Alla Reggia di Venaria è ripresa l’attività espositiva con un evento volto a sottolineare il profondo rapporto che l’uomo da sempre ha (o che dovrebbe avere!) con la natura, con l’importanza della sostenibilità ambientale e con la tutela della stessa natura.
“Una infinita bellezza. Il paesaggio in Italia dalla pittura romantica all’arte contemporanea” è la mostra allestita nei suggestivi spazi della Citroniera juvarriana della Reggia sino al prossimo 1° novembre; è curata da Guido Curto (Direttore della Reggia di Venaria e del Consorzio delle Residenze Sabaude), Riccardo Passoni (Direttore della GAM) e Virginia Bertone (Conservatore Capo della GAM).
È un esposizione che riunisce oltre 200 capolavori tra dipinti, sculture e installazioni provenienti da importanti musei italiani (90 opere dalla GAM) e collezioni private, e abbraccia un periodo che si estende dal primo romanticismo, all’arte contemporanea. Il percorso espositivo si articola in 12 sezioni che, seguendo un intrigante filo conduttore storico e geografico, ci introduce tra le diverse forme di rappresentazione del paesaggio in Italia in oltre due secoli di pittura. Nella cultura illuminista, viene riscoperta la Natura che acquista centralità nel linguaggio artistico: quindi diventa “soggetto”, autonomo e non più mero “contorno”. Questo mutamento è legato al nuovo atteggiamento con cui gli artisti affrontano la riflessione estetica e filosofica dell’incipiente Romanticismo, abbandonando i canoni che regolavano il Bello ideale del Winckelmann.
Nelle tempere e negli acquerelli di Giuseppe Pietro Bagetti e di Giovanni Battista De Gubernatis bene convivono la precoce sensibilità romantica verso gli aspetti transitori della natura, con le vedute dalla precisione ottica, memori di una formazione tecnica e topografica.
Il dipinto La cascata delle Marmore del francese Jean-Baptiste Camille Corot sottolinea come, durante i primi decenni dell’Ottocento, alcuni artisti del nord Europa avessero la necessità di completare la propria formazione in Italia, seguendo la tradizione del Grand Tour, al fine di perfezionare la pittura dal vero. Seguono le opere di Massimo d’Azeglio e degli artisti della Scuola di Posillipo, da Pitloo a Giacinto Gigante, che propongono l’abbagliante luce mediterranea delle campagne e delle coste fra Roma e Napoli.
La terza sezione è dedicata ai paesaggi “istoriati”, con elementi ripresi da storia e letteratura, tanto in voga nella Milano romantica; in un’altra sezione affascinano i grandi paesaggi di Carlo Pittara, Giuseppe Camino, Corsi di Bosnasco e Achille Vertunni acquistati e donati nel 1863 per la collezione del Museo Civico di Torino.


Le grandi Esposizioni Nazionali, a partire dalla prima tenutasi a Firenze nel 1861, hanno influenzato la lettura delle opere di molti artisti e scuole della seconda metà dell’Ottocento: dalle visioni poetiche di Antonio Fontanesi a quelle di Nino Costa, alla ricerca della verità attraverso la luce e le macchie di colore nelle piccole tele dei Macchiaioli, alla Scuola di Rivara e alla Scuola Grigia di Rayper e d’Andrade. La mostra prosegue tra le differenti esperienze artistiche che dalla fedeltà alla natura sfociano nelle nuove sensibilità divisioniste e simboliste di Angelo Morbelli, Pelizza da Volpedo, Giovanni Segantini. Una sezione dedicata al Novecento si apre con opere del secessionismo, simbolismo e post impressionista di Onetti, Bozzalla e Depretis. In ambito futurista emerge Giacomo Balla, anche se il movimento si batteva “contro il paesaggio e la vecchia estetica”; è presente Giorgio De Chirico con un capolavoro pre-concettuale; molto ricca è la sezione dedicata al periodo fra le due Guerre con le opere di Carrà, Morandi e De Pisis. Al paesaggio si sono dedicati anche Casorati e i Sei di Torino, da Chessa a Paolucci; il dopoguerra italiano ha coinvolto, sul tema del paesaggio, artisti come Birolli, Chighine e Spazzapan. Il percorso si conclude con opere che dialogano con i Giardini della Reggia, come le sculture di Giuseppe Penone o le installazioni di Giovanni Anselmo o di Luigi Stoisa, per giungere a Nespolo con un omaggio al Monviso, l’emblematica montagna piemontese.

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