Il pezzo scelto per la rubrica Piazze Amiche di questo mese ci arriva dal numero di giugno de Il Guado dell’Antico Mulino, periodico della gente guadense (come riporta il sottotitolo della testata). I guadensi sono gli abitanti di San Pietro in Gu, comune all’estremo nordovest della provincia di Padova, già gravitante su Vicenza. Per il permesso di pubblicazione un ringraziamento a Piersilvio Brotto, direttore editoriale del giornale, che abbiamo avuto il piacere di conoscere di persona nell’ultimo incontro GEPLI, a Mortegliano (UD).

Il pezzo scelto è un originale racconto breve di Bianca Perosa, collaboratrice del giornale. Di esso non anticipiamo nulla, per lasciarvi intatto il piacere della scoperta.

Non ho voce

di Bianca Perosa

La seguo, sempre. Colgo il suo sguardo, il suo corrugare la fronte, il fastidio che esprime quando piove e cerca il cappello di feltro nero per proteg­gersi i capelli. L’ombrello no, non prova nemme­no a cercarlo.

Eccola, ferma dal benzinaio. Mi rivolge uno sguardo frettoloso, giusto per vedere se il masca­ra non sia collassato nella palpebra inferiore vista la serie di starnuti con cui ha aperto la giornata.

“ Come va signora? Tutto bene vero? “

“ Sì bene grazie. “

Come si fa a fare una domanda con la risposta inclusa, mi chiedo… e poi chi sei tu, non sai nem­meno dove abita o quanti anni ha. Per te è solo una cliente abituale che vedi regolarmente tutti i lunedì mattina, 7.30/7.40 al massimo. A volte an­che il venerdì sera poco prima della chiusura del­la pompa di benzina, se ha programmato qualche gita per il week end.

Io invece la conosco bene, conosco i suoi tragit­ti, le sue abitudini. Mi sono fatto l’idea che sia spesso triste, che una nube tormentosa di pensieri la segua senza tregua. Quando accende la radio ascolta perlopiù il giornale radio, a volte qual­che canzone. Ho capito che non ama il rock ma preferisce il vecchio repertorio della canzone ita­liana, anni ‘60. Quando mette un CD di solito è De Andrè, ormai conosco a memoria la Storia di Marinella, Bocca di Rosa, la Guerra di Piero, il Testamento. Canticchia a bassa voce. Vorrei farlo anch’io ma non ho voce.

“Sì bene grazie” – senza neanche una virgola nella voce che stacchi quel “grazie”. Invece va proprio di merda. L’ho sentita litigare con Fabio, parole grosse, un rinfacciarsi a vicenda rancori passati e mai sopiti. L’ho vista poi controllare quelle due rughe verticali sulla fronte, proprio quelle sopra il naso. Ad ogni arrabbiatura sembrano diventa­re più profonde, come a voler incidere sulla pelle le parole sgradevoli che entrano nelle orecchie o escono dalla bocca.

Ricordo di averti sentita ansimare con lui nel se­dile posteriore con le luci dell’abitacolo spente, e dirgli: “Dai, fermati, qualcuno può vederci.” Non ho voce, ma so cogliere tutte le sfumature della tua voce. Del resto, sono dieci anni che ti seguo ovunque mi porti.

Adesso andiamo in ufficio, la aspetterò pazien­te. So aspettare io, sotto la pioggia, sotto il sole, nella nebbia invernale. So aspettare al caldo e al freddo anche se detesto essere lasciato d’estate sotto il sole cocente. So aspettare io. Aspettare la sua voce, un’occhiata distratta. A volte la sua mano mi accarezza, il suo sguardo controlla che nessuno mi sia passato così vicino da mettermi in pericolo. Mi fa tenerezza la sua mano nuda, non sopporto invece quando indossa i guanti di lana.

È tornata sorridente, meno male. Segno che al lavoro è stata bene, niente intoppi o contrasti con colleghi. A volte si sfoga durante la guida, tan­to nessuno mi può sentire, pensa. C’è quel capo che continua ad incalzarla con lavori sempre più complessi. O forse le ha fatto delle avances. Di certo non può confidarlo a me. Però se telefona a Silvia magari riesco a capire qualcosa di più. Non sopporto quando torna con gli occhi tristi, l’aria depressa, le labbra contratte. La sento chiamare al telefono. Con il bluetooth la voce è meno chia­ra ma, anche se qualche parola mi sfugge, riesco a capire il nodo della conversazione. Credo parli con Silvia, anzi ne sono sicuro.

Andremo al mare questo week-end, il mare del tardo autunno. Adoro la luce delle giornate lim­pide di fine ottobre, l’odore della salsedine che si insinua attraverso i finestrini aperti. Mi piaccio­no le raffiche di vento che trasportano minuscoli granelli di sabbia, il profumo di pesce fritto che sale dal cartoccio preso al take-away della tratto­ria sulla spiaggia. Non è più tempo di bagni ma la spiaggia invoglia a lunghe passeggiate a piedi nudi sul bagnasciuga. A cercare le conchiglie che adesso i bambini non raccolgono più.

Ho un ricordo bellissimo dell’inverno scorso quando hai portato la nonna in montagna per cia­spolare sulla neve. Lei non voleva, temeva di ca­dere, non lo aveva fatto nemmeno in gioventù. Dopo i primi tentennamenti sei riuscita a calzarle le ciaspole e a farla camminare sulla neve fresca che scintillava al sole. Ho sentito al ritorno il suo racconto entusiastico della giornata. “Quanto era­no buoni i canederli del rifugio. Che meraviglia avere una nipote così”.

Ripartiamo, si torna a casa. Ma perché prendi questa strada oggi? Ti devi vedere con qualcuno? Deve essere una persona che ancora non conosco. È un viale alberato, costeggiato da entrambi i lati da grossi platani. Non mi piacciono, temo sempre di finirci addosso, preferisco vedere un fossato in cui la macchina alla peggio può scendere con il muso, qualche ammaccatura, i piedi di chi guida bagnati dall’acqua.

Attenta, quella Citroen rossa ci sta sorpassan­do…dall’altra parte sta arrivando un furgone dell’UPS…sterza…frena!!!

Sono caduto sulle tue ginocchia, il lunotto infran­to si è sgretolato in una ragnatela di cristalli. Ti vedo accasciata sul volante, i capelli scomposti. Un botto tremendo, un sorpasso azzardato…

Ora non posso vedere i tuoi occhi ma solo il naso e la bocca. Mi stai sgocciolando addosso il san­gue che ti esce dal naso, stilla dopo stilla.

Non mi ero ancora accorto di quella tua lieve ruga sul lato sinistro della bocca. Di solito inquadravo gli occhi e la fronte. Tranne quella volta che ti sei ripassata il rossetto (ricordo benissimo: arancio corallo). Quando vedevo la tua fronte corrugata avrei voluto frugare nei tuoi pensieri, renderti più lievi le pene che ti affliggevano. Ma non ho voce, posso solo restituire un’immagine, strappare una luce dagli occhi, accendere un sorriso oppure un moto di stizza. E dover sempre restare fermo, sempre immobile, solo a guardare …

Adesso che ti posso osservare da sotto il mento colgo per la prima volta quella ruga sottile a lato della bocca. Sì, sapevi anche sorridere!

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