgimento. Comunque già a partire dal 1830 si evidenzia il declino della Carboneria alla luce dei numerosi tentativi insurrezionali falliti e sedati nel sangue.
La Carboneria non ebbe mai un carattere unitario ed ancor meno popolare. Ogni cellula aveva il suo programma che variava da regno a regno e i buoni cugini erano quasi esclusivamente rappresentanti della borghesia. Vi erano funzionari, professori, studenti e in misura maggiore ufficiali. Ciro Menotti, Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Giuseppe Mazzini, Michele Morelli, Giuseppe Silvati, Guglielmo Pepe sono i nomi più autorevoli di chi ne fece parte o semplicemente di chi ne nutriva le simpatie.

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